Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3514 del 15/02/2010

Cassazione civile sez. II, 15/02/2010, (ud. 12/11/2009, dep. 15/02/2010), n.3514

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SETTIMJ Giovanni – Presidente –

Dott. PETITTI Stefano – rel. Consigliere –

Dott. PARZIALE Ippolisto – Consigliere –

Dott. D’ASCOLA Pasquale – Consigliere –

Dott. DE CHIARA Carlo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso proposto da:

S.S., nella qualit… di erede di S.G. e L.

R.A., rappresentato e difeso dall’Avv. LO GIUDICE VINCENZO per

procura speciale a margine del ricorso, elettivamente domiciliato in

Roma, via Baldo degli Ubaldi n. 272, presso lo studio dell’Avv.

Umberto Ilardo;

– ricorrente –

contro

R.F., RA.FI., F.S., R.

I.M.E., R.L.G.C., quali eredi di

R.G., R.E. e R.C.E.

C., tutti rappresentati e difesi dagli Avvocati LO PRESTI

VINCENZO e Giacomo Lo Presti per procura speciale a margine del

controricorso, elettivamente domiciliati in Roma, via Giuseppe

Gesmundo n. 4, presso lo studio dell’Avv. Manfredo Fiormonti;

– controricorrenti –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Caltanissetta n. 107/08,

depositata in data 26 aprile 2008;

Udita, la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

12 novembre 2009 dal Consigliere relatore Dott. Stefano Petitti;

sentito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore

Generale Dott. PRATIS Pierfelice, che ha concluso in senso conforme

alla relazione.

Fatto

FATTO E DIRITTO

Ritenuto che, con sentenza depositata in data 26 aprile 2008, la Corte d’appello di Caltanissetta ha respinto l’appello incidentale proposto da S.S. avverso la decisione del Tribunale di Caltanissetta che, in accoglimento della domanda proposta dagli attori, quali eredi di G.S., aveva ordinato il rilascio dei beni ereditari, detenuti da L.R.A. e poi (dopo il suo decesso) dal medesimo S.S., rigettando al contempo la domanda riconvenzionale proposta dalla L.R.;

che per la cassazione di questa sentenza ha proposto ricorso S. S. sulla base di tre motivi;

che, con il primo motivo, il ricorrente denuncia violazione degli artt. 1140 e 1158 c.c., rilevando, con riferimento alla valutazione del possesso utile all’usucapione in capo alla propria dante causa L.R.A., che la Corte d’appello avrebbe errato nel ritenere irrilevante la deposizione di un teste e che il mancato pagamento del canone di locazione fosse riconducibile alla mera tolleranza da parte del proprietario del bene, che il primo motivo si conclude con il seguente quesito: “Dica la Suprema Corte se la non corresponsione del canone di locazione è sintomatico del mutamento della detenzione in possesso ad usucapionem. Dica altresì, la Suprema Corte se la tolleranza del proprietario al possesso altrui deve essere oggetto di specifica prova”;

che, con il secondo motivo, il ricorrente lamenta vizio di motivazione incongrua e insufficiente quanto alla non configurabilità, nel caso di specie, dell’intervenuta usucapione, indicando il seguente fatto controverso: “la sig. L.R.A. ha dato prova di possedere uti domini i beni immobili di Via (OMISSIS) piano terra sin dal (OMISSIS), senza che corrispondesse mai al De Cuius Sig. G. alcun canone di locazione”;

che, con il terzo motivo, il S. denuncia violazione di legge per avere la Corte d’appello dichiarato infondata l’eccezione di prescrizione del diritto di accettare l’eredità da parte dei Sigg.

R.E. e R.G., formulando il seguente quesito di diritto: “Dica la Suprema Corte se gli atti compiuti per conservare il patrimonio ereditario costituiscono atti interruttivi della prescrizione di cui all’art. 480 c.c.”;

che hanno resistito con controricorso R.F., Ra.

F., F.S., R.I.M.E., R. L.G.C.;

che, essendosi ritenute sussistenti le condizioni per la decisione con il procedimento di cui all’art. 380 bis c.p.c., è stata redatta relazione ai sensi di tale norma, che è stata notificata alle parti e comunicata al Pubblico Ministero.

Considerato che il precedente relatore designato, nella relazione depositata il 23 giugno 2009, ha formulato la seguente proposta di decisione:

“… Il ricorso può essere deciso in camera di consiglio, dovendo lo stesso essere dichiarato inammissibile ai sensi dell’art. 375 c.p.c., n. 5). Ai sensi dell’art. 366 bis c.p.c., introdotto dal D.Lgs. n. 40 del 2006, art. 6, applicabile alle sentenze pubblicate dal 2 marzo 2006, i motivi del ricorso per cassazione devono essere accompagnati, a pena di inammissibilità (art. 375 c.p.c., n. 5) dalla formulazione di un esplicito quesito di diritto nei casi previsti dall’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 1), 2), 3) e 4), e, qualora – come nella specie – il vizio sia denunciato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, l’illustrazione di ciascun motivo deve contenere, a pena di inammissibilità, la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la renda inidonea a giustificare la decisione.

I motivi non sono conformi alle prescrizioni dettate dalla norma citata.

Per quanto concerne il primo motivo, con cui è stata dedotta la violazione di legge, il quesito di diritto deve risolversi in una chiara sintesi logico-giuridica della questione sottoposta al vaglio del giudice di legittimità, formulata in termini tali per cui dalla risposta – negativa o affermativa – che ad esso si dia, discenda in modo univoco l’accoglimento od il rigetto del gravame (SU 23732/07).

Nella specie, il quesito si risolve in una richiesta di valutazione nel merito dell’accertamento di fatto compiuto dalla Corte che, nell’escludere l’interversione del possesso, ha ritenuto che non era stata fornita la prova di atti che dimostrassero il mutamento della detenzione in possesso, prova il cui onere è evidentemente a carico di colui che invoca il possesso ad usucapionem.

Per quanto concerne il secondo motivo, con cui si deduce il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, in sostanza il ricorrente ribadisce la tesi dell’avvenuta usucapione senza che siano specificamente indicati i vizi di motivazione in ordine all’accertamento di fatto al riguardo compiuto dai giudici di appello: il momento di sintesi (omologo del quesito di diritto) richiesto nel caso in cui siano denunciati vizi di motivazione non è conforme alle prescrizioni di cui alla norma citata, atteso che in tal caso l’illustrazione del motivo deve contenere la indicazione del fatto controverso con la precisazione del vizio del procedimento logico-giuridico che, incidendo nella erronea ricostruzione del fatto, sia stato determinante della decisione impugnata.

Per quanto concerne il terzo motivo, il quesito è inconferente rispetto alla ratio decidendi posta a base della sentenza impugnata che, nel respingere l’eccezione di prescrizione del diritto degli attori di accettare l’eredità, ha ritenuto che il comportamento dai medesimi posto in essere fosse incompatibile con la volontà di rinunciare all’eredità, affermando che gli atti compiuti non avessero finalità conservativa ma fossero espressione della volontà di fare valere la loro posizione di chiamati all’eredità”;

che il Consigliere delegato, alla luce di tali considerazioni, ha ritenuto che il ricorso debba essere dichiarato inammissibile;

che la riportata relazione è stata notificata alle parti (che non hanno depositato memoria) e comunicata al Procuratore Generale (che nulla ha osservato);

che, ad avviso del Collegio, il ricorso deve essere rigettato, per essere manifestamente infondati il primo e il secondo motivo e inammissibile il terzo, conformemente a quanto ritenuto in proposito nella relazione;

che, con riferimento al primo appare opportuno rilevare che, secondo la giurisprudenza di questa Corte, “L’interversione nel possesso non può aver luogo mediante un semplice atto di volizione interna, ma deve estrinsecarsi in una manifestazione esteriore, dalla quale sia consentito desumere che il de tento re abbia cessato d’esercitare il potere di fatto sulla cosa in nome altrui e abbia iniziato ad esercitarlo esclusivamente in nome proprio, con correlata sostituzione al precedente animus detinendi dell’animus rem sibi habendi; tale manifestazione deve essere rivolta specificamente contro il possessore, in maniera che questi sia posto in grado di rendersi conto dell’avvenuto mutamento, e quindi tradursi in atti ai quali possa riconoscersi il carattere di una concreta opposizione all’esercizio del possesso da parte sua. A tal fine sono inidonei atti che si traducano nell’inottemperanza alle pattuizioni in forza delle quali la detenzione era stata costituita (verificandosi in questo caso una ordinaria ipotesi di inadempimento contrattuale) ovvero si traducano in meri atti di esercizio del possesso (verificandosi in tal caso una ipotesi di abuso della situazione di vantaggio determinata dalla materiale disponibilità del bene).(Nella specie, il giudice di merito, con la sentenza confermata dalla S.C., aveva escluso l’interversione del possesso, da parte del locatario di un immobile, sulla base della volontaria e prolungata inadempienza al pagamento del canone)” (Cass., n. 2392 del 2009; Cass., n. 12007 del 2004);

che, inoltre, deve rilevarsi che, come affermato da questa Corte, “in base al principio fissato dall’art. 2697 c.c., una volta dimostrata la sussistenza del possesso, spetta a coloro che contestano il fatto del possesso l’onere di provare che esso derivi da atti di tolleranza, i quali hanno fondamento nello spirito di condiscendenza, nei rapporti di amicizia o di buon vicinato ed implicano una previsione di saltuarietà e di transitorietà” (Cass., n. 17339 del 2009);

che, pertanto, avendo la Corte escluso che sia stata provata l’interversione nel possesso, deve escludersi anche la fondatezza del secondo motivo, con il quale il ricorrente sostiene che sarebbe stato onere del proprietario dimostrare che il possesso era avvenuto per mera tolleranza;

che, in conclusione, il ricorso deve essere rigettato;

che, in applicazione del criterio della soccombenza, il ricorrente deve essere condannato al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, come liquidate in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in Euro 2.700,00, di cui Euro 2.000,00 per onorari, oltre spese generali e accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 12 novembre 2009.

Depositato in Cancelleria il 15 febbraio 2010

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