Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3580 del 10/02/2017


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Cassazione civile, sez. trib., 10/02/2017, (ud. 15/11/2016, dep.10/02/2017),  n. 3580

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIRGILIO Biagio – Presidente –

Dott. GRECO Antonio – Consigliere –

Dott. ESPOSITO Antonio Francesco – Consigliere –

Dott. ANDREAZZA Gastone – Consigliere –

Dott. SCARCELLA Alessio – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 22921-2010 proposto da:

A.N., domiciliato in ROMA PIAZZA CAVOUR presso la

cancelleria della CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso

dall’Avvocato FABRIZIO MOBILIA con studio in MESSINA VIA P. ROMEO 4

(avviso postale ex art. 135), giusta delega a margine;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE;

– intimate –

avverso la sentenza n. 186/2009 della COMM.TRIB.REG. DELLA SICILIA

SEZ.DIST. di MESSINA, depositata il 18/06/2009;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

15/11/2016 dal Consigliere Dott. ALESSIO SCARCELLA;

udito per il ricorrente l’Avvocato LA PEDALINA per delega

dell’Avvocato MOBILIA che ha chiesto l’accoglimento e deposita copia

della sentenza n. 4833/15 di questa Corte;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. DEL

CORE Sergio, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

1. Con sentenza emessa in data 7/05/2009, depositata in data 18/06/2009, la Commissione tributaria regionale di Palermo, sez. staccata di Messina, dichiarava inammissibile l’appello proposto dall’Agenzia delle Entrate, uff. Messina, condannando l’A.F. al pagamento delle spese del giudizio da distrarre in favore del procuratore antistatario; oggetto della controversia è un’istanza di rimborso presentata dal contribuente in data 14/09/1993 avente ad oggetto l’IRPEF ritenuta in eccesso, indebitamente trattenuta alla fonte, da parte dell’Amministrazione comunale di Messina, a seguito della liquidazione del TFR; il contribuente, in sintesi, lamentava che l’ente, datore di lavoro, non aveva proceduto all’abbattimento del 50% dell’importo globale ai fini del calcolo dell’imponibile, con la conseguenza di una minore imposta dovuta.

2. La CTR ha preliminarmente accertato la tempestività dell’appello proposto, chiedendo all’Agenzia di produrre la ricevuta di spedizione della racc.ta relativa all’atto di appello; a seguito della mancata produzione di quanto richiesto da parte dell’Ufficio, la CTR ha ritenuto intempestiva la notifica della sentenza all’appellato; in particolare, essendo stata la sentenza pubblicata il 7/1/2004, ha rilevato che il termine “lungo” di un anno e 46 giorni scadeva il 22/02/2005; dagli atti risultava che l’atto di appello era stato ricevuto in data 24/02/2005, ma non essendo stato in grado l’Ufficio di fornire la prova della tempestività della notifica dell’atto di appello, non essendo la stessa desumibile da elementi oggettivi, ha ritenuto l’appello tardivo e quindi inammissibile, con conseguente assorbimento dei residui motivi, procedendo alla liquidazione equitativa delle spese di giudizio in Euro 250,00 con distrazione in favore del procuratore antistatario.

3. L’Agenzia delle Entrate non si è costituita nei termini di legge mediante controricorso, mentre il contribuente ha depositato in data 8/11/2016 memoria ex art. 378 c.p.c., in cui richiama la giurisprudenza di questa Corte che, in fattispecie analoga a quella sub iudice, ha ritenuto fondato il ricorso con riferimento alla liquidazione delle spese.

4. All’udienza del 15/11, presente l’Avv. M. La Pedalina in sostituzione dell’Avv. F. Mobilia, il ricorso è stato trattenuto in decisione, chiedendone il Dott. Sergio Del Core, in rappresentanza della P.G. presso questa S.C., l’accoglimento.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

5. Contro la prefata sentenza della Commissione tributaria Regionale ha proposto ricorso il contribuente A.N., con cui deduce un unico motivo, di seguito enunciato nei limiti strettamente necessari per la motivazione.

5.1. Deduce, con tale unico motivo, il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4, per violazione dell’art. 91 c.p.c. e L. n. 794 del 1942, art. 24 nonchè del D.M. Giustizia n. 127 del 2004, recante approvazione della delibera del CNF 25/09/2002 che stabilisce i criteri per la determinazione degli onorari, diritti ed indennità spettanti agli avvocati per le prestazioni giudiziali, in materia civile e penale, e stragiudiziali e correlato vizio di motivazione inesistente ed omessa su un punto decisivo del giudizio, e conseguente violazione dell’art. 132 c.p.c. e art. 118 disp. att. c.p.c..

In sintesi la censura attinge l’impugnata sentenza in quanto, sostiene il ricorrente, la sentenza impugnata sarebbe affetta dal predetto vizio nel capo concernente la misura della liquidazione delle spese processuali relative al grado d’appello, correttamente poste a carico dell’A.F. per effetto della soccombenza, ma in violazione dei minimi tariffari in relazione al valore della controversia (e senza liquidare nè il rimborso forfettario per le spese generali nè di quelle vive effettivamente sostenute e documentate in atti), determinando in maniera globale ed indistinta le spese vive, i diritti e gli onorari di avvocato per complessivi 250 Euro, in misura macroscopicamente inferiore a quelle esposte nella nota depositata in data 9/01/2009, tenuto conto del valore della causa (da Euro 5200,01 ad Euro 25900,00) determinato in relazione all’ammontare del rimborso d’imposta e dei relativi accessori spettanti alla parte privata in applicazione dei criteri fissati dalla sentenza di primo grado tardivamente impugnata dall’A.F.; detta determinazione, operata in maniera globale, indistinta ed immotivata difformità rispetto alla nota spese con riferimento alla misura di spese vive, diritti ed onorari, non può considerarsi congrua ed esauriente in considerazione dell’attività professionale svolta.

6. Il ricorso è fondato.

Anzitutto, il ricorso per cassazione, nel censurare la complessiva quantificazione operata del giudice di merito, indica le singole voci della tariffa, per diritti ed onorari, risultanti nella nota spese, in ordine alle quali quel giudice è incorso in errore, dunque lo stesso è certamente ammissibile (v. ad es. Sez. 1, n. 20808 del 02/10/2014, Rv. 632497).

Deve, poi, farsi applicazione del principio secondo cui in tema di liquidazione delle spese processuali, il giudice, in presenza di una nota specifica prodotta dalla parte vittoriosa, non può limitarsi ad una globale determinazione, in misure inferiori a quelle esposte, dei diritti di procuratore e degli onorari di avvocato, ma ha l’onere di dare adeguata motivazione della eliminazione o della riduzione di voci da lui operata, allo scopo di consentire, attraverso il sindacato di legittimità, l’accertamento della conformità della liquidazione a quanto risulta dagli atti ed alle tariffe, in relazione alla inderogabilità dei relativi minimi, a norma della L. n. 794 del 1942, art. 24. Tale principio vale in tutti i casi di scostamento dagli importi richiesti con la nota spese, anche se dovuti a pura e semplice pretermissione di quest’ultima da parte del giudice, che erroneamente abbia ritenuto non prodotta la nota, perchè ciò che rileva è il rispetto o meno dei limiti tariffari (v. in senso conforme, la richiamata Cass. civ., Sez. 5, 31 ottobre 2014, dep. 11/03/2015, n. 4833; v. anche Cass. n.20604 del 2015).

7. In conclusione, il ricorso va accolto, la sentenza impugnata deve essere cassata e la causa rinviata, per nuovo esame, alla Commissione tributaria regionale della Sicilia in diversa composizione, la quale provvederà anche in ordine alle spese del presente giudizio di cassazione.

PQM

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa, anche per le spese, alla Commissione Tributaria Regionale della Sicilia, in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella sede della S.C. di Cassazione, il 15 novembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 10 febbraio 2017

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