Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3570 del 10/02/2017


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Cassazione civile, sez. trib., 10/02/2017, (ud. 18/10/2016, dep.10/02/2017),  n. 3570

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CANZIO Giovanni – Presidente –

Dott. DIOTALLEVI Giovanni – rel. Consigliere –

Dott. D’ISA Claudio – Consigliere –

Dott. DE GREGORIO Federico – Consigliere –

Dott. SCALISI Antonino – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 13615-2010 proposto da:

P.E., FALLIMENTO C.G. in persona del Curatore pro

tempore, elettivamente domiciliati in ROMA VIALE G. MAZZINI 9-11,

presso lo studio dell’avvocato LIVIA SALVINI, che li rappresenta e

difende giusta delega a margine;

– ricorrenti –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

L’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende;

– controricorrente –

e contro

MINISTERO ECONOMIA E FINANZE;

– intimato –

avverso la sentenza n. 26/2009 della COMM.TRIB.REG. di CAMPOBASSO,

depositata il 26/03/2009;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

18/10/2016 dal Consigliere Dott. GIOVANNI DIOTALLEVI;

udito per i ricorrenti l’Avvocato FUSO per delega dell’Avvocato

SALVINI che ha chiesto l’accoglimento;

udito per il controricorrente l’Avvocato GAROFOLI che ha chiesto il

rigetto;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FUZIO Riccardo, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza in data 25 novembre 1991 la CTP di Campobasso accoglieva il ricorso di C.G. e P.E. avverso gli avvisi di accertamento n. 404/88 (in relazione al periodo d’imposta 1985) e n. 403/88 (in relazione al periodo d’imposta 1986), aventi ad oggetto IRPEF ed ILOR, in rettifica della dichiarazione congiunta dei sig. G. e P., ritenendo insussistenti le difformità contabili rilevate a loro carico.

A seguito dell’appello dell’Ufficio la CTR di Campobasso annullava la sentenza impugnata e riteneva legittimi gli accertamenti eseguiti.

Con sentenza della Corte di cassazione n. 20414/05 veniva annullata la sentenza della CTR di Campobasso n. 5172799, per violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, artt. 17, 31, 37, 43, e 101 c.p.c. concernente il mancato avviso dell’udienza alla parte P., con rinvio alla CTR.

La CTR di Campobasso, sez. 4, in data 29 gennaio 2009, n. 26/04/09 ha accolto l’appello dell’Ufficio, che aveva riassunto il giudizio, e ritenuto legittimo gli avvisi di accertamento n. 404/88 (in relazione al periodo d’imposta 1985) e n. 403/88 (in relazione al periodo d’imposta 1986), aventi ad oggetto IRPEF ed ILOR, in rettifica della dichiarazione congiunta dei sig. G. e P..

Il Fallimento ” C.G.” e E.P. in proprio hanno proposto ricorso per cassazione avverso la suddetta sentenza.

A sostegno del ricorso i ricorrenti hanno dedotto:

a) Violazione in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. Insufficiente motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio.

I ricorrenti lamentano l’erroneità dei presupposti in base ai quali è stato accolto l’appello, ritenendo inattendibili le scritture contabili sulla asserita carenza del requisito della cronologicità negli schedoni tenuti dal contribuente, dimostrata dall’omessa tenuta del libro giornale obbligatorio D.P.R. n. 600 del 1973, ex art. 14. Conclusioni non condivisibili, anche in considerazione dell’esito del proc. penale per gli stessi fatti celebrato davanti al tribunale di Campobasso, conclusosi con l’assoluzione dei ricorrenti. La ritenuta mancanza di effetti della sentenza ai fini dell’affermazione della responsabilità fiscale viene censurata come erronea in quanto non motivata; la ritenuta violazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 14 e artt. 2214 e 2216 c.c. avrebbe erroneamente giustificato l’accertamento induttivo operato D.P.R. n. 600 del 1973, ex art. 39, comma 2.

I ricorrenti deducono la correttezza della tecnica contabile utilizzata, nonostante gli schedoni o giornali conto fossero suddivisi in più parti, in quanto costituivano un corpo unico;

b) Violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 597 del 1973, art. 39 ed infondatezza nel merito.

I ricorrenti censurano la ritenuta applicabilità del metodo induttivo sulla base dell’inattendibilità della contabilità, a seguito della mancata indicazione di un appalto pubblico per 150 milioni di lire tra le rimanenze dell’anno 1985 (e poi indicato tra i componenti positivi del 1986), con conseguente duplicazione d’imposta e il mancato riconoscimento della classificazione di bilancio – quale bene strumentale – effettuato dal contribuente in relazione ad un terreno, che sarebbe stato strumentale all’attività dell’azienda e quindi correttamente collocato tra i beni ammortizzabili, e non riconducibile quindi alle giacenze di esercizio, come fatto dall’Ufficio;

c) Violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39 ed infondatezza del merito.

I ricorrenti censurano l’assenza delle presunzioni gravi, precise e concordanti a sostegno dei maggiori ricavi accertati sulla base di una contabilità erroneamente ritenuta inattendibile.

d) Contestazione di rilievi analitici.

I ricorrenti contestavano una serie ulteriore di elementi analitici (deduzione delle spese relative al rapporto di lavoro del coniuge, costo di un autovettura e rettifica delle relative quote di ammortamento, recupero dei contributi della c.d. Legge Bucalossi.

Hanno concluso chiedendo la conferma della sentenza di primo grado e l’annullamento degli avvisi di accertamento impugnati.

Si è costituito in giudizio l’Ufficio contestando integralmente le deduzioni degli appellanti, che hanno pedissequamente riproposto i motivi del ricorso in appello, peraltro attraverso mere contestazioni in fatto, e chiedendo la conferma della sentenza d’appello.

Ha depositato memoria l’appellante ribadendo la fondatezza dei motivi d’appello.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Il ricorso è infondato e deve essere respinto.

Osserva il Collegio che in tema di prova civile conseguente ad accertamento tributario, gli elementi assunti a fonte di presunzione non debbono essere necessariamente plurimi – benchè l’art. 2729 c.c., comma 1, il D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38, comma 4, e il D.P.R. n. 633 del 1972, art. 54 si esprimano al plurale – potendosi il convincimento del giudice fondare anche su un elemento unico, purchè sia preciso e grave, la valutazione della cui rilevanza, peraltro, nell’ambito del processo logico applicato in concreto, non è sindacabile in sede di legittimità ove sorretta da motivazione adeguata e logicamente non contraddittoria. (Sez. 5, Sentenza n. 656 del 15/01/2014, Rv. 629325).

Orbene il registro giornale è il documento le cui pagine sono preventivamente numerate e firmate dal responsabile e nel quale le singole partite sono iscritte “rigorosamente in ordine cronologico” per cui esso non può identificarsi con gli schedoni singoli. In realtà, il libro giornale è l’unico documento da cui poteva emergere una visione d’insieme o unitaria dell’attività dell’impresa; solo in esso il contribuente in applicazione di regole di diligenza e buona fede, deve iscrivere in esso i fatti che incideranno sulla contabilità dell’azienda. Pertanto una contabilità deve ritenersi irricostruibile o informe se da un altro documento contabile non risulti una visione complessiva della contabilità secondo un ordine cronologico; è evidente quindi che un documento a fogli scomposti non può integrare il registro neppure provvisoriamente.

Peraltro in materia di appalti di opere pubbliche in rapporto alle quali il requisito di forma è prescritto dagli artt. 35 e 54 del regolamento di contabilità dei lavori pubblici (R.D. 25 maggio 1895, n. 350) e discende, altresì, dalla stessa previsione normativa una documentazione specificamente tipizzata dei fatti attinenti allo svolgimento dell’appalto. (Sez. 1, Sentenza n. 17702 del 02/09/2005, Rv. 587082).

In tema di accertamento del reddito d’impresa, in caso di irregolarità formali delle scritture contabili gravi, e ripetute da rendere inattendibili i dati in essa esposti, è legittimo, da parte dell’Amministrazione finanziaria, il ricorso al metodo induttivo nonchè l’impiego, ai fini della determinazione dei maggiori ricavi, dei dati e delle notizie comunque raccolti o venuti a sua conoscenza (Sez. 5, Sentenza n. 1951 del 04/02/2015, Rv. 634165). In ogni caso l’accertamento con metodo analitico-induttivo, con il quale il fisco procede alla rettifica di singoli componenti reddituali, ancorchè di rilevante importo, è consentito, ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 1, lett. d), pure in presenza di contabilità formalmente tenuta, giacchè la disposizione presuppone, appunto, scritture regolarmente tenute e, tuttavia, contestabili in forza di valutazioni condotte sulla base di presunzioni gravi, precise e concordanti che facciano seriamente dubitare della completezza e fedeltà della contabilità esaminata, come è avvenuto nel caso in esame con riferimento all’appalto, e al terreno, per citare gli elementi più vistosi della contestazione. (Sez. 5, Sentenza n. 20060 del 24/09/2014, Rv. 632350).

Orbene nel caso in esame, nell’atto di accertamento risultano puntualmente smentiti tutti i motivi e gli elementi dedotti dalla contribuente per cercare di dimostrare l’erroneità dell’attività dell’Ufficio. In sostanza appare corretto, da parte del collegio, il giudizio espresso dalla Commissione regionale in ordine alla presenza, nelle determinazioni dell’ufficio, di dati coerenti, concordanti per la dimostrazione di una convergenza da fatti noti a fatti ignoti.

Peraltro l’appello svolto dai contribuenti è generico, con riferimento all’incidenza dei fatti accertati in sede penale, rispetto alla diversità delle norme di cui si è accertata la violazione. non essendosi confrontato criticamente con le deduzioni svolte dalla sentenza secondo grado che ha richiamato per relationem la motivazione analitica dell’atto di accertamento. Inoltre ai sensi dell’art. 654 (nell’ambito del giudizio tributario) c.p.p., il giudicato di assoluzione ha effetto preclusivo nel giudizio civile solo quando contenga un effettivo e specifico accertamento circa l’insussistenza o del fatto o della partecipazione dell’imputato e non anche quando l’assoluzione sia determinata dall’accertamento dell’insussistenza di sufficienti elementi di prova circa la commissione del fatto o l’attribuibilità di esso all’imputato e cioè quando l’assoluzione sia stata pronunziata a norma dell’art. 530 c.p.p., comma 2; inoltre l’accertamento contenuto in una sentenza penale irrevocabile di assoluzione pronunciata perchè il fatto non costituisce reato non ha efficacia di giudicato, ai sensi dell’art. 652 c.p.p., nel giudizio civile di danno, nel quale, in tal caso, compete al giudice il potere di accertare autonomamente, con pienezza di cognizione, i fatti dedotti in giudizio e di pervenire a soluzioni e qualificazioni non vincolate dall’esito del processo penale. (Sez. 3, Sentenza n. 4764 del 11/03/2016, Rv. 639372).

Deve pertanto condividersi il giudizio formulato dalla CTP secondo il quale l’accertamento induttivo operato dall’ufficio appare coerente nei presupposti, in quanto fondato su presunzioni assistite dai requisiti indicati dal D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39. La quantificazione a carico dei contribuenti è stata dunque correttamente effettuata sulla base del metodo induttivo adottato.

Alla luce delle suesposte considerazioni deve essere respinto il ricorso dei contribuenti.

Le spese del giudizio seguono la soccombenza.

PQM

Rigetta il ricorso e condanna gli stessi ricorrenti alla rifusione delle spese processuali in favore dell’Ufficio, liquidate le stesse in Euro 1500,00, oltre accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 18 ottobre 2016.

Depositato in Cancelleria il 10 febbraio 2017

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