Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3544 del 13/02/2020

Cassazione civile sez. VI, 13/02/2020, (ud. 17/10/2019, dep. 13/02/2020), n.3544

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FRASCA Raffaele – Presidente –

Dott. CIGNA Mario – Consigliere –

Dott. CIRILLO Francesco Maria – Consigliere –

Dott. VINCENTI Enzo – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 1125-2018 proposto da:

V.I., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA E. MANFREDI

11, presso lo studio dell’avvocato GIULIO VALENTI, rappresentato e

difeso da se medesimo;

– ricorrente –

contro

TELECOM ITALIA SPA, in persona del Procuratore pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE BRUNO BUOZZI 107, presso lo

studio dell’avvocato GIOVANNI GORI, che la rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 938/2017 della CORTE D’APPELLO di PALERMO,

depositata il 19/05/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 17/10/2019 dal Consigliere Relatore Dott. MARCO

ROSSETTI.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Nel 2008 V.I. convenne dinanzi al Tribunale di Agrigento la società Telecom Italia s.p.a., esponendo che:

-) aveva stipulato con la Telecom un contrato di utenza telefonica;

-) la Telecom il 24.12.2007 disattivò la sua utenza, e gli addebitò la somma di 200,13 Euro a titolo di penale;

-) l’utenza restò disattiva dal 24 dicembre al 10 gennaio;

-) in conseguenza di tali fatti aveva patito danni patrimoniali e non patrimoniali, consistiti nel non aver potuto ricevere telefonicamente gli auguri di amici e parenti per le festività natalizie, e di avere perduto “potenziali clienti” per la sua attività professionale di avvocato.

2. Con sentenza n. 1091 del 2011 il Tribunale di Agrigento accolse la domanda, liquidando complessivamente i danni patrimoniali e non patrimoniali nella misura di Euro 4.000, oltre Euro 1.614,75 di spese, più accessori.

3. La Corte d’appello di Palermo, adita dalla società soccombente, ritenne che l’unico danno risarcibile fosse la somma di Euro 200,13 addebitata dalla Telecom all’utente, e rigettò tutte le altre domande risarcitorie.

4. La sentenza d’appello è stata impugnata per cassazione da V.I. con ricorso fondato su due motivi.

Ha resistito con controricorso la Telecom Italia s.p.a..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Col primo motivo il ricorrente sostiene che sia stata erroneamente rigettata la sua domanda di risarcimento del danno patrimoniale, il quale si sarebbe dovuto ritenere sussistente almeno sotto il profilo della perdita di chance.

Col secondo motivo il ricorrente sostiene che sia stata erroneamente rigettata la sua domanda di risarcimento del danno non patrimoniale.

2. Ambedue i motivi sono inammissibili, e per più ragioni.

In primo luogo, sono inammissibili perchè lo stabilire se esista o non esista un danno, e se esso sia o non sia derivato da un fatto illecito o da un inadempimento contrattuale, costituiscono altrettanti apprezzamenti di fatto, riservati al giudice di merito e non sindacabili in sede di legittimità.

3. In secondo luogo, i due motivi sono entrambi inammissibili perchè le censure mosse dal ricorrente alla sentenza d’appello in null’altro consistono se non in una mera declamazione di principi giuridici astratti, senza alcuna connessione col caso concreto.

Essi, in particolare, non spiegano perchè mai nel caso di specie sussisterebbero i presupposto di fatto, giustificativi dell’applicazione dei principi di diritto invocati dal ricorrente. Un ricorso per cassazione così concepito viola i principi ripetutamente affermati da questa Corte, a partire da Sez. 3, Sentenza n. 4741 del 04/03/2005, Rv. 581594 – 01, sino a Sez. un., Sentenza n. 7074 del 20/03/2017, secondo i quali il ricorso per cassazione è un atto nel quale si richiede al ricorrente di articolare un ragionamento sillogistico così scandito:

(a) quale sia stata la decisione di merito;

(b) quale sarebbe dovuta essere la decisione di merito;

(c) quale regola o principio sia stato violato, per effetto dello scarto tra decisione pronunciata e decisione attesa.

Questa Corte, infatti, può conoscere solo degli errori correttamente censurati, ma non può di regola rilevarne d’ufficio, nè può pretendersi che essa intuisca quale tipo di censura abbia inteso proporre il ricorrente, quando questi esponga le sue doglianze con tecnica scrittoria oscura, come si è già ripetutamente affermato (da ultimo, in tal senso, Sez. 3, Sentenza n. 21861 del 30.8.2019; Sez. 3, Ordinanza n. 11255 del 10.5.2018; Sez. 3, Ordinanza n. 10586 del 4.5.2018; Sez. 3, Sentenza 28.2.2017 n. 5036).

3.1. Sarà opportuno aggiungere, con riferimento al primo motivo di ricorso, che invocare il risarcimento del danno da perdita di chance non può affatto costituire, come mostra di ritenere il ricorrente, un commodus discessus concesso a chi non sia stato in grado di dimostrare il nesso di causa tra il fatto illecito ed il danno. Come già ripetutamente affermato da questa Corte, infatti, la perdita d’una chance favorevole esige pur sempre la dimostrazione del fatto: (a) che una possibilità di incremento patrimoniale esisteva concretamente; (b) che tra il fatto illecito e la perdita di quella possibilità esista un nesso causale certo (ex multis, da ultimo, Sez. 3 -, Sentenza n. 5641 del 09/03/2018, Rv. 648461 – 02).

Nel caso di specie, per contro, la Corte d’appello ha ritenuto non solo che mancasse la prova tanto del primo, quanto del secondo dei suddetti elementi, ma che l’attore non avesse nemmeno “specificamente dedotto” in giudizio quali possibilità di incremento patrimoniale avesse mai perduto.

Valutazione, quest’ultima, nemmeno censurata dal ricorrente.

3.2. Con riferimento, poi, al secondo motivo di ricorso, col quale il ricorrente lamenta il rigetto della sua domanda di risarcimento del danno non patrimoniale, ai profili di inammissibilità sopra evidenziati deve aggiungersi che la perduta possibilità di disporre d’un telefono funzionante durante le feste natalizie non costituisce nè una ipotesi di reato, nè una lesione di diritti della persona costituzionalmente garantiti: non ricorreva dunque, nella specie, alcuna delle ipotesi cui l’art. 2059 c.c., così come interpretato da questa Corte e della Corte costituzionale, subordina l’ammissibilità del risarcimento dei danni non patrimoniali.

4. Le spese.

4.1. Le spese del presente giudizio di legittimità vanno a poste a carico del ricorrente, ai sensi dell’art. 385 c.p.c., comma 1, e sono liquidate nel dispositivo.

4.2. L’inammissibilità del ricorso costituisce il presupposto, del quale si dà atto con la presente sentenza, per il pagamento a carico della parte ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, (nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17).

PQM

(-) dichiara inammissibile il ricorso;

(-) condanna V.I. alla rifusione in favore di Telecom Italia s.p.a. delle spese del presente giudizio di legittimità, che si liquidano nella somma di Euro 2.700, di cui 200 per spese vive, oltre I.V.A., cassa forense e spese forfettarie D.M. 10 marzo 2014, n. 55, ex art. 2, comma 2;

(-) dà atto che sussistono i presupposti previsti dal D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, per il versamento da parte di V.I. di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sesta Sezione civile della Corte di cassazione, il 17 ottobre 2019.

Depositato in Cancelleria il 13 febbraio 2020

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