Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3537 del 13/02/2020

Cassazione civile sez. VI, 13/02/2020, (ud. 10/10/2019, dep. 13/02/2020), n.3537

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FRASCA Raffaele – Presidente –

Dott. SCODITTI Enrico – Consigliere –

Dott. GRAZIOSI Chiara – Consigliere –

Dott. GIANNITI Pasquale – rel. Consigliere –

Dott. PORRECA Paolo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 27667-2018 proposto da:

P.U., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA POMPEO TROGO 21,

presso lo studio dell’avvocato MARIO FARAMONDI, che lo rappresenta e

difende;

– ricorrente –

contro

P.G., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA SENECA 46,

presso lo studio dell’avvocato FRANCESCO PALA, che lo rappresenta e

difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 2832/2018 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 03/05/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 10/10/2019 dal Consigliere Relatore Dott. GIANNITI

PASQUALE.

Fatto

RILEVATO IN FATTO

1. P.U. ha proposto ricorso avverso la sentenza n. 2832/2018 della Corte di appello di Roma, che, respingendo l’impugnazione da lui proposta nei confronti di P.G., ha confermato la sentenza n. 8807/2010 del Tribunale di Roma, che aveva rigettato la domanda con la quale suo fratello G. aveva chiesto dichiararsi illegittimo il suo uso esclusivo di un locale caldaia, sito in (OMISSIS) con conseguente sua condanna al risarcimento dei danni derivati dal mancato godimento del bene.

2. Ha resistito con controricorso P.G.

3. Essendosi ritenute sussistenti dal relatore designato le condizioni per definire il ricorso con il procedimento ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., è stata redatta proposta ai sensi di tale norma e ne è stata fatta notificazione ai difensori delle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza della Corte.

4. In vista dell’odierna adunanza entrambe le parti hanno depositato memoria a sostegno dei rispettivi assunti.

Diritto

RITENUTO IN DIRITTO

1. P.U. censura la sentenza impugnata per due motivi.

1.1. Con il primo motivo, articolato in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c. nella parte in cui la Corte territoriale, nonostante la formulazione di un espresso motivo di appello, ha confermato la sentenza di primo grado anche nel punto in cui il Tribunale, in assenza di ogni domanda di individuazione del bene comune, ha disposto c.t.u. per detta individuazione e poi, sempre in assenza di domanda di parte, ha emesso sentenza costitutiva di comproprietà dell’immobile. Rileva il ricorrente che: a) l’oggetto del giudizio è costituito da un locale, di proprietà comune sua e del fratello G., sito al piano cantinato di uno stabile di Civitacampomarano, a lui donato per intero; b) il Tribunale, attinto da una domanda di condanna generica al pagamento di una somma di denaro (l’indennità di occupazione per l’appunto), aveva invece pronunciato una sentenza costitutiva di comproprietà dello stesso; e la Corte territoriale aveva erroneamente sul punto confermato la sentenza di primo grado; c) suo fratello G. aveva incardinato successivo separato giudizio teso all’ottenimento di una sentenza costitutiva di comproprietà sul locale in esame.

1.2. Con il secondo motivo, articolato in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, denuncia omesso esame del fatto decisivo e controverso, che suo fratello G., nell’introdurre il giudizio di primo grado, non aveva fornito alcun dato per la individuazione del locale comune e che lui aveva proposto impugnazione avverso la sentenza di primo grado proprio perchè il Tribunale aveva erroneamente ritenuto di individuare il bene in quello oggetto di riferimento in donazione, sulla base delle empiriche e personali deduzioni del consulente tecnico d’ufficio, senza considerare che lui è proprietario esclusivo di tutti i beni indicati in donazione e a lui donati. Ribadisce il ricorrente che la Corte di merito, così operando, è pervenuta alla conclusione di far ottenere all’originario attore la proprietà di un bene immobile, che in realtà è di sua proprietà.

2. Il ricorso è inammissibile per mancata osservanza del requisito previsto dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6).

Come è noto, è jus receptum nella giurisprudenza di legittimità il principio per cui il motivo è inammissibile, ogni qual volta la sua illustrazione si fonda su documenti e/o atti processuali, ma non osserva i contenuti dell’indicazione specifica prescritta dall’art. 366 c.p.c., n. 6, in quanto: a) non ne trascrive direttamente il contenuto per la parte che dovrebbe sorreggere la censura, nè, come sarebbe stato possibile in alternativa, lo riproduce indirettamente indicando la parte del documento o dell’atto, in cui troverebbe rispondenza l’indiretta riproduzione; b) non indica la sede del giudizio di merito in cui il documento venne prodotto o l’atto ebbe a formarsi; c) non indica la sede in cui in questo giudizio di legittimità il documento, in quanto prodotto (ai diversi effetti dell’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4), se nella disponibilità, sarebbe esaminabile dalla Corte, ovvero, sempre in quanto prodotto, sa esaminabile in copia, se trattisi di documento della controparte; d) non indica la sede in cui l’atto processuale sarebbe esaminabile in questo giudizio di legittimità, in quanto non precisa di averlo prodotto in originale (ove possibile) o in copia (ove trattisi di atto della controparte o del fascicolo d’ufficio, come i verbali di causa) e nemmeno fa riferimento alla presenza nel fascicolo d’ufficio (come ammette Cass. sez. un. 22716 del 2011).

A tali prescrizioni non si conforma il ricorso, nel quale è stata inammissibilmente omessa qualsiasi indicazione contenutistica e di localizzazione degli atti ai quali il ricorso stesso fa riferimento. In particolare, il ricorrente: a) quanto al primo motivo: non indica in modo specifico il tenore della domanda introduttiva e quello della sentenza di primo grado, e omette di criticare in modo specifico la sentenza impugnata, là dove rigettò il motivo inerente la pretesa extrapetizione; b) quanto al secondo motivo: non riporta il contenuto dell’atto di donazione (come pure dei documenti catastali e della domanda di sanatoria), di cui lamenta la errata interpretazione, e comunque non indica le ragioni della dedotta illegittimità; contesta la consulenza tecnica espletata in primo grado, ma inammissibilmente non si fa carico di trascrivere integralmente i passaggi non condivisi e le relative doglianze articolate davanti al giudice di merito, segnalando gli errori commessi da quest’ultimo nel recepire la c.t.u., trascurando i rilievi ad essa mossi.

3.Alla inammissibilità del ricorso consegue la condanna di parte ricorrente alla rifusione delle spese sostenute da parte resistente, nonchè declaratoria di sussistenza dei presupposti per il pagamento dell’importo, previsto per legge ed indicato in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte: dichiara inammissibile il ricorso; e condanna parte ricorrente al pagamento in favore di parte resistente delle spese del presente giudizio, che liquida in Euro 3.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200 ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, ad opera di parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del citato art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 10 ottobre 2019.

Depositato in cancelleria il 13 febbraio 2020

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