Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3469 del 03/02/2022

Cassazione civile sez. VI, 03/02/2022, (ud. 25/11/2021, dep. 03/02/2022), n.3469

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente –

Dott. IOFRIDA Giulia – rel. Consigliere –

Dott. NAZZICONE Loredana – Consigliere –

Dott. CAMPESE Eduardo – Consigliere –

Dott. FIDANZIA Andrea – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso proposto da:

D.M., rappresentato e difeso dell’Avv. Luca Zuppelli,

giusta procura speciale in calce al ricorso per cassazione;

– ricorrente –

nei confronti di:

Ministero dell’Interno, rappresentato e difeso dall’Avvocatura

Generale dello Stato e domiciliato presso i suoi uffici in Roma, via

dei Portoghesi, 12;

– resistente –

avverso decreto del Tribunale di Torino emesso il 18 dicembre 2019

nel procedimento n. R.G. 839/2019;

sentita la relazione in Camera di consiglio del relatore cons. Giulia

Iofrida.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. Con ricorso D.Lgs. n. 25 del 2008, ex art. 35-bis, D.M., cittadino senegalese, ha adito il Tribunale di Torino impugnando il provvedimento con cui la competente Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale ha respinto la sua richiesta di protezione internazionale, nelle forme dello status di rifugiato, della protezione sussidiaria e della protezione umanitaria. Il ricorrente riferiva di aver lasciato il suo Paese a causa di una diatriba familiare sorta a seguito della sua conversione ad una confraternita religiosa diversa da quella seguita dal padre, il quale lo aveva per tale ragione cacciato di casa. Il Tribunale ha ritenuto che non fosse credibile il racconto del ricorrente, considerandolo vago ed incoerente, e che non ricorressero i presupposti per il riconoscimento di della protezione internazionale, avuto riguardo anche alla situazione generale del Senegal, descritta con l’indicazione delle fonti di conoscenza. Il Collegio ha ritenuto, altresì, che la documentazione depositata in merito al percorso di integrazione intrapreso non fosse idonea al riconoscimento della protezione umanitaria, difettando inoltre profili specifici di vulnerabilità.

Avverso il predetto decreto ha proposto ricorso per cassazione D.M., svolgendo quattro motivi. L’intimata Amministrazione dell’Interno ha depositato atto di costituzione al fine di poter eventualmente partecipare alla discussione orale. E’ stata disposta la trattazione con il rito camerale di cui all’art. 380-bis c.p.c., ritenuti ricorrenti i relativi presupposti.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Il ricorrente lamenta: a)”Violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, artt. 4 e 32. Violazione dei principi di correttezza e buon andamento dell’attività amministrativa (art. 97 Cost.)”; b)”Violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35, commi 8 e 11, perché, non essendo disponibile la videoregistrazione di cui al D.Lgs. n. 25 del 2008, medesimo art. 35, comma 8, il decidente ha proceduto a rigettare la domanda senza fissare l’udienza di comparizione del ricorrente avanti a sé”; c) “Violazione e/o falsa applicazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5, in relazione al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 14, e dell’art. 5 T.U.I., comma 6”; “4. Violazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5, e/o motivazione omessa, insufficiente e/o contraddittoria su fatti o questioni controverse e decisive ai fini del giudizio”.

2. Con il primo motivo si lamenta la nullità della decisione della Commissione Territoriale, essendo stata redatta e sottoscritta dal solo Presidente e non da almeno tre componenti del collegio e non recando la certificazione del segretario della Commissione.

La doglianza è inammissibile.

Infatti, in tema di protezione internazionale, la eventuale nullità del provvedimento amministrativo, emesso dalla Commissione territoriale, non esonera il giudice adito dall’obbligo di esaminare il merito della domanda, poiché oggetto della controversia non è il provvedimento negativo ma il diritto soggettivo alla protezione internazionale invocata, sulla quale comunque il giudice deve statuire, non rilevando in sé la nullità del provvedimento ma solo le eventuali conseguenze di essa sul pieno dispiegarsi del diritto di difesa (Cass. 22 marzo 2017, n. 7385).

3. Il secondo motivo censura l’omessa fissazione dell’udienza di comparizione, in assenza di videoregistrazione. Tuttavia, in merito all’udienza di comparizione, nel provvedimento impugnato si dice che essa è stata regolarmente fissata, dichiarando il Tribunale che il ricorrente ha reiterato l’istanza per la sua audizione anche in sede di udienza di comparizione (pag. 2 del decreto); il Tribunale ha invece ritenuto non necessaria una nuova audizione del richiedente. 4.Con il terzo motivo si contesta la valutazione di credibilità del Tribunale, in quanto basata su informazioni limitate. Si ritiene, infatti, che il Tribunale non abbia svolta un’adeguata attività istruttoria mediante sia l’audizione del ricorrente sia l’acquisizione di informazioni sul Paese di origine, considerato instabile e povero dalla difesa.

Le doglianze appaiono inammissibili perché generiche e perché si traducono in una richiesta di rivisitazione del merito, avendo il tribunale sia dato conto, con congrua motivazione, delle ragioni di non credibilità del narrato sia operato una ricostruzione della condizione della zona di provenienza del richiedente in base a COI aggiornate. Il ricorrente manca di indicare quali siano i fatti alternativi desumibili da fonti informative successive, dovendosi confermare il principio di diritto già espresso da questa Corte (Cass. n. 30105/2018) secondo cui “il D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, nel prevedere che “Ciascuna domanda è esaminata alla luce di informazioni precise e aggiornate circa la situazione generale esistente nel Paese di origine dei richiedenti asilo e, ove occorra, dei Paesi in cui questi sono transitati…” deve essere interpretato nel senso che l’obbligo di acquisizione di tali informazioni da parte delle Commissioni territoriali e del giudice deve essere osservato in diretto riferimento ai fatti esposti ed ai motivi svolti in seno alla richiesta di protezione internazionale, non potendo per contro addebitarsi la mancata attivazione dei poteri istruttori officiosi, in ordine alla ricorrenza dei presupposti per il riconoscimento della protezione, riferita a circostanze non dedotte”. In ricorso, ci si limita a contrapporre all’interpretazione delle fonti data dal giudice di merito, altra valutazione, in ordine alla situazione sociopolitica nel Paese d’origine.

5.Con l’ultimo motivo si contesta il rigetto della domanda di protezione umanitaria, alla luce sia delle condizioni di miseria ed esclusione che caratterizzano alcune zone del Senegal, sia della pandemia in corso. Si lamenta un’omessa attività istruttoria officiosa in tal senso da parte del Tribunale. Le Sezioni Unite (Cass. n. 24413/2021) si sono nuovamente pronunciate sul tema della protezione umanitaria, alla stregua del testo del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6, anteriore alle modifiche recate dal D.L. 4 ottobre 2018, n. 113, e del contenuto della valutazione comparativa affidata al giudice, tra la situazione che, in caso di rimpatrio, il richiedente lascerebbe in Italia e quella che il medesimo troverebbe nel Paese di origine, già condiviso dalle Sezioni Unite, con la precedente sentenza n. 29459/2019, affermando il seguente principio di diritto: “In base alla normativa del T.U. Imm., anteriore alle modifiche introdotte dal D.L. n. 113 del 2018, ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria, occorre operare una valutazione comparativa della situazione soggettiva ed oggettiva del richiedente con riferimento al Paese d’origine, in raffronto alla situazione d’integrazione raggiunta in Italia. Tale valutazione comparativa dovrà essere svolta attribuendo alla condizione soggettiva e oggettiva del richiedente nel Paese d’origine un peso tanto minore quanto maggiore risulti il grado di integrazione che il richiedente dimostri di aver raggiunto nel tessuto sociale italiano. Situazioni di deprivazione dei diritti umani di particolare gravità nel Paese d’origine possono fondare il diritto del richiedente alla protezione umanitaria anche in assenza di un apprezzabile livello di integrazione del medesimo in Italia. Per contro, quando si accerti che tale livello sia stato raggiunto, se il ritorno in Paesi d’origine rende probabile un significativo scadimento delle condizioni di vita privata e/o familiare, sì da recare un vulnus al diritto riconosciuto dalla Convenzione EDU, art. 8, sussiste un serio motivo di carattere umanitario, ai sensi del citato art. 5 T.U., per riconoscere il permesso di soggiorno”.

Ora, nel presente giudizio, il Tribunale ha escluso una situazione personale di vulnerabilità soggettiva ed oggettiva, meritevole di protezione per ragioni umanitarie, rilevando che non era stata neppure allegata sufficiente documentazione dal richiedente, al fine di integrare il requisito della integrazione effettiva, sociale e lavorativa, nel nostro Paese.

La decisione risulta del tutto conforme a diritto.

6. Per tutto quanto sopra esposto, va dichiarato inammissibile il ricorso. Non v’e’ luogo a provvedere sulle spese processuali non avendo l’intimato svolto attività difensiva.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della ricorrenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente dell’importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, ove dovuto, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 25 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 3 febbraio 2022

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