Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3537 del 10/02/2017


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Cassazione civile, sez. III, 10/02/2017, (ud. 21/07/2016, dep.10/02/2017),  n. 3537

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMBROSIO Annamaria – Presidente –

Dott. FRASCA Raffaele – rel. Consigliere –

Dott. SCRIMA Antonietta – Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – Consigliere –

Dott. TATANGELO Augusto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 11161-2013 proposto da:

PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI, in persona del Presidente del

Consiglio p.t., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI

PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la

rappresenta e difende per legge;

– ricorrente –

contro

A.C., S.G., A.B., C.C.,

D.N.O.R., elettivamente domiciliati in ROMA, VIA SAN

GIOVANNI IN LATERANO 190, presso lo studio dell’avvocato BONAVENTURA

SORRENTINO, che li rappresenta e difende giusta procura a margine

del controricorso;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 210/2013 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 14/01/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

21/07/2016 dal Consigliere Dott. RAFFAELE FRASCA;

udito l’Avvocato BONAVENTURA SORRENTINO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

RUSSO ROSARIO GIOVANNI che ha concluso per l’accoglimento del

ricorso (Cass. sent. n. 17066/16).

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

p.1. La Presidenza del Consiglio dei ministri ha proposto ricorso per cassazione contro i medici A.B., S.G., D.N.O.R., C.C. e A.C. (rectius: C., a stare alla sentenza), avverso la sentenza della Corte d’Appello di Roma del 14 gennaio 2013, con cui, in riforma della sentenza del novembre 2007 del Tribunale di Roma, sono state riconosciute distinte somme a ciascuno dei ricorrenti a titolo di risarcimento danni, in relazione alla frequenza di corsi di specializzazione medica nella situazione di mancato adempimento statuale all’obbligo di dare attuazione dopo il 31 dicembre 1982 alla direttiva 82/76 CEE/75, recepita tardivamente soltanto con il D.Lgs. n. 257 del 1991 per gli specializzandi iscritti ai corsi a partire dall’anno accademico 1991-1992.

La sentenza impugnata ha anche escluso la legittimazione passiva dei Ministeri del Lavoro della Salute e delle Politiche Sociali, di quello dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e di quello dell’Economia e delle Finanze, riconoscendo invece la legittimazione esclusiva della Presidenza del Consiglio dei ministri.

p.2. Al ricorso, che propone due motivi, hanno resistito i medici, fra cui l’Amoroso (con prenome C.), con congiunto controricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

p.1. Il primo motivo di ricorso – deducente “violazione e falsa applicazione delle Direttive n. 75/362/CEE, n. 75/363/CEE, modificate dalla Direttiva 82/76/CEE,violazione e falsa applicazione della Direttiva n. 93/16/CEE, artt. 26 e 27, e violazione e falsa applicazione della L. n. 370 del 1999, art. 11, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3” non è fondato.

Il motivo riguarda soltanto le posizioni dei dottori A. e S. e vi si sostiene che nulla doveva riconoscersi alla prima, perchè aveva frequentato un corso di specializzazione in oncologia di durata triennale, nulla doveva riconoscersi al secondo per il corso di specializzazione in tisiologia e malattie dell’apparato respiratorio di durata parimenti triennale.

Ciò sotto due profili: a) perchè quei corsi di specializzazione non trovavano corrispondenza in quelli individuati dalla direttiva n. 75/362/CEE negli artt. 4 e 5 e dalla direttiva n. 75/363/CEE all’art. 7, poi coordinate dalla direttiva n. 82/76/CEE; b) perchè la direttiva n. 93/16/CEE, che “riunirebbe” le precedenti direttive in un testo unico, negli artt. 26 e 27 prevede espressamente che la durata dei corsi dovesse essere quadriennale.

p.1.1. Il motivo è infondato.

Lo è quanto al secondo profilo perchè non spiega come e perchè dovrebbe annettersi rilievo alla direttiva del 1993 in relazione all’oggetto del presente giudizio, che concerne l’inadempimento statuale alle direttive pregresse, riguardo al quale del resto l’art. 44 della direttiva del 1993, nell’abrogarle, fece salvi gli obblighi degli stati membri relativi ai termini di recepimento.

Lo è quanto al primo profilo, perchè la questione proposta non risulta esaminata dalla sentenza impugnata e parte ricorrente non ha indicato se e dove l’aveva prospettata.

Nè si tratta di questione di mero diritto, ma di questione che imponeva accertamenti di fatto e che come tale non può essere introdotta in sede di legittimità.

Parte ricorrente non ha nemmeno prospettato che si tratti di mera quaestio iuris, ma, in ogni caso, la Corte si è soffermata recentemente a spiegare le ragioni per cui non potrebbe esserlo nella sentenza resa sul ricorso iscritto al n.r.g. 21618 del 2013, in cui la difesa erariale lo aveva sostenuto.

La sentenza è la n. 23199 del 2016, pronunciata all’esito della camera dell’udienza pubblica del 15 luglio 2016 e pubblicata il 15 novembre 2016. Ad essa è sufficiente fare rinvio.

p.2. Con un secondo motivo si lamenta “violazione e falsa applicazione della L. n. 370 del 1999, art. 11, comma 1, e violazione e falsa applicazione degli artt. 1219 e 1224 c.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3”.

Vi si censura la sentenza impugnata, là dove, dopo avere individuato il parametro di liquidazione del danno per ciascun anno di corso di specializzazione frequentato nella misura di Euro 6.713,94, corrispondente all’importo indicato in vecchie lire dalla L. n. 370 del 1999, art. 11, ha, nel presupposto che si trattasse di debito di valore, proceduto a rivalutarlo e, sempre in via equitativa, lo ha elevato ad Euro 8.000,00 annui “a decorrere dal novembre 1999 (con riferimento alla L. n. 370 del 1999) e sino alla pubblicazione della (…1 sentenza”.

La difesa erariale sostiene che in tal modo si sarebbero contraddetti i principi affermati da questa Corte con la sentenza n. 1917 del 2012 e, quindi, costantemente ribaditi.

p.2. (1 motivo è fondato.

Il principio di diritto affermato da Cass. n. 1917 del 2012 è il seguente: “In tema di risarcimento dei danni per la mancata tempestiva trasposizione delle direttive comunitarie 75/362/CEE e 82/76/CEE in favore dei medici frequentanti le scuole di specializzazione in epoca anteriore all’anno 1991, deve ritenersi che il legislatore – dettando la L. 19 ottobre 1999, n. 370, art. 11 con la quale ha proceduto ad un sostanziale atto di adempimento parziale soggettivo delle citate direttive – abbia palesato una precisa quantificazione dell’obbligo risarcitorio da parte dello Stato, valevole anche nei confronti di coloro i quali non erano ricompresi nel citato art. 11. A seguito di tale esatta determinazione monetaria, alla precedente obbligazione risarcitoria per mancata attuazione delle direttive si è sostituita un’obbligazione avente natura di debito di valuta, rispetto alla quale – secondo le regole generali di cui agli artt. 1219 e 1224 cod. civ. – gli interessi legali possono essere riconosciuti solo dall’eventuale messa in mora o, in difetto, dalla notificazione della domanda giudiziale”.

Tale principio di diritto è stato effettivamente applicato costantemente dalla successiva giurisprudenza di questa Corte (ex multis, riassuntivamente, si vedano Cass. (ord.) n. 23365 del 2014 e Cass. (ord.) n. 16086 del 2015) e nel controricorso non ci si preoccupa di discutere gli specifici argomenti con cui la citata sentenza, riagganciandosi alle considerazioni di cui ai paragrafi precedenti circa le peculiarità dell’inadempimento statuale in subiecta materia, giustificò i principio di diritto nel paragrafo 7.5.

Sicchè, il motivo appare manifestamente fondato.

Ne deriva che la sentenza impugnata, in assenza di allegazione e dimostrazione dell’esistenza di un maggior danno, avrebbe dovuto riconoscere dovuto ai medici l’importo in ragione d’anno di frequenza del corso di specializzazione parametrato a quello di cui alla L. n. 370 del 1999, art. 11 con gli interessi legali dal momento della proposizione della domanda giudiziale ovvero da quello anteriore di messa in mora.

Tanto comporta la sua cassazione riguardo alla statuizione con cui ha liquidato il danno a ciascuno dei medici.

Poichè dall’esame degli atti emerge una situazione in cui i medici inviarono una diffida datata 7 agosto 2001 ai Ministeri, ma non quando essa pervenne non è dato individuare il momento della mora con riferimento alla ricezione della stessa, sebbene non inviata alla Presidenza del Consiglio dei ministri ed ancorchè l’unitarietà dell’articolazione Governo consenta di riferirla anche ad essa.

Tuttavia, in atti risulta prodotta dai resistenti nelle fasi di merito (all. 3 del fascicolo di parte del giudizio di primo grado) una lettera del 18 febbraio 2002, di provenienza del Ministero della Salute ed inviata ai legali dei medici, nonchè per conoscenza agli altri ministeri, nella quale v’è espresso riferimento alla “istanza” presentata dai medici, sebbene per disattenderla.

Tanto consente di attribuire ad essa il valore di riconoscimento almeno dalla sua data della ricezione della richiesta e, pertanto, la mora può farsi decorrere da detta data.

Calcolando in ragione di ciascun anno di corso gli importi dovuti a ciascuno dei medici alla stregua dell’art. 11 della citata legge è possibile pronunciare nel merito, senza far luogo a rinvio.

Gli importi dovuti risultano i seguenti: a) in favore di A.B. Euro 20.141,82; b) in favore di C. A. Euro 20.141,82; c) in favore di C.C. Euro 26.855,76; d) in favore di D.N.O.R. 26.855,76; e) in favore di S.G. di Euro 46.997,58.

Ciò, tenuto conto che i primi due medici frequentarono un corso di tre anni, il terzo ed il quattro di quattro anni, ed il quinto due corsi, uno di tre e l’altro di quattro anni.

Delle dette somme va disposta la condanna al pagamento a carico della ricorrente, con decorso degli interessi legali dal 18 febbraio 2002 al saldo effettivo.

Le spese dell’intero giudizio possono compensarsi per giusti motivi, rappresentati dall’oggettiva incertezza delle questioni dibattute nel corso delle fasi di merito e del parziale accoglimento del ricorso quanto alla fase di legittimità.

PQM

La Corte rigetta il primo motivo di ricorso. Accoglie il secondo e cassa la sentenza impugnata in relazione. Pronunciando sul merito, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Roma n. 23911 del 6 dicembre 2007, condanna la ricorrente al pagamento: a) in favore di A.B. della somma di Euro 20.141,82; b) in favore di C. A. della somma di Euro 20.141,82; c) in favore di C.C. della somma di Euro 26.855,76; d) in favore di D.N.O.R. della somma di Euro 26.855,76; e) in favore di S.G. della somma di Euro 46.997,58. Condanna la ricorrente al pagamento sulle somme indicate degli interessi legali dal 18 febbraio 2002 al saldo effettivo. Compensa le spese di tutti i gradi di giudizio.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Terza Sezione Civile, il 21 luglio 2016.

Depositato in Cancelleria il 10 febbraio 2017

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