Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 34730 del 30/12/2019

Cassazione civile sez. lav., 30/12/2019, (ud. 02/04/2019, dep. 30/12/2019), n.34730

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Presidente –

Dott. BALESTRIERI Federico – Consigliere –

Dott. DE GREGORIO Federico – Consigliere –

Dott. BLASUTTO Daniela – Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 9791-2017 proposto da:

M.M., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA NOMENTANA

257, presso lo studio dell’avvocato ALESSANDRO LIMATOLA, che lo

rappresenta e difende unitamente agli avvocati ANDREA DELL’OMARINO,

GILDA PISA, CLAUDIO DAMOLI, OSVALDO CANTONE, ENZO PISA, LORENZO

CANTONE;

– ricorrente –

contro

A.C.I. – AUTOMOBILE CLUB D’ITALIA, C.F. (OMISSIS), in persona del

legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in

ROMA, VIALE MAZZINI 134, presso lo studio dell’avvocato LUIGI

FIORILLO, rappresentata e difesa dall’avvocato ADALBERTO PERULLI;

– controricorrente –

E SUL RICORSO SUCCESSIVO, SENZA NUMERO DI R.G. PROPOSTO DA:

A.C.I. – AUTOMOBILE CLUB D’ITALIA, C.F. (OMISSIS), in persona del

legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in

ROMA, VIALE MAZZINI 134, presso lo studio dell’avvocato LUIGI

FIORILLO, rappresentata e difesa dall’avvocato ADALBERTO PERULLI;

– ricorrente successivo –

contro

M.M., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA NOMENTANA

257, presso lo studio dell’avvocato ALESSANDRO LIMATOLA, che lo

rappresenta e difende unitamente agli avvocati ANDREA DELL’OMARINO,

GILDA PISA, CLAUDIO DAMOLI, OSVALDO CANTONE, ENZO PISA, LORENZO

CANTONE;

– controricorrente al ricorso successivo –

avverso la sentenza n. 65/2016 della CORTE D’APPELLO di TRIESTE,

depositata il 17/10/2016 R.G.N. 274/2015.

Fatto

RILEVATO

1. Che il giudice di primo grado, in parziale accoglimento del ricorso proposto da M.M., accertata la illegittimità del provvedimento con il quale Automobile Club d’Italia (da ora ACI) aveva disposto il trasferimento dello stesso, all’epoca Direttore ACI della sede di (OMISSIS), presso la sede di (OMISSIS), per l’effettuazione di un periodo formativo, accertata la conseguente dequalificazione del dipendente, condannava la datrice di lavoro al ristoro del danno patrimoniale determinato in complessivi Euro 68.956,03 e del danno non patrimoniale (danno biologico di natura temporanea) quantificato in Euro 37.337,50;

2. che la Corte di appello di Trieste, in parziale riforma della decisione, nel resto confermata, ha rideterminato il danno non patrimoniale in Euro 11.962,50 con gli interessi al tasso legale sulla somma via via devalutata sino al 1.2.2009;

3. che la sentenza di appello è stata impugnata da entrambe le parti;

3.1. che M.M., con ricorso notificato il 14/20 aprile 2017, ha chiesto la cassazione della decisione sulla base di due motivi; l’ACI ha resistito con tempestivo controricorso;

3.2 che con autonomo ricorso, notificato il 15/24 aprile 2017 l’ACI ha chiesto la cassazione della decisione sulla base di due motivi; M.M. ha resistito con tempestivo controricorso;

3.3 che entrambe le parti hanno depositato memoria ai sensi dell’art. 380-bis.1. c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO

1. che, preliminarmente, ai sensi dell’art. 335 c.p.c., deve essere disposta la riunione dei ricorsi proposti in via autonoma da M.M. e ACI avverso la medesima sentenza;

Sintesi dei motivi di ricorso principale.

2. che con il primo motivo di ricorso M.M. deduce, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, omesso esame di un fatto storico decisivo per il giudizio, oggetto di discussione tra le parti, rappresentato dall’intero decorso della malattia del M. così come risultante dalla relazione peritale del consulente di ufficio nominato in primo grado il cui esame – asserisce- avrebbe comportato la conferma della statuizione di primo grado in punto di quantificazione del danno non patrimoniale patito dal lavoratore in correlazione al maggior periodo di sofferenza (febbraio 2009-giugno 2011). L’ausiliare di primo grado aveva, infatti, ritenuto che solo il ripristino – in data 20.6.2011 – della posizione lavorativa del M. nel luogo di provenienza (sede di (OMISSIS)) aveva determinato il progressivo miglioramento della situazione psico-fisica del lavoratore; non appariva, pertanto, giustificato collocare ad epoca antecedente, e cioè agli ultimi mesi del 2009, il venir meno della patologia sofferta;

3. che con il secondo motivo, deducendo violazione e falsa applicazione dell’art. 429 c.p.c., comma 3, in combinato disposto con gli artt. 1219,1223 e 1224 c.c., censura la sentenza impugnata per non avere condannato ACI al pagamento sulla somma riconosciuta a titolo di danno non patrimoniale, oltre agli interessi legali, la rivalutazione monetaria via via maturata dal 1.2.2009 al saldo; osserva, infatti, che tra i crediti da lavoro di cui all’art. 429, comma 3 si annoverano anche quelli di natura risarcitoria come quello in oggetto;

Sintesi dei motivi di ricorso incidentale.

4. che con il primo motivo di ricorso l’ACI denunzia, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione dell’art. 2103 c.c.. Premesso che l’ACI, a termini di statuto, è la federazione che associa gli Automobil Club provinciali i quali, a loro volta, sono enti pubblici non economici diversi e distinti dall’ACI Automobile Club d’Italia, sostiene, in sintesi, che la posizione del M. presso l’ufficio di (OMISSIS) era quella di comandato, istituto caratterizzato dalla temporaneità di destinazione, dalla reversibilità dell’incarico e dalla ampia discrezionalità dell’Amministrazione nel disporlo e nel farlo cessare. Evidenzia, inoltre, che l’incarico di direttore dell’Automobil Club Provinciale presso l’ACI di (OMISSIS) si configurava come incarico di posizione organizzativa e cioè incarico a tempo determinato, revocabile, retribuito e concesso per lo svolgimento di compiti ben tipizzati; evidenzia, inoltre, che la qualifica rivestita dal M. non gli attribuiva alcun diritto a ricoprire incarichi di posizione organizzativa di direzione. Sulla base di queste premesse deduce l’errore della sentenza impugnata per avere implicitamente qualificato il provvedimento del 26.1.2009 come di trasferimento ritenendo che lo stesso fosse stato adottato in violazione dell’art. 2103 c.c., disposizione non applicabile in relazione alla figura della posizione organizzativa. In questa prospettiva sostiene essere del tutto legittima la decisione della società che, nell’esercizio del proprio potere organizzativo, aveva inteso far frequentare al M. un corso di formazione, come in effetti avvenuto, secondo quanto attestato dai testi escussi. In ogni caso, non era configurabile alcun demansionamento posto che l’assegnazione del M. presso la sede di (OMISSIS) era del tutto compatibile con quella relativa all’area di inquadramento secondo un criterio di equivalenza formale proprio della disciplina del lavoro pubblico privatizzato;

5. che con il secondo motivo deduce, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione dell’art. 2103 c.c. e dell’art. 1218 c.c., censurando la sentenza impugnata per non avere in alcun modo argomentato sul nesso eziologico tra il danno patrimoniale e il demansionamento e per avere determinato il primo rapportandolo al compenso riferibile al personale svolgente attività direttiva; in particolare, sotto quest’ultimo profilo, evidenzia che il giudice di appello non aveva tenuto conto, con riferimento al compenso di risultato, delle osservazioni del CTP e del fatto che il M., per tutto l’anno (OMISSIS), era rimasto assente per malattia; non risultava pertanto giustificato il riconoscimento in relazione a tale anno della valutazione massima;

Esame dei motivi del ricorso principale.

6. che il primo motivo di ricorso principale è infondato. Il giudice di appello ha ritenuto che dalla documentazione in atti e dalla attenta lettura della consulenza tecnica d’ufficio medico legale emergeva la necessità di ridimensionare il periodo di sofferenza da risarcire; quand’anche, infatti, il M., già nel corso degli anni 2007 e 2008 avesse mal sopportato la tensione che si era venuta a creare presso la sede di (OMISSIS) di cui era Direttore, al punto di iniziare a soffrire d’insonnia, ansia, ecc., solo con il successivo demansionamento, realizzato con l’adozione del provvedimento del 26.1.2009 (cui era seguita, dopo pochi giorni, la lunga assenza per malattia del M.) era stata posta in essere dal soggetto datore di lavoro la condotta fonte di obbligo risarcitorio; quanto al momento finale, ovvero alla conclusione del periodo di sofferenza, il consulente di ufficio era stato chiaro nel collocare tale momento agli ultimi mesi dell’anno (OMISSIS), quale termine della malattia per l’interrompersi dei disturbi psico-fisici. La quantificazione della somma risarcitoria, determinata in Euro 11.962,50, scaturiva dalla moltiplicazione per il periodo di 11 mesi del danno biologico parziale temporaneo valutato al 25 % prendendo come riferimento le tabelle del Tribunale di Milano;

6.1. che la ricostruzione operata dal giudice di appello in ordine alla durata del periodo di sofferenza non risulta validamente incrinata dalle censure articolate dal ricorrente principale che si limita a contrapporre alla stessa una diversa lettura degli atti di causa limitata alla consulenza di ufficio di primo grado, della quale, peraltro, neppure riproduce, in violazione del disposto dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, i brani pertinenti (Cass. n. 195 del 2016, Cass. n. 26174 del 2014, Cass. n. 22607 del 2014) e neppure individua, come richiesto dall’attuale formulazione del vizio di motivazione ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, (v. Cass. Sez. Un. 8053 del 2014) uno specifico fatto storico, di rilevanza decisiva oggetto di discussione fra le parti, il cui esame, omesso dalla Corte di merito, avrebbe con giudizio di certezza e non di probabilità comportato un diverso esito della decisione sul punto;

7. che il secondo motivo di ricorso principale è infondato. La sentenza impugnata, che ha riconosciuto il diritto agli interessi legali sulla somma via via devalutata sino al 1.2.2009, vale a dire sulla sola somma capitale non rivalutata, è, infatti, coerente con la natura del rapporto in oggetto che giustifica in relazione al credito da lavoro il divieto di cumulo fra interessi legali e rivalutazione monetaria (Corte Cost. n. 459 /2000);

Esame dei motivi di ricorso incidentale.

8. che il primo motivo di ricorso incidentale è da respingere. La sentenza impugnata ha, infatti, mostrato implicitamente di escludere la riconducibilità del provvedimento del 26.1.2009 alla figura del comando o, comunque, ad un provvedimento legittimamente adottabile dall’ente datore di lavoro. Ha, infatti, evidenziato che esso comportava l’assegnazione a compiti indefiniti nell’ambito di uno stage formativo di contenuto indecifrabile e a tempo indeterminato, sottolineato la singolarità della decisione di assegnare un pienamente operativo Direttore (ufficio e PRA) ad un non meglio specificato periodo formativo, con sottrazione sine die di compiti svolti sino al giorno prima, e puntualizzato, sotto il profilo del demansionamento, che il percorso formativo al momento della assegnazione del dipendente non era per nulla organizzato e quando sia pure tardivamente era stato posto in essere non si era rivelato consono ed adeguato alla già acquisita formazione portata dal M.. In tal modo la Corte di merito ha espresso una valutazione di sostanziale pretestuosità del provvedimento in quanto non sorretto da adeguate ed evidenti ragioni giustificative. Tale accertamento di fatto non risulta incrinato dalle considerazioni in diritto relative ai provvedimenti legittimamente adottabili dall’ente sviluppate dalla parte ricorrente incidentale, le quali non si confrontano con tale valutazione e si sostanziano in generiche considerazioni intese a proporre, in termini estranei all’attuale configurazione del vizio di motivazione (v. Cass. Sez. Un. 8053 del 2014),un diverso apprezzamento del provvedimento in questione, in relazione al quale prospettano la violazione dell’art. 2103 c.c.;

9. che il secondo motivo di ricorso incidentale è anch’esso da respingere. La sentenza impugnata ha accertato che il demansionamento aveva comportato per il M. un danno patrimoniale inteso come somma non percepita a titolo di compenso riferibile al personale svolgente attività direttiva; ha quindi richiamato la ctu di primo grado la quale, dopo avere precisato come l’indennità di direzione dal (OMISSIS) era stata suddivisa in compenso di ruolo e compenso di risultato o obiettivo, aveva proceduto alla separata determinazione di tali emolumenti; l’ACI, fermo il presupposto della debenza di tali voci, aveva sostanzialmente criticato la modalità di quantificazione del compenso di risultato. Tale critica, secondo il giudice d’appello, non era condivisibile in quanto, fermo il carattere prognostico della valutazione da operare, appariva più consono e corretto, in assenza di contestazioni specifiche sul raggiungimento dei risultati, come del resto già evidenziato nella sentenza del Tribunale, attestarsi sul risultato (obiettivo) – massimo – raggiunto negli anni precedenti 2007 e 2008 piuttosto che, come sostenuto da ACI – richiamare una media di valori, di fatto nella pratica mai applicata;

9.1. che le critiche articolate con il motivo in esame risultano inammissibili. In particolare, parte ricorrente, laddove censura che al demansionamento sia stato fatto conseguire un danno patrimoniale per il lavoratore, mostrando in tal modo di contestare la stessa sussistenza del nesso di causalità tra condotta datoriale e pregiudizio della sfera patrimoniale del M., non considera che siffatto accertamento poteva essere incrinato solo dalla deduzione, con le rigorose modalità prescritte dall’attuale formulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, applicabile ratione temporis, di omesso esame di un fatto decisivo oggetto di discussione tra le parti; non considera, inoltre, che alla stregua della sentenza impugnata, sul punto non specificamente contestata, la questione del nesso di causalità non era stata specificamente investita sul punto dall’appello ACI che aveva incentrato le proprie doglianze solo in ordine alle modalità di determinazione del compenso di risultato, di talchè la relativa trattazione risultava preclusa dal giudicato sul punto;

9.2. che le critiche alle modalità di determinazione della indennità di risultato sono parimenti inammissibili in quanto fondate su un atto – osservazioni del ctp – del quale, in violazione dell’art. 366 c.p.c., n. 6, è omessa la trascrizione o la esposizione per riassunto (v. giurisprudenza citata sub paragrafo 6.1.), dovendo ulteriormente rimarcarsi che la utilizzazione di un metodo diverso da quello ritenuto opportuno dal consulente di parte non costituisce indice di intrinseca erroneità della decisione sul punto. Infine, privo di pregio è il rilievo relativo alla protratta assenza per malattia del M. nel corso dell’anno (OMISSIS) posto che tale assenza, secondo quanto accertato dalla sentenza impugnata, si pone in correlazione causale con la illegittima condotta datoriale e che il riferimento al massimo risultato conseguito dal M. negli anni 2007/2008 si configura quale ragionevole parametro al quale ancorare, in chiave necessariamente probabilistica, il danno connesso all’illegittimo demansionamento sotto il profilo patrimoniale;

10. che stante il rigetto di entrambi i ricorsi le spese di lite sono compensate;

11. che sussistono i presupposti per l’applicabilità del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, nei confronti di entrambi i ricorrenti.

P.Q.M.

La Corte riunisce i ricorsi e li rigetta entrambi. Compensa le spese.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte di entrambe le parti ricorrenti dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per i ricorsi a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 2 aprile 2019.

Depositato in Cancelleria il 30 dicembre 2019

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