Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3500 del 15/02/2010

Cassazione civile sez. I, 15/02/2010, (ud. 17/12/2009, dep. 15/02/2010), n.3500

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SALME’ Giuseppe – Presidente –

Dott. ZANICHELLI Vittorio – Consigliere –

Dott. SCHIRO’ Stefano – Consigliere –

Dott. SALVATO Luigi – Consigliere –

Dott. GIUSTI Alberto – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso proposto da:

D.D.A., rappresentato e difeso, in forza di procura

speciale a margine del ricorso, dall’Avv. MARRA Alfonso Luigi, per

legge domiciliato nella Cancelleria civile della Corte di Cassazione,

piazza Cavour, Roma;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELLA GIUSTIZIA, in persona del Ministro pro-tempore;

– intimato –

per la cassazione del decreto della Corte d’appello di Roma in data

12 settembre 2006.

Udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

17 dicembre 2009 dal Consigliere relatore Dott. Alberto Giusti;

lette le conclusioni scritte del Pubblico Ministero, in persona del

Sostituto Procuratore Generale Dott. SGROI Carmelo.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

Che il relatore designato, nella relazione depositata il 30 aprile 2009, ha formulato la seguente proposta di definizione:

” D.D.A. ha proposto ricorso per Cassazione il 24 settembre 2007 sulla base di sedici motivi avverso il provvedimento della Corte d’appello di Roma depositato il 12 settembre 2006 con cui il Ministero della giustizia veniva condannato ex lege n. 89 del 2001, al pagamento di un indennizzo di Euro 800,00 – oltre spese per l’importo complessivo di Euro 800,00 più accessori – per l’eccessivo protrarsi di una causa di lavoro svoltasi in primo grado innanzi al Tribunale di Napoli per il riconoscimento di interessi e rivalutazione monetaria su prestazioni assistenziali corrisposte in ritardo.

Il Ministero non ha resistito con controricorso.

Il decreto impugnato ha accolto la domanda di equo indennizzo per danno non patrimoniale nella misura dianzi specificata avendo accertato una durata irragionevole del processo di un anno, sulla base di una ritenuta durata ragionevole di due anni e mezzo.

Con il primo motivo di ricorso si censura la pronuncia per non avere dato applicazione all’art. 6 della Conv. di Strasburgo secondo l’interpretazione fornita dalla Corte Edu. Il motivo appare del tutto inconsistente, limitandosi a delle astratte affermazioni di principio senza muovere alcuna censura concreta a punti o capi del decreto specificatamente individuati.

Il secondo motivo, attinente al calcolo della ragionevole durata del processo, è manifestamente infondato. La Corte di merito ha motivatamente ritenuto di adottare lo standard CEDU di normale durata di un processo civile nel caso in esame, avuto riguardo al tipo di questioni in esso discusse, mentre il ricorrente prospetta una durata inferiore adducendo profili astratti e non pertinenti al decisum.

Con il sesto motivo si deduce sotto diversi profili l’insufficiente liquidazione del danno non patrimoniale. Il motivo appare manifestamente fondato, avendo la Corte d’appello liquidato la somma di Euro 800,00 per ogni anno di ritardo. La modesta entità della posta in gioco consente di discostarsi ragionevolmente dai parametri minimi di liquidazione stabiliti dalla Cedu, ma soltanto previa comparazione con le condizioni economiche sociali del richiedente (Cass., Sez. 1^, 8 novembre 2005, n. 21597).

Non può essere seguita la censura – articolata con l’ottavo, il nono ed il decimo motivo – in ordine al mancato riconoscimento del bonus di Euro 2.000,00. Ai fini della liquidazione dell’indennizzo del danno non patrimoniale conseguente alla violazione del diritto alla ragionevole durata del processo, ai sensi della L. 24 marzo 2001, n. 89, non può ravvisarsi un obbligo di diretta applicazione dell’orientamento della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, secondo cui va riconosciuta una somma forfetaria nel caso di violazione del termine nei giudizi aventi particolare importanza, fra cui anche la materia del lavoro o previdenziale; da tale principio, infatti, non può derivare automaticamente che tutte le controversie di tal genere debbano considerarsi di particolare importanza, spettando al giudice del merito valutare se, in concreto, la causa di lavoro o previdenziale abbia avuto una particolare incidenza sulla componente non patrimoniale del danno, con una valutazione discrezionale che non implica un obbligo di motivazione specifica, essendo sufficiente, nel caso di diniego di tale attribuzione, una motivazione implicita (Cass., Sez. 1^, 14 marzo 2008, n. 6898).

Con il terzo, il quarto, il quinto ed il settimo motivo si deduce, sotto il profilo della violazione di legge e del vizio motivazionale, il mancato computo dell’indennizzo riferito all’intera durata del processo anzichè al solo periodo di irragionevole durata. Il motivo appare manifestamente infondato, avendo a più riprese affermato questa Corte che la L. n. 89 del 2001, art 2, comma 3, lett. a, espressamente stabilisce che il danno debba essere liquidato per il solo periodo eccedente la durata ragionevole ed essendo tale norma insuperabile, posto che essa esprime ed attua il disposto costituzionale (art. 111 Cost.) sulla necessaria dislocazione temporale minima di un giusto processo (da ultimo, Cass., Sez. 1^, 3 gennaio 2008, n. 14).

L’esame dei restanti motivi, attinenti al quantum spese, resta assorbito”.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

Che gli argomenti e le proposte contenuti nella relazione di cui sopra sono condivisi dal Collegio, tranne che per quanto riguarda la censura relativa al quantum del danno non patrimoniale;

che, sotto quest’ultimo profilo, va data continuità al principio recentemente affermato da Cass., Sez. 1^, 8 luglio 2009, n. 16086, secondo cui “in tema di equa riparazione per violazione del diritto alla ragionevole durata del processo, secondo la giurisprudenza della Corte dei diritti dell’uomo (sentenze 29 marzo 2006, sui ricorsi n. 63261 del 2000 e nn. 64890 e 64705 del 2001), gli importi concessi dal giudice nazionale a titolo di risarcimento danni possono essere anche inferiori a quelli da essa liquidati, a condizione che le decisioni pertinenti siano coerenti con la tradizione giuridica e con il tenore di vita del paese interessato, e purchè detti importi non risultino irragionevoli, reputandosi, peraltro, non irragionevole una soglia pari al 45 per cento del risarcimento che la Corte avrebbe attribuito. Pertanto, stante l’esigenza di offrire un’interpretazione della L. 24 marzo 2001, n. 89, idonea a garantire che la diversità di calcolo non incida negativamente sulla complessiva attitudine ad assicurare l’obiettivo di un serio ristoro per la lesione del diritto alla ragionevole durata del processo, evitando il possibile profilarsi di un contrasto della medesima con l’art. 6 della CEDU (come interpretata dalla Corte di Strasburgo), la quantificazione del danno non patrimoniale dev’essere, di regola, non inferiore a euro 750 per ogni anno di ritardo eccedente il termine di ragionevole durata”;

che, pertanto, la somma liquidata in concreto dal giudice del merito – Euro 800,00 per un anno di ritardo – appare conforme al principio di diritto ora ricordato;

che, quanto all’importo liquidato a titolo di spese dal giudice del merito, va escluso che nella specie la Corte d’appello abbia applicato la tariffa della volontaria giurisdizione anzichè quella del procedimento contenzioso e che abbia violato i minimi tariffari;

che la censura relativa alla mancata liquidazione delle spese secondo gli standard europei è manifestamente infondata, poichè onorari e spese sono regolati dalla normativa dello Stato;

che quanto al motivo con cui si lamenta che il giudice abbia disatteso la nota spese, nel caso in esame la parte ricorrente ha omesso di riportare in ricorso la nota specifica relativa alle spese presentata ai sensi dell’art. 75 disp. att. cod. proc. civ., tale non potendosi ovviamente considerare quella che vi si trova allegata, in quanto costituita da foglio volante non inserito nel fascicolo di parte e privo di annotazione del cancelliere circa l’avvenuto deposito (v., in fattispecie analoghe, Cass. n. Sez. 1^, 26 gennaio 2009, n. 1814 e n. 1816);

che gli altri motivi sulle spese sono inammissibili, poichè i quesiti non pongono alcuna questione di diritto limitandosi ad una mera domanda sulla sufficienza o meno della liquidazione delle spese nel caso concreto;

che il ricorso va di conseguenza rigettato;

che nessuna statuizione sulle spese deve essere adottata, non avendo l’Amministrazione intimata svolto attività difensiva in questa sede.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 17 dicembre 2009.

Depositato in Cancelleria il 15 febbraio 2010

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