Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3519 del 09/02/2017


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Cassazione civile, sez. II, 09/02/2017, (ud. 09/11/2016, dep.09/02/2017),  n. 3519

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MIGLIUCCI Emilio – Presidente –

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. SCALISI Antonino – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 20375-2012 proposto da:

P.R. C.F. (OMISSIS), P.G. C.F. (OMISSIS),

elettivamente domiciliati in ROMA, VIA ORTI DELLA FARNESINA 126,

presso lo studio dell’avvocato GIORGIO STELLA RICHTER, che li

rappresenta e difende;

– ricorrenti –

contro

B.M. C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in ROMA,

VIA CARLO ALBERTO RACCHIA presso lo studio dell’avvocato MASSIMO

MANCINI, rappresentata e difesa dall’avvocato FERDINANDO CORBINO;

– controricorrente –

nonchè contro

BA.RO., + ALTRI OMESSI

– intimati –

avverso la sentenza n. 914/2011 della CORTE D’APPELLO di CATANIA,

depositata il 27/06/2011;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

09/11/2016 dal Consigliere Dott. GRASSO GIUSEPPE;

udito l’Avvocato Stella Richter Giorgio difensore dei ricorrenti che

si riporta gli scritti depositati;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

PRATIS PIERFELICE che ha concluso oper il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Il Tribunale di Ragusa, con sentenza depositata l’8/1/2008, rigettò la domanda proposta da P.G., P.R. e P.S. nei confronti di B.M., con la quale costoro, premettendo di essere comproprietari di uno stacco di terreno, erroneamente sottoposto – unitamente ad altro di maggiore estensione del debitore L.S.- ad esecuzione forzata in danno del predetto L., su impulso della creditrice Ba.Ro. e, indi, assegnato a B.M., avevano chiesto che quest’ultima fosse condannata al rilascio del tratto di proprietà degli attori, o, in subordine, a risarcire il danno per equivalente.

Con sentenza depositata il 27/6/2011 la Corte di appello di Catania dichiarò inammissibile l’appello proposto dai primigenei attori.

E’ utile rammentare che la Corte di merito ebbe a definire la causa in rito. Il Giudice di primo grado aveva rigettato la domanda sulla base di due rationes decidendi, ognuna delle quali autonomamente idonea a sorreggere la decisione: a) non era opponibile alla B. la sentenza con la quale lo stesso Tribunale, con sentenza del 12/7/1975, aveva condannato il L. a rilasciare uno stacco di terreno in favore dei P., a cagione della mancata tempestiva trascrizione della domanda giudiziale; b) la medesima domanda di rivendicazione, di cui al presente processo, era già stata decisa e rigettata con sentenza dell’11/9/2002, ormai passata in giudicato. Poichè gli appellanti avevano censurato solo la prima delle due esposte ragioni della decisione, l’impugnazione era stata dichiarata inammissibile.

P.G., P.R., nonchè C.R., P.C., P.M.G., P.A., Pi.Ma., P.D., quali eredi di P.S., nelle more deceduto, ricorrono per cassazione avverso la sentenza d’appello.

La B. resiste con controricorso. Non ha proposto difese la Ba.. I ricorrenti hanno depositato memorie illustrative.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Il ricorso è corredato da unitaria censura con la quale viene denunziata la violazione dell’art. 2653 c.c., n. 1), artt. 2919 e 2909 c.c. e art. 342 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3), 4) e 5).

Assumono i ricorrenti che l’art. 2653 c.c., n. 1, ha natura squisitamente processuale, in quanto si limita ad assicurare prevalenza a favore degli attori e ad esclusivo svantaggio di colui che acquisti in pendenza di causa dal convenuto, con la conseguenza che “con il dare pubblicità alla pretesa del rivendicante si mira non già a risolvere un conflitto sostanziale tra più acquirenti, ma ad impedire che il rivendicante possa essere pregiudicato dalla durata del processo, ove, dopo la proposizione della domanda giudiziale, la proprietà dell’immobile sia stata trasferita a terzi (…)”. Ciò posto doveva reputarsi “palesemente errato (…) l’avere conseguentemente ritenuto che l’art. 2919 c.c., impedisse l’ulteriore proposizione della rivendicazione nei confronti dell’aggiudicatario giacchè costui nessun diritto aveva intangibilmente acquistato per essere stato trascritto il pignoramento (…) prima della trascrizione della domanda di rivendicazione (…)”.

Inoltre, al contrario di quel che sostiene la sentenza impugnata, con l’appello era stata denunciata l’erroneità dell’affermazione contenuta nella sentenza di primo grado, secondo la quale la medesima domanda era già stata rigettata con la sentenza del 2002, la quale, invece, aveva solo affermato l’improponibilità della domanda attorea di rivendicazione in seno al procedimento esecutivo. Si era, in particolare denunciata “come totalmente errata fosse stata la decisione di primo grado rilevando che essa, contrariamente alla causa petendi (esposta dagli attori) nella citazione introduttiva, aveva fatto riferimento alla sentenza n. 738/1995 del Tribunale e non ai titoli di proprietà versati in atti”.

La doglianza non coglie nel segno.

Per la prima parte essa s’impegna a contestare, siccome fatto con l’appello una delle due rationes decidendi sposate dai giudici di merito. Con la seconda parte smentisce, tuttavia del tutto genericamente, l’argomento attraverso il quale la Corte etnea declinò l’esame del mezzo. Lo strumento impugnatorio qui azionato dissona rispetto alla ragione della reiezione, in quanto non assume rilievo sapere se la decisione del Tribunale, secondo la quale sussisteva la preclusione da giudicato, debba considerarsi fondata, solo importando che, preliminarmente ad una tale favorevole conclusione, si accerti che già con l’appello si era mossa contestazione a tale asserto. Mancando una tale spendita difensiva, come nel caso, la statuizione di primo grado, poichè sorretta da due indipendenti ragionamenti giuridici, diviene intangibile e, pertanto, impermeabile al giudizio d’appello (cfr., fra le tante, da ultimo, S.U., n. 7931 del 29/3/2013, Rv. 625631; Sez. L., n. 4293 del 4/3/2016, Rv. 639158). In questa sede, peraltro, solo ave fosse rimasto acclarato che, al contrario di quanto affermato dalla Corte territoriale, con l’appello erano state sottoposte a censura tutte le rationes decidendi, i ricorrenti avrebbero avuto buon motivo di dolersi della sentenza d’appello. Evenienza che nella specie non ricorre, nonostante gli sforzi compiuti con il ricorso, siccome consta dall’atto d’appello (compulsabile in ragione della natura della censura), posto in relazione con la sentenza di primo grado.

L’epilogo impone condannarsi parte ricorrente al rimborso delle spese legali in favore di quella resistente. Spese che, tenuto conto della natura e del valore della causa, possono liquidarsi siccome in dispositivo.

PQM

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese legali, che liquida nella complessiva somma di 2.700 Euro, di cui 200 Euro per spese, oltre accessori come per legge.

Così deciso in Roma, il 9 novembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 9 febbraio 2017

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