Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3476 del 13/02/2018


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Civile Ord. Sez. 6 Num. 3476 Anno 2018
Presidente: CIRILLO ETTORE
Relatore: LUCIOTTI LUCIO

ORDINANZA
sul ricorso iscritto al n. 4001-2017 R.G. proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, C.F. 06363391001, in persona del
Direttore pro tempore,

rappresentata e difesa dall’AVVOCATURA

GENERALE DELLO STATO, presso la quale è domiciliata in Roma,
alla via dei Portoghesi n. 12;

– ricorrente contro

AGOSTI Davide, DANESI Valerio e PREMOLI Dario, rappresentati
e difesi dall’avv. Domenico D’ARRIGO ed elettivamente domiciliati
presso lo studio legale dell’avv. Paola RAMADORI, in Roma, alla via M.
Prestinari, n. 13;

– con troricorrenti –

39,3

Data pubblicazione: 13/02/2018

avverso la sentenza n. 3917/45/2016 della Commissione tributaria
regionale della LOMBARDIA, depositata il 4/07/2016;
udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non
partecipata del 24/01/2018 dal Consigliere Dott. Lucio LUCIOTTI.

RILEVATO

della Lombardia rigettava l’appello proposto dall’Agenzia delle entrate
avverso la sentenza di primo grado che aveva accolto il ricorso proposto
dai contribuenti avvero l’avviso di irrogazione sanzioni per violazioni in
materia di IVA ed IRES commesse dalla GEMA s.r.1., ad essi notificato
quali amministratori di fatto della predetta società;
—che i giudici di appello ritenevano nulli gli atti impugnati in quanto
privi di motivazione, facendo riferimento all’avviso di accertamento
emesso nei confronti della società e ad un processo verbale di
constatazione redatto dalla G.d.F. non prodotti in giudizio e di cui non
riportavano il contenuto essenziale, e non imputabili ai contribuenti le
sanzioni amministrative pecuniare irrogate alla società;
— che per la cassazione della sentenza di appello ricorre con tre
motivi l’Agenzia delle entrate, cui replicano gli intimati con controricorso;
—che sulla proposta avanzata dal relatore ai sensi dell’art. 380 bis cod.
proc. civ. (come modificato dal d.l. 31 agosto 2016, n. 168, convertito con
modificazioni dalla legge 25 ottobre 2016, n. 197), risulta regolarmente
costituito il contraddittorio;
— che il Collegio ha disposto la redazione dell’ordinanza con
motivazione semplificata;
CONSIDERATO
— che con il primo motivo la difesa erariale deduce la nullità della
sentenza impugnata per extrapetizione, in violazione dell’art. 112 cod.
proc. civ., per avere la CTR annullato l’atto impugnato sulla base di un
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—che con la sentenza impugnata la Commissione tributaria regionale

motivo di ricorso (difetto di motivazione dell’atto di irrogazione delle
sanzioni perché facente riferimento ad un avviso di accertamento emesso
nei confronti della società, in esso non richiamato e neppure prodotto in
giudizio) che i contribuenti non avevano mai sollevato;
—che con il secondo motivo, proposto in via subordinata al primo, la

2 e 3, d.P.R. n. 600 del 1973, sostenendo che, diversamente da quanto
statuito dalla CTR, la riproduzione (per autosufficienza) della parte motiva
dell’atto impugnato dimostrava che lo stesso era adeguatamente motivato;
—che con il terzo motivo di ricorso ha dedotto la violazione e falsa
applicazione dell’art. 11 d.lgs. n. 472 del 1997, sostenendo che aveva
errato la CTR nell’annullare l’atto impugnato sul presupposto che «le
sanzioni amministrative sono esclusivamente a carico della società»;
—che tale ultimo mezzo di cassazione, che è palesemente infondato e
va rigettato, va esaminato prioritariamente in quanto rende superfluo
l’esame degli altri;
— che, infatti, l’art. 7 del d.l. n. 269 del 2003, convertito, con
modificazioni, dalla legge n. 326 del 2003 ha introdotto il principio della
riferibilità esclusiva alla persona giuridica delle sanzioni amministrative
tributarie, stabilendo al comma 1 che “Le sanzioni amministrative relative
al rapporto fiscale proprio di società o enti con personalità giuridica sono
esclusivamente a carico della persona giuridica”, e, al comma 2, per la fase
transitoria, che “Le disposizioni del comma 1, si applicano alle violazioni
non ancora contestate o per le quali la sanzione non sia stata irrogata alla
data di entrata in vigore del presente decreto”, ovvero il 2 ottobre 2003;
—che la fattispecie in esame, riguardando violazioni commesse dalla
società, di cui i contribuenti erano amministratori di fatto, negli anni di
imposta dal 2007 al 2009, esula del tutto dal perimetro temporale
interessato dall’applicazione della citata disposizione transitoria, ed erra
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ricorrente ha dedotto la violazione e falsa applicazione dell’art. 42, commi

pertanto la difesa erariale là dove ritiene che nel caso in esame possa
rinvenirsi comunque la responsabilità degli amministratori di fatto in base
a quanto affetinato da questa Corte nella sentenza n. 22817 del 2014; in
realtà, in tale pronuncia si è ribadito il condivisibile principio (già
rinvenibile in Cass. n. 9795 del 1999, Cass. n. 1925 del 1999; Cass. n. 2586

correlata all’accertamento dell’avvenuto inserimento nella gestione
dell’impresa, desumibile dalle direttive impartite e dal condizionamento
delle scelte operative del sodalizio, ma, ovviamente, nella sola ipotesi in
cui la fattispecie non sia regolata dal citato art. 7 d.l. n. 269 del 2003;
peraltro, proprio con riferimento alla figura dell’amministratore di fatto
questa Corte ha affermato il principio secondo cui «Le sanzioni
amministrative relative al rapporto tributario proprio di società o enti con
personalità giuridica, ex art. 7 del d.l. n. 269 del 2003 (conv. con modif. in
1. n. 326 del 2003), sono esclusivamente a carico della persona giuridica
anche quando sia gestita da un amministratore di fatto, non potendosi
fondare un eventuale concorso di quest’ultimo nella violazione fiscale sul
disposto di cui all’ari 9 del d.lgs. n. 472 del 1997, che non può costituire
deroga al predetto art. 7, ad esso successivo, che invece prevede
l’applicabilità delle disposizioni del d.lgs. n. 472 ma solo in quanto
compatibili» (Cass. n. 25284 del 2017);
— che, in estrema sintesi, va rigettato il terzo motivo di ricorso,
assorbiti gli altri, e la ricorrente condannata al pagamento, in favore dei
controricorrenti, delle spese del giudizio di legittimità, liquidate come in
dispositivo;
—che, risultando soccombente una parte ammessa alla prenotazione
a debito del contributo unificato per essere amministrazione pubblica
difesa dall’Avvocatura Generale dello Stato, non si applica l’art. 13,
comma 1-quater, d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115;
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del 2014) secondo cui la responsabilità dell’amministratore di fatto è

P.Q.M.
rigetta il terzo motivo di ricorso, assorbiti gli altri, e condanna la
ricorrente al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del
giudizio di legittimità, che liquida in Euro 1.400,00 per compensi ed Euro
200,00 per esborsi, oltre al rimborso delle spese forfetarie nella misura del

15 per cento ed agli accessori di legge.

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