Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3470 del 03/02/2022

Cassazione civile sez. VI, 03/02/2022, (ud. 25/11/2021, dep. 03/02/2022), n.3470

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. NAZZICONE Loredana – Consigliere –

Dott. CAMPESE Eduardo – rel. Consigliere –

Dott. FIDANZIA Andrea – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso proposto da:

D.D., rappresentato e difeso, giusta procura speciale

allegata in calce al ricorso, dall’Avvocato Massimiliano Vivenzio,

presso il cui studio elettivamente domicilia in Robbiate (LC), alla

via Novarino n. 6;

– ricorrente –

nei confronti di:

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore;

– intimato –

avverso il decreto, n. cron. 8867/2020, del TRIBUNALE DI MILANO,

depositato il 30/11/2020;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio non

partecipata del giorno 25/11/2021 dal Consigliere Relatore EDUARDO

CAMPESE.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con ricorso D.Lgs. n. 25 del 2008, ex art. 35-bis, D.D., nativo del Senegal (Regione di (OMISSIS), (OMISSIS)), ha adito il Tribunale di Milano impugnando il provvedimento con cui la competente Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale aveva respinto la sua richiesta di protezione internazionale, nelle forme dello status di rifugiato, della protezione sussidiaria e del rilascio di un permesso di soggiorno per motivi umanitari.

1.1. Nel richiedere il riconoscimento delle invocate protezioni, il ricorrente ha esposto: i) di aver lasciato il Paese d’origine a seguito di un attacco subito dal padre e dalla madre da parte di un gruppo di banditi mentre pascolavano il bestiame. In particolare, ha riferito come il padre durante l’aggressione fosse stato colpito alle gambe rimanendo invalido. Per tale ragione, l’uomo decise di vendere le poche mucche rimaste e suggerire al figlio di lasciare il Senegal; ii) di essersi recato in Libia, dove era stato imprigionato ripetutamente. Uscito dal carcere, aveva lavorato per potersi permettere il viaggio in Italia, dove era giunto il (OMISSIS); iii) di temere di tornare in Senegal per paura che quanto successo potesse capitare di nuovo; iv) di soffrire di un disturbo posi-traumatico da stress, come documentato dall’allegata relazione della psicologa della struttura di accoglienza.

2. Il tribunale ha ritenuto insussistenti i presupposti per il riconoscimento di qualsivoglia forma di protezione.

2.1. In particolare, quel giudice: i) ha ritenuto i fatti narrati non attinenti alle fattispecie della protezione internazionale, atteso che, pur potendosi ritenere verosimile l’episodio di banditismo subito dal famiglia del ricorrente, le ragioni della fuga non erano state sufficientemente chiarite da quest’ultimo, il quale aveva pure affermato di poter fare rientro in Senegal qualora fosse stato nella condizione di poter dare alla famiglia un aiuto economico; ii) ha considerato, che la situazione in Senegal, regione della (OMISSIS), non fosse riconducibile, ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), ad un contesto di violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale; iii) ha negato la sussistenza dei presupposti per il riconoscimento della protezione umanitaria in assenza di indici di vulnerabilità che testimoniassero una disparità tra la vita condotta dal D. in Italia ed in Senegal.

3. Avverso il descritto decreto D.D. ricorre per cassazione, affidandosi ad un motivo. Il Ministero dell’Interno non si è costituito nei termini di legge, ma ha depositato un “atto di costituzione” al solo fine di prendere eventualmente parte alla udienza di discussione ex art. 370 c.p.c., comma 1.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. L’unico formulato motivo, rubricato “Violazione o falsa applicazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35-bis, comma 9, e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, commi 2 e 3, in relazione al D.Lgs. n. 251 del 2017, art. 14, lett. c), ed alle convenzioni di Ginevra 12 agosto 1949, aggiuntivo Protocollo II, art. 1”, lamenta l’erronea applicazione della disciplina relativa alla protezione sussidiaria limitatamente al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c). In particolare, si critica la mancata considerazione del conflitto interno in corso nella zona della (OMISSIS) da cui proviene il ricorrente.

2. Una siffatta doglianza si rivela inammissibile.

2.1. Invero, il dovere di cooperazione istruttoria consiste nella ricerca di informazioni in merito alla situazione socio-politica del Paese d’origine del richiedente tramite fonti certe, ufficiali ed aggiornate al momento della decisione o ad epoca ad essa prossima.

2.2. Nel caso di specie, il tribunale ha indicato ed utilizzato fonti attendibili del 2019 e 2020, prossime, quindi, alla data di deliberazione (20 maggio 2020) del decreto impugnato, da cui si desume l’attuale assenza di una violenza generalizzata o di un conflitto armato in Senegal, Regione della (OMISSIS), zona di provenienza del richiedente.

2.3. E’ da ritenersi correttamente adempiuto, dunque il suddetto dovere di cooperazione istruttoria, considerando anche il fatto che nemmeno risultano dal D. indicate fonti più aggiornate che riportino una situazione differente da quella descritta dal giudice di merito.

2.4. In definitiva, la proposta censura investe, sostanzialmente, il complessivo governo del materiale istruttorio (quanto alla sussistenza, o meno, della prova dei presupposti per la invocata tipologia di protezione sussidiaria), senza assolutamente considerare che la denuncia di violazione di legge ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, ivi formalmente proposte, non può essere mediata dalla riconsiderazione delle risultanze istruttorie non può essere mediata dalla riconsiderazione delle risultanze istruttorie (cfr. Cass. n. 2959 del 2021, in motivazione; Cass. n. 195 del 2016; Cass. n. 26110 del 2015; Cass. n. 8315 del 2013; Cass. n. 16698 del 2010; Cass. n. 7394 del 2010; Cass., SU. n. 10313 del 2006), non potendosi surrettiziamente trasformare il giudizio di legittimità in un nuovo, non consentito, ulteriore grado di merito, nel quale ridiscutere gli esiti istruttori espressi nella decisione impugnata, non condivisi e, per ciò solo, censurati al fine di ottenerne la sostituzione con altri più consoni alle proprie aspettative Cass. n. 21381 del 2006, nonché le più recenti Cass. n. 8758 del 2017, Cass. n. 2959 del 2021 e Cass., SU, n. 34476 del 2019).

3. Il ricorso, dunque, va dichiarato inammissibile, senza necessità di pronuncia sulle spese di questo giudizio di legittimità, essendo il Ministero dell’Interno rimasto solo intimato, e dandosi atto, altresì, – in assenza di ogni discrezionalità al riguardo (cfr. Cass. n. 5955 del 2014; Cass., S.U., n. 24245 del 2015; Cass., S.U., n. 15279 del 2017) e giusta quanto recentemente precisato da Cass., SU, n. 4315 del 2020 – che, stante il tenore della pronuncia adottata, sussistono, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, i presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto, mentre “spetterà all’amministrazione giudiziaria verificare la debenza in concreto del contributo, per la inesistenza di cause originarie o sopravvenute di esenzione dal suo pagamento”.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, giusto lo stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sesta sezione civile della Corte Suprema di Cassazione, il 25 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 3 febbraio 2022

 

 

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