Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3536 del 09/02/2017


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Cassazione civile, sez. VI, 09/02/2017, (ud. 04/02/2016, dep.09/02/2017),  n. 3536

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. GIUSTI Alberto – Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – rel. Consigliere –

Dott. SCALISI Antonino – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 17579/2013 R.G. proposto da:

LILYBEO EDIL IMPIANTI s.r.l. – p.i.v.a. (OMISSIS) – in persona del

legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa giusta

procura speciale a margine del ricorso dall’avvocato Andrea

Francesco Di Bartolo ed elettivamente domiciliata in Roma, alla

piazza Tuscolo, n. 5, presso lo studio dell’avvocato Adriana

Calandra;

– ricorrente –

contro

G.D.V., c.f. (OMISSIS) – rappresentato e difeso

giusta procura speciale a margine del controricorso dall’avvocato

Guido Cacopardo e dall’avvocato Isidoro Spanò ed elettivamente

domiciliato in Roma, al largo Leonardo da Vinci, n. 5, presso lo

studio dell’avvocato Simonetta De Julio;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 934 dei 29.5/18.6.2012 della corte d’appello

di Palermo;

Udita la relazione della causa svolta all’udienza pubblica del 4

febbraio 2016 dal consigliere Dott. Luigi Abete.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto notificato in data 27.2.2004 G.D.V. citava a comparire dinanzi al tribunale di Marsala la “Lilybeo Edil Impianti” s.r.l..

Esponeva che con atto in data 18.2.2002 aveva promesso di acquistare e la s.r.l. convenuta aveva promesso di vendergli un immobile in (OMISSIS), alla contrada “(OMISSIS)”; che, conseguito il certificato di abitabilità, alla scadenza del termine stabilito la convenuta – benchè invitata per ben due volte innanzi al notaio prescelto – si era ingiustificatamente rifiutata di stipulare il definitivo; che, segnatamente, in aggiunta alla corresponsione del prezzo già concordato, la promittente venditrice aveva sollecitato il versamento dell’ulteriore somma di Euro 15.807,42, quale corrispettivo per lavori extra eseguiti nell’immobile su presunta richiesta di egli attore.

Chiedeva quindi che, acclarato l’inadempimento della promittente, fosse pronunciata sentenza ex art. 2932 c.c..

Costituitasi, la “Lilybeo Edil Impianti” s.r.l. instava per il rigetto dell’avversa domanda; in via riconvenzionale chiedeva la condanna dell’attore al pagamento della somma di Euro 15.807,42 – ovvero della diversa somma ritenuta di giustizia – nonchè al rimborso della somma corrispondente all’ammontare – all’uopo anticipato – dell’i.c.i. e del canone idrico.

All’esito dell’istruzione probatoria, con sentenza n. 533/2007 il tribunale adito accoglieva la domanda dell’attore, pronunciava sentenza ex art. 2932 c.c., subordinava l’effetto traslativo al pagamento da parte di G.D.V. ed in favore della “Lilybeo” entro sei mesi dal passaggio in giudicato della sentenza dell’importo di Euro 51,646,00 quale residuo corrispettivo, rigettava le istanze riconvenzionali della convenuta e la condannava a rimborsare a controparte le spese di lite.

Interponeva appello la “Lilybeo Edil Impianti” s.r.l..

Resisteva G.D.V..

Con sentenza n. 934 dei 29.5/18.6.2012 la corte d’appello di Palermo rigettava il gravame e condannava l’appellante a rifondere all’appellato le spese del secondo grado.

Evidenziava la corte distrettuale, in ordine agli accordi verbali che l’appellante s.r.l. aveva dedotto a fondamento del preteso pagamento di Euro 15.807,42, che l’appellato con missiva del 9.7.2002 “aveva chiaramente ricordato alla promittente venditrice che il costo delle mattonelle doveva essere solo quello pattuito” (così sentenza d’appello, pag. 7); che la circostanza che l’appellante s.r.l. avesse presentato un progetto di variante “in data successiva alla citata missiva non prova che lo G. avesse, nelle more, modificato l’opinione espressa nella citata lettera” (così sentenza d’appello, pag. 8).

Evidenziava inoltre che al preliminare, quale sua parte integrante, risultava allegata una relazione con l’indicazione analitica dei lavori da realizzare per ultimare l’immobile ed, al contempo, che i contraenti non avevano previsto un aumento di prezzo in caso di esecuzione di lavori ulteriori; che tali elementi erano atti a palesare “la volontà delle parti di stabilire in modo specifico e per iscritto (…) che il prezzo convenuto costituiva l’equivalente del valore attribuito alla villetta ultimata” (così sentenza d’appello, pag. 8).

Evidenziava ulteriormente che non poteva applicarsi l’art. 936 c.c., atteso che la s.r.l. appellante, in dipendenza del preliminare siglato con l’appellato, non poteva qualificarsi in guisa di “terzo” rispetto a G.D.; e che neppure poteva trovare applicazione l’art. 2041 c.c., postulante un arricchimento privo di causa.

Avverso tale sentenza ha proposto ricorso la “Lilybeo Edil Impianti” s.r.l.; ne ha chiesto sulla scorta di due motivi la cassazione con ogni conseguente statuizione anche in ordine alle spese di lite.

G.D.V. ha depositato controricorso; ha chiesto dichiararsi inammissibile ovvero rigettarsi l’avverso ricorso con il favore delle spese.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo la ricorrente deduce “violazione e falsa applicazione di norme di diritto (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) con particolare riferimento all’art. 2723 c.c.” (così ricorso, pag. 5).

Adduce che successivamente alla stipula, in data 18.2.2002, del preliminare ebbe ad accordarsi con la controparte per “la realizzazione di talune, neppure contestate, migliorie e lavori extra la cui esecuzione, comportando una modesta variazione dei costi (per un totale di Euro 15.807,42) (…) non necessitava di alcuna formalizzazione per iscritto” (così ricorso, pag. 6); che di tale accordo, riscontrabile peraltro in via indiziaria, aveva inteso dare “la dimostrazione anche attraverso un’articolata prova testimoniale che tanto il Giudice di primo grado quanto la Corte di Appello di Palermo hanno rigettato” (così ricorso, pag. 6); che, giusta il disposto dell’art. 2723 c.c., sia il tribunale che la corte di merito avrebbero dovuto ammettere la prova testimoniale, che “avrebbe consentito di provare, in maniera inequivoca, che fu proprio il sig. G. a commissionare l’esecuzione di lavori extra contratto” (così ricorso, pag. 7); che del resto l’immobile da essa ricorrente realizzato “presenta delle consistenti diversità rispetto a quanto era previsto nel contratto preliminare” (così ricorso, pag. 7) ed all’uopo “è sufficiente confrontare il progetto originario con quello presentato in occasione della richiesta di variante del 05.08.2002” (così ricorso, pag. 7); che il mancato riconoscimento del corrispettivo di Euro 15.807,42 “comporta in favore del sig. G. un evidente indebito arricchimento” (così ricorso, pag. 8).

Il motivo è destituito di fondamento.

Si rappresenta innanzitutto che, in ossequio al canone di cosiddetta “autosufficienza” del ricorso per cassazione, quale positivamente sancito all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6), (al riguardo cfr. Cass. 20.1.2006, n. 1113, secondo cui il ricorso per cassazione – in forza del principio di cosiddetta “autosufficienza – deve contenere in sè tutti gli elementi necessari a costituire le ragioni per cui si chiede la cassazione della sentenza di merito ed, altresì, a permettere la valutazione della fondatezza di tali ragioni, senza la necessità di far rinvio ed accedere a fonti esterne allo stesso ricorso e, quindi, ad elementi od atti attinenti al pregresso giudizio di merito), ben avrebbe dovuto la ricorrente, onde consentire a questa Corte il compiuto vaglio dei suoi assunti, riprodurre più o meno integralmente nel corpo del ricorso il testo del contratto preliminare in data 18.2.2002 e, soprattutto, i capitoli della prova testimoniale (cfr. Cass. 15.3.2006, n. 5674, secondo cui il ricorso per cassazione che denunci la mancata ammissione nel giudizio di merito di una prova orale, pur non contenendo la trascrizione dei capitoli di prova non ammessi, è autosufficiente quando il contenuto di essi, di estrema semplicità, è riprodotto nei suoi elementi essenziali, in modo da consentire il necessario controllo della decisività della prova).

Si rappresenta altresì che questa Corte di legittimità spiega che, in materia di procedimento civile, la facoltà attribuita al giudice dall’art. 2723 c.c., di ammettere la prova per testimoni di un patto aggiunto o contrario al contenuto di un documento soltanto se, avuto riguardo alla qualità delle parti, alla natura del contratto e ad ogni altra circostanza, appare verosimile che siano state fatte aggiunte o modificazioni verbali, attiene all’esercizio di un potere discrezionale che, se congruamente motivato, sfugge al sindacato del giudice di legittimità (cfr. Cass. 20.3.2006, n. 6109; Cass. 1.8.1990, n. 7660, secondo cui la valutazione delle circostanze (tipiche od atipiche), in presenza delle quali è consentita, a norma dell’art. 2723 c.c., l’ammissione della prova per testimoni di patti, aggiunti o contrari, posteriori alla formazione di un documento, è demandata al potere discrezionale del giudice di merito, il quale può anche attribuire, in negativo o in positivo, valore preminente ad una od alcune di esse, con apprezzamento che, se congruamente motivato, si sottrae al sindacato di legittimità).

Nei termini testè enunciati si rimarca che (anche) in parte qua agitur l’iter motivazionale che sorregge il dictum della corte di merito risulta in loto ineccepibile sul piano della correttezza giuridica ed assolutamente esaustivo e congruo sul piano logico – formale.

Più esattamente, alla stregua dei passaggi motivazionali pedissequamente riprodotti in sede di “svolgimento del processo”, la corte di Palermo ha dato ampiamente e coerentemente conto del postulato cui è pervenuta, ovvero che non appariva verosimile che le “parti si fossero successivamente limitate a convenire verbalmente molteplici ulteriori lavori” (così sentenza d’appello, pag. 8).

E sulla scorta dei medesimi inappuntabili passaggi ha esplicitato la ragioni per cui non ha inteso far luogo all’ammissione della prova testimoniale.

Per giunta la corte distrettuale ha evidenziato che i capitoli n. 6) e n. 7) dell’articolata prova testimoniale non sarebbero comunque valsi a dimostrare che per i lavori nei medesimi capitoli descritti “fosse stato anche previsto un aumento del prezzo convenuto” (così sentenza d’appello, pag. 9); ed, ancora, che i capitoli n. 3), n. 5) e n. 9) della medesima prova, a loro volta, non sarebbero stati idonei a dar ragione dell’asserito accordo successivamente siglato con G.D..

E non può non porsi in risalto che il ricorrente non ha fatto segno di specifica e puntuale censura siffatti aggiuntivi rilievi.

Con il secondo motivo la ricorrente deduce “omessa, contraddittoria motivazione della sentenza impugnata” (così ricorso, pag. 8).

Adduce che il rigetto della sua domanda finalizzata ad ottenere la rimozione delle opere extra realizzate non è supportato da valida motivazione; che non è pertinente il richiamo all’art. 936 c.c.; che non può reputarsi compiuta la motivazione dell’impugnato dictum nella parte in cui è stata disconosciuta l’applicabilità dell’art. 2041 c.c..

Il motivo del pari è destituito di fondamento.

Alla stregua della ricostruzione – quale correttamente operata dalla corte di merito e rigorosamente ancorata alle pattuizioni di cui al preliminare di compravendita in data 18.2.2002 – del complessivo rapporto intercorso tra le parti in lite la s.r.l. ricorrente ha evidentemente eseguito opere alla cui realizzazione era obbligata ex contractu, in dipendenza, appunto, del preliminare.

In tal guisa la ricorrente di certo non può pretendere di rimuovere il proprio adempimento, la prestazione compiuta.

Tanto, ben vero, al di là della maggior o minor pertinenza al caso de quo della previsione dell’art. 936 c.c..

D’altro canto (e parimenti al di là del profilo concernente la compiutezza, in parte qua agitur, della motivazione del secondo dictum), questa Corte spiega che l’azione generale di arricchimento ha come presupposto che la locupletazione di un soggetto a danno dell’altro sia avvenuta senza giusta causa, sicchè, qualora essa sia invece conseguenza di un contratto – è il caso di specie – o di altro rapporto, non è legittimo invocare la mancanza o l’ingiustizia della causa, almeno fino a quando il contratto o il rapporto conservino la propria efficacia obbligatoria (cfr. Cass. 16.3.2005, n. 5689).

Il rigetto del ricorso giustifica la condanna della ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità. La liquidazione segue come da dispositivo.

Si dà atto che il ricorso è stato notificato in data 15.7.2013.

Ne discende, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 , art. 13, comma 1 quater (comma 1 quater introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17), che il rigetto dell’impugnazione determina l’obbligo per la ricorrente di versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 bis.

PQM

La Corte rigetta il ricorso; condanna la ricorrente “Lilybeo Edil Impianti” s.r.l. a rimborsare al controricorrente Dando Valentino G. le spese del presente giudizio di legittimità, che si liquidano nel complesso in Euro 2.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre rimborso forfetario delle spese generali, i.v.a. e cassa come per legge; dà atto, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, che il rigetto dell’impugnazione determina l’obbligo per la ricorrente “Lilybeo Edil Impianti” s.r.l. di versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 bis.

Depositato in Cancelleria il 9 febbraio 2017

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