Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3546 del 10/02/2017


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Cassazione civile, sez. III, 10/02/2017, (ud. 11/11/2016, dep.10/02/2017),  n. 3546

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMBROSIO Annamaria – Presidente –

Dott. SESTINI Danilo – rel. Consigliere –

Dott. GRAZIOSI Chiara – Consigliere –

Dott. SCRIMA Antonietta – Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 28497-2014 proposto da:

P. & C. DI F.P. ED E.M. SNC in persona

del legale rappresentante in carica P.F., elettivamente

domiciliata in ROMA, VIA CASSIODORO 1/A, presso lo studio

dell’avvocato MARCO ANNECCHINO, che la rappresenta e difende

unitamente agli avvocati ROBERTO MARCELLO DELFINO, GIORGIO CERIALE

giusta procura speciale in calce al ricorso;

– ricorrenti –

contro

MB PLANT SRL;

– intimata –

avverso la sentenza n. 352/2014 della CORTE D’APPELLO di GENOVA,

depositata il 08/04/2014;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

11/11/2016 dal Consigliere Dott. DANILO SESTINI;

udito l’Avvocato GIORGIO CERIALE;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

IACOVIELLO FRANCESCO MAURO che ha concluso per l’inammissibilità

del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto di citazione notificato il 3.7.2009, la società P. s.n.c. intimò alla MB Plant s.r.l. sfratto per morosità in relazione ad un capannone sito in (OMISSIS).

L’intimata si oppose alla convalida, assumendo che fra le parti erano intercorsi accordi verbali che prevedevano la sospensione del pagamento dei canoni a fronte dell’impegno della conduttrice al rilascio spontaneo; in via riconvenzionale, richiese il pagamento di una fornitura di piante da vivaio.

Emessa ordinanza non impugnabile di rilascio e disposto il mutamento del rito, il Tribunale riunì al giudizio di sfratto quello relativo all’opposizione al decreto ingiuntivo emesso ad istanza della P. per il pagamento dei canoni.

All’esito dell’istruttoria, il Tribunale dette atto che l’immobile era stato rilasciato e dichiarò la risoluzione del contratto per inadempimento della conduttrice; indi revocò il decreto ingiuntivo, ma condannò la MB Plant al pagamento dei canoni insoluti, previa compensazione col credito derivante dalla fornitura di piante.

In riforma della sentenza di primo grado, la Corte di Appello di Genova ha rigettato la domanda di risoluzione per inadempimento e quella di condanna della conduttrice al pagamento dei canoni insoluti.

Ricorre per cassazione la P. & C. s.n.c. di F.P. ed E.M., affidandosi a nove motivi illustrati da mR,emoria; l’intimata non svolge attività difensiva.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Sulla base delle dichiarazioni rese dal teste B. (che la Corte ha considerato capace a testimoniare e attendibile), il giudice di appello ha ritenuto provato che, nel maggio 2008, le parti avevano concordato che la “MB Plant avrebbe rilasciato il capannone entro il 30.6.2009 o entro la data di vendita dell’immobile e che dal giugno 2008 alla vendita il canone non sarebbe stato pagato” ed ha conseguentemente rigettato la domanda di risoluzione per morosità della conduttrice e quella di condanna al pagamento dei canoni insoluti.

2. I primi due motivi del ricorso attengono all’ammissibilità della prova testimoniale.

Col primo (violazione degli artt. 2722 e 2723 c.c. in relazione all’art. 1325 c.c., n. 4, nonchè “violazione dei principi generali in materia di patto aggiunto al contratto scritto di locazione e di nullità delle pattuizioni relative prive di forma scritta. Omesso esame di un fatto decisivo”), la ricorrente assume che la Corte non avrebbe potuto ammettere una prova testimoniale volta a dimostrare l’esistenza di patti difformi da quelli risultanti dalla scrittura di locazione, tanto più che era mancata un’adeguata motivazione circa la ricorrenza di condizioni che consentissero di derogare al criterio generale.

Col secondo (violazione dell’art. 1967 c.c. e “dei principi generali in materia di prova della transazione”, nonchè omesso esame di un fatto decisivo), la P. deduce che l’asserito accordo verbale avrebbe avuto natura transattiva e pertanto avrebbe dovuto essere provato per iscritto.

2.1. Il primo motivo è inammissibile, sotto entrambi i profili dedotti: a prescindere dal rilievo che il vizio motivazionale ex art. 360 c.p.c., n. 5 non prospetta una questio facti (bensì la questio iuris concernente l’ammissibilità o meno della prova per testi sul “patto aggiunto”), il motivo avrebbe dovuto essere corredato dalla specifica enunciazione del dove, come e quando fosse stata eccepita l’inammissibilità della prova, atteso che “l’inammissibilità della prova testimoniale ai sensi degli artt. 2722 e 2723 cod. civ., derivando non da ragioni di ordine pubblico processuale, quanto dall’esigenza di tutelare interessi di natura privata, non può essere rilevata d’ufficio, ma deve essere eccepita dalla parte interessata, prima dell’ammissione del mezzo istruttorio” (Cass. n. 21443/20123).

2.2. Analoghe considerazioni possono essere svolte per il secondo motivo, che risulta inammissibile anche per il fatto di postulare la natura transattiva dell’accordo che – tuttavia – presuppone un accertamento in fatto non demandabile al giudice di legittimità.

3. Col terzo motivo (violazione e/o falsa applicazione dell’art. 1353 c.c. in relazione all’art. 1362 c.c. ed omesso esame di un fatto decisivo), la ricorrente evidenzia che – a tutto concedere – l’accordo sulla sospensione del pagamento del canone era “destinato ad operare nell’orizzonte temporale definito dalla conclusione del contratto di vendita del capannone in locazione alla stessa conduttrice oppure a soggetto terzo” e rileva che, al momento in cui era stato introdotto il giudizio di sfratto per morosità, tale condizione non si era avverata e, “essendo superata la tempistica considerata per la vendita, non vi era ragione alcuna per ritenere la conduttrice esonerata dal pagamento del canone”.

3.1. Il motivo è inammissibile, in quanto rimanda a testimonianze (concernenti una trattativa che sarebbe intercorsa fra il B. e l’impresario che aveva realizzato i capannoni in cui era compreso quello della P.) e sollecita un inammissibile accertamento in fatto sulla circostanza che era venuto meno il presupposto per la sospensione del pagamento dei canoni.

4. Il quarto motivo (violazione dell’art. 1372 c.c. e omesso esame di un fatto decisivo) è anch’esso inammissibile perchè assume l’estraneità della P. agli accordi concernenti la sospensione del canone sul presupposto che gli stessi sarebbero intervenuti fra soggetti terzi (l’impresario G. e la MB Plant), così introducendo elementi di fatto non risultanti dalla sentenza impugnata e non suscettibili di autonomo accertamento da parte di questa Corte.

5. Col quinto motivo (violazione dell’art. 418 c.p.c. e omesso esame di un fatto decisivo), la ricorrente si duole che la Corte abbia preso in considerazione l’accordo di sospensione del pagamento dei canoni benchè avesse dichiarato inammissibili le domande riconvenzionali della MB concernenti anche l’accordo sulla sospensione del versamento dei canoni.

5.1. Il motivo è infondato: risulta dallo stesso ricorso (pag. 4) oltrechè dalla sentenza (pag. 4) che l’esistenza di un accordo sulla sospensione dei canoni venne immediatamente dedotta dall’intimata già nella fase sommaria, cosicchè si trattava di circostanza esaminabile dalla Corte a prescindere dalla inammissibilità delle riconvenzionali successivamente proposte.

6. Il sesto motivo (violazione degli artt. 2709 e 2214 c.c. e omesso esame di un fatto decisivo) censura la Corte per avere ritenuto non decisivo il fatto che la P. avesse continuato ad emettere fatture per il pagamento dei canoni ed evidenzia – al contrario – la rilevanza della circostanza.

6.1. Il motivo è inammissibile: senza evidenziare specifici errores in iure, sollecita un diverso apprezzamento dei fatti (peraltro senza ottemperare agli oneri imposti dall’art. 366 c.p.c., n. 6, in relazione ai registri e alla documentazione contabile richiamata).

7. Il settimo motivo (violazione dell’art. 246 c.p.c. e omesso esame di un fatto decisivo) deduce l’incapacità del teste B. per essere – in realtà – socio occulto e non mero collaboratore della MB Plant ed evidenzia che tale posizione era evincibile dalle dichiarazioni del teste G..

7.1. Il motivo è inammissibile: a prescindere dal rilievo che difettano elementi a dimostrazione della tempestività dell’eccezione di nullità della testimonianza (cfr. Cass. n. 18036/2014), deve considerarsi che la ricorrente censura l’accertamento compiuto dalla Corte sulla capacità a testimoniare del B. richiamando elementi fattuali (di cui deduce l’insufficiente esame) che non sono ulteriormente valutabili in sede di legittimità.

8. L’ottavo motivo (violazione e/o falsa applicazione dell’art. 1453 c.c. e dell’art. 116 c.p.c., comma 2, nonchè omesso esame di un fatto decisivo) censura la Corte per non avere considerato “la condotta della difesa di controparte nella fase del procedimento sommario di convalida”, ossia la circostanza che l’intimata non avesse offerto il pagamento dei canoni per evitare il provvedimento giudiziale di rilascio, sintomatica della mancanza di liquidità e della pretestuosità delle difese basate sull’accordo per la sospensione dei canoni.

8.1. Anche questo motivo risulta inammissibile in quanto, senza dedurre effettivamente erronee affermazioni in iure, si limita a svolgere mere congetture sulla base di elementi fattuali privi di decisività.

9. Parimenti inammissibile è il nono motivo, che denuncia la violazione degli artt. 433 e segg. c.p.c. e l’omesso esame di un fatto decisivo sul rilievo che il contratto di locazione non era stato dichiarato nullo e che pertanto avrebbe dovuto essere considerato produttivo di effetti (anche in relazione al pagamento dei canoni) una volta che era venuta meno la possibilità di perfezionare l’accordo per la vendita del capannone: senza dedurre effettivamente alcuna violazione degli artt. 433 e segg. c..p.c., le censure si risolvono, infatti, nella sollecitazione ad una diversa ricostruzione della vicenda.

10. In difetto di attività difensiva da parte dell’intimata, non deve provvedersi sulle spese di lite.

11. Trattandosi di ricorso proposto successivamente al 30.1.2013, ricorrono le condizioni per l’applicazione del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater.

PQM

la Corte dichiara l’inammissibilità del ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 11 novembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 10 febbraio 2017

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