Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3495 del 12/02/2020

Cassazione civile sez. VI, 12/02/2020, (ud. 19/12/2019, dep. 12/02/2020), n.3495

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Presidente –

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Consigliere –

Dott. MELONI Marina – Consigliere –

Dott. DI MARZIO Mauro – Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 1734-2019 proposto da:

H.M., elettivamente domiciliato presso l’avvocato

ALESSANDRO PRATICO’ che lo rappres. e difende con procura speciale

in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro p.t.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 2656/2018 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 29/05/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 19/12/2019 dal Consigliere relatore, Dott. ROSARIO

CAIAZZO.

Fatto

RILEVATO

CHE:

H.M., cittadino del Pakistan, propose opposizione innanzi al Tribunale di Milano avverso il provvedimento della Commissione territoriale di diniego della domanda di protezione internazionale e, in subordine, della protezione sussidiaria ed umanitaria.

Il Tribunale respinse il ricorso con ordinanza emessa il 22.12.16, impugnata in appello dal M. con ricorso rigettato, con sentenza del 29.5.18, dalla Corte d’appello di Milano, osservando che: non era riconoscibile lo status di rifugiato data l’inattendibilità del racconto reso dal ricorrente; non ricorrevano i presupposti della protezione sussidiaria in quanto, come desumibile dai report esaminati, in Pakistan non sussisteva un conflitto generalizzato con concreto pericolo per l’incolumità dei cittadini; non era altresì riconoscibile la protezione umanitaria, per la mancanza di situazioni specifiche di vulnerabilità.

H.M. ricorre in cassazione con due motivi.

Non si è costituito il Ministero dell’Interno.

Diritto

RILEVATO

CHE:

Con il primo motivo, si denunzia violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 2, 3, 5,6 e 14, nonchè del D.Lgs. n. 25 del 2008, artt. 8, 2, 3, 6, art. 13 CEDU, art. 46 Direttiva Europea n. 2013/32 e art. 111 Cost., comma 6. Al riguardo, il ricorrente si duole che: la Corte d’appello ha escluso la protezione internazionale esclusivamente sulla base della valutazione della credibilità soggettiva del ricorrente, senza tener conto dei riscontri oggettivi, ed omettendo di acquisire informazioni aggiornate sulla situazione socio-politica e, in particolare, sulla sua regione di provenienza, il Punjab.

Con il secondo motivo si denunzia violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 3, 8 e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3, del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, artt. 2 e 10 Cost., art. 8 CEDU, per aver il giudice di secondo grado motivato in maniera generica e senza sufficiente istruttoria sulla domanda di protezione umanitaria.

Il primo motivo è inammissibile. In materia di protezione internazionale, il D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, obbliga il giudice a sottoporre le dichiarazioni del richiedente, ove non suffragate da prove, non soltanto ad un controllo di coerenza interna ed esterna ma anche ad una verifica di credibilità razionale della concreta vicenda narrata a fondamento della domanda, verifica sottratta al controllo di legittimità al di fuori dei limiti di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (Cass., n. 21142/19; n. 20580/19). Nel caso concreto, la Corte d’appello ha escluso la protezione internazionale per non aver ritenuto credibile la vicenda narrata dal ricorrente circa la persecuzione politico-religiosa che avrebbe subito in Pakistan, considerata scarsamente plausibile la circostanza relativa al suo addestramento come terrorista talebano, avendo peraltro fornito al riguardo pochi dettagli.

Pertanto, il collegio ritiene che la doglianza afferente alla verifica della credibilità e della verosimiglianza dei fatti narrati dal ricorrente effettuata dalla Corte territoriale sia diretta al riesame del merito.

Parimenti inammissibile è la censura riguardante la protezione sussidiaria, avente ad oggetto l’omesso espletamento dell’attività istruttoria d’ufficio.

Al riguardo, secondo l’orientamento di questa Corte, in tema di riconoscimento della protezione sussidiaria, il principio secondo il quale, una volta che le dichiarazioni del richiedente siano giudicate inattendibili alla stregua degli indicatori di genuinità soggettiva di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, non occorre procedere ad approfondimenti istruttori officiosi, salvo che la mancanza di veridicità derivi esclusivamente dall’impossibilità di fornire riscontri probatori, non riguarda soltanto le domande formulate ai sensi dell’art. 14, lett. a) e b) del predetto decreto, ma anche quelle formulate ai sensi dell’art. 14, lett. c), poichè la valutazione di coerenza, plausibilità e generale attendibilità della narrazione riguarda “tutti gli aspetti significativi della domanda” (art. 3, comma 1) e si riferisce a tutti i profili di gravità del danno dai quali dipende il riconoscimento della protezione sussidiaria (Cass., n. 4892/19; n. 15794/19).

Inoltre, va osservato che la Corte d’appello ha escluso la situazione di violenza indiscriminata derivante da conflitto armato esaminando vari report relativi alla regione di provenienza del ricorrente. Peraltro, il ricorrente non ha allegato specifiche fonti d’informazioni più aggiornate rispetto a quelle indicate dal giudice di secondo grado, nè ne ha prospettato la rilevanza.

Il terzo motivo è inammissibile poichè diretto al riesame dei fatti concernenti la sussistenza di situazioni specifiche e personali di vulnerabilità legittimanti il permesso umanitario, avendo, peraltro, il ricorrente allegato anche la stessa circostanza posta a sostegno della domanda di protezione internazionale (l’asserito pericolo di reclutamento forzato da parte dei talebani) e ritenuta inverosimile dalla Corte territoriale.

Nulla per le spese.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, ove dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 19 dicembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 12 febbraio 2020

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