Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 34534 del 27/12/2019

Cassazione civile sez. I, 27/12/2019, (ud. 30/10/2019, dep. 27/12/2019), n.34534

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE CHIARA Carlo – Presidente –

Dott. SCOTTI Umberto Luigi – rel. Consigliere –

Dott. FEDERICO Guido – Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – Consigliere –

Dott. FIDANZIA Andrea – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 27821/2015 proposto da:

M.S., elettivamente domiciliato in Roma, Via Tazio Nuvolari

252, scala D, presso lo studio dell’avvocato Pasquale Nardo che lo

rappresenta e difende in forza di procura speciale in calce al

ricorso;

– ricorrente –

contro

UNCI Pesca – Unione Nazionale Cooperative Pesca e UNCI – Unione

Nazionale Cooperative Italiane, in persona dei legali rappresentanti

pro tempore, elettivamente domiciliati in Roma, V.le Parioli 44,

presso lo studio dell’avvocato Silvio Crapolicchio che li

rappresenta e difende unitamente all’avvocato Alessandro Pace in

forza di procura speciale a margine del controricorso;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 7137/2014 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 20/11/2014;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

30/10/2019 dal Consigliere UMBERTO LUIGI CESARE GIUSEPPE SCOTTI.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con atto di citazione notificato il 30/10/2001 l’Unione Nazionale delle Cooperative Italiane – UNCI (di seguito: UNCI) e l’Associazione nazionale delle Cooperative della Pesca – UNCI Pesca (di seguito: UNCI Pesca) hanno convenuto in giudizio M.S. dinanzi al Tribunale di Roma, chiedendo di accertare il suo illegittimo comportamento in qualità di Presidente dell’UNCI Pesca, di inibirne i poteri di gestione e rappresentanza e di condannarlo alla restituzione della somma di Lire 494.000.000 e al risarcimento di tutti i danni, anche d’immagine, cagionati.

Si è costituito in giudizio il convenuto M., chiedendo il rigetto della domanda e la condanna delle controparti per lite temeraria, previa revoca del provvedimento cautelare inibitorio emesso nei suoi confronti ante causam.

Con sentenza del 5/10/2009 il Tribunale di Roma, in parziale accoglimento delle domande delle attrici, ha confermato il provvedimento cautelare, inibendo definitivamente a M.S. la spendita dei poteri di gestione e rappresentanza di UNCI Pesca; ha condannato il M. a restituire all’UNCI Pesca la somma di Euro 4.521,17, oltre interessi, quale quota parte del prelievo ingiustificato, in seguito a estinzione di un conto corrente bancario su cui era affluito un contributo ministeriale erogato a favore di UNCI Pesca; ha respinto la domanda risarcitoria avanzata dalle attrici e la domanda di condanna per lite temeraria avanzata dal M.; ha compensato integralmente le spese di lite, ponendo le spese di consulenza tecnica per due terzi a carico delle attrici e per un terzo a carico del M..

2. Avverso la predetta sentenza hanno proposto appello in via principale il M. e in via incidentale le Associazioni appellate.

La Corte di appello di Roma con sentenza del 20/11/2014, ha respinto il gravame principale del M. e quello incidentale di UNCI e, in parziale accoglimento dell’appello incidentale di UNCI Pesca, ha aumentato la somma da restituirle da parte del M. a Euro 24.175,89 oltre interessi legali, ponendo a carico integrale del M. le spese di c.t.u. e gravandolo delle spese del doppio grado di giudizio verso UNCI Pesca, con la compensazione delle spese del secondo grado invece fra M. e UNCI.

3. Avverso la predetta sentenza del 20/11/2014, non notificata, con atto notificato il 18/11/2015 ha proposto ricorso per cassazione M.S., svolgendo quattro motivi.

Con atto notificato il 28/12/2015 hanno proposto controricorso e ricorso incidentale UNCI e UNCI Pesca, chiedendo la dichiarazione di inammissibilità o il rigetto dell’avversaria impugnazione.

La controricorrente UNCI ha depositato memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo di ricorso, proposto ex art. 360 c.p.c., n. 3, il ricorrente denuncia violazione o falsa applicazione di legge in relazione agli artt. 189 e 345 c.p.c., nonchè art. 112 c.p.c..

1.1. La Corte di appello aveva disatteso l’eccezione di novità sollevata dal ricorrente circa la somma richiesta ex adverso con l’appello incidentale di Lire 81.754.215, ritenendo che si trattasse di una mera riduzione del quantum, sempre consentita, dell’importo originariamente richiesto di Lire 494.000.000.

Secondo il ricorrente, la Corte non aveva però considerato il fatto che l’originaria domanda era fondata su di una diversa causa petendi (ossia l’appropriazione da parte del M. della seconda tranche del finanziamento erogato dal Ministero delle Politiche agricole e forestali), che era cosa ben diversa dal chiedere conto di una somma minore sulla base di una presunta illegittima gestione del M. di una parte del finanziamento. Siffatta domanda apriva un fronte di indagine del tutto differente, non vertendosi più nell’ambito dell’originaria domanda di restituzione dell’indebito e di risarcimento del danno per l’illecita appropriazione (al cui riguardo sarebbe stato sufficiente al convenuto dimostrare l’avvenuta accettazione del suo rendiconto da parte del Ministero), ma piuttosto nell’ambito della diversa azione di rendiconto ex art. 263 c.p.c..

Inoltre le parti intimate non avevano neppure indicato la norma in forza della quale il M. sarebbe stato tenuto a rendere il conto, che invece il M. doveva rendere ai soggetti erogatori (Ministero e Uniprom), che non solo lo avevano ricevuto, ma lo avevano anche approvato, mentre le accuse mosse al M. in sede penale erano state archiviate con apertura di un procedimento per calunnia ai suoi danni.

1.2. Secondo il ricorrente, la pretesa mutatio libelli si sarebbe concretizzata all’atto della precisazione delle definitive conclusioni di primo grado, allorchè le parti attrici avevano ridotto l’importo della loro originaria richiesta restitutoria da Lire 494.000.000 a Lire 81.754.215, cosa che aveva indotto entrambi i Giudici del merito ad escludere la violazione del divieto sul presupposto del contenuto meramente abdicatorio della modifica introdotta.

Ciò in conformità a un orientamento del tutto consolidato di giurisprudenza, fondato sull’ovvio principio logico che “nel più sta il meno”, secondo il quale le variazioni puramente quantitative del petitum, che non alterino i termini sostanziali della controversia e non introducano nuovi temi di indagine, non sono vietate, perchè non comportano alcuna violazione del principio del contraddittorio, nè menomazione del diritto di difesa dell’altra parte (Sez. 5, n. 11470 del 23/05/2014, Rv. 630980 – 01; Sez. 2, 25/09/2012, n. 16293; Sez. 3, 20/04/2007, n. 9522; Sez. 2, n. 6638 del 22/05/2000, Rv. 536768 – 01).

Il ricorrente sostiene che le controparti avrebbero anche introdotto una modifica dell’originaria causa petendi – e non solo ridotto il petitum – rispetto alla richiesta iniziale basata sulla lamentata appropriazione da parte sua dell’intero ammontare della seconda tranche del finanziamento erogato dal Ministero delle Politiche agricole e forestali, trasformandola in una richiesta di rendere il conto dell’illegittima gestione del contributo.

Egli, tuttavia, non indica neppure in forza di quali atti processuali le controparti avrebbero posto in essere la censurata modificazione del titolo della pretesa, e anzi cerca di individuarla alla luce di una pretesa interpretazione complessiva dell’atto introduttivo, priva peraltro di un elemento di raffronto concreto e determinato nel successivo atto processuale in cui si sarebbe concretizzata la denunciata mutatio.

Quanto esposto rende superfluo aggiungere che secondo la sentenza di primo grado (pag. 4,p. 2, capoverso), che questa Corte ben può esaminare a fronte della deduzione di un preteso error in procedendo, la rettifica della domanda da parte attrice è avvenuta non già in sede di precisazione delle conclusioni ma piuttosto con la comparsa conclusionale e la memoria conclusionale di replica, mediante mera riduzione, puramente abdicativa, del petitum richiesto da Lire 494.000.000 (pari all’intera seconda tranche del contributo ministeriale), a sole Lire 81.754.125 (pari ai soli prelievi ingiustificati all’esito dell’istruttoria svolta), senza proporre alcuna nuova allegazione o tema di indagine.

Assunto questo del primo Giudice, condiviso dalla Corte di appello e perfettamente corretto alla luce del tenore dei predetti scritti conclusionali, che nella sostanza proclamano, nei limiti ridotti sopra indicati, la fondatezza della domanda proposta dalle due Associazioni.

1.3. Pertanto la censura appare inammissibile per la sua totale indeterminatezza strutturale, anche a prescindere dal fatto che il ricorrente non dà conto nè del tenore specifico della censura svolta con il motivo di appello respinto, nè del contenuto dei vari atti (provvedimenti del Pubblico Ministero e del Giudice delle indagini preliminari, consulenza tecnica esperita in primo grado, provvedimento ex art. 700 c.p.c. ante causam), peraltro apparentemente ininfluenti, che invoca nelle sue argomentazioni.

2. Con il secondo motivo di ricorso, proposto ex art. 360 c.p.c., n. 3, il ricorrente denuncia violazione o falsa applicazione di legge in relazione agli artt. 2727,2729 e 2697 c.c..

2.1. Secondo il ricorrente, le norme citate erano state violate perchè vi erano numerosi indizi (esistenza di rendiconti approvati, sentenza penale di assoluzione del M., dichiarazioni testimoniali univoche della Dott.ssa B. e del Dott. T., non necessità di giustificativi per il 10% del totale erogato) che il M. avesse utilizzato anche il modesto importo addebitatogli, privo di idonea giustificazione, per le finalità richiese dal finanziamento ministeriale.

2.2. La censura è inammissibile perchè, nel lamentare attraverso la chiave del preteso vizio di violazione di legge – la mancata valutazione positiva dell’esistenza di una prova presuntiva, sollecita questa Corte di legittimità a una indebita intrusione nell’attività di valutazione delle prove e nel giudizio di accertamento dei fatti che invece compete al Giudice del merito.

In tema di prova presuntiva, è incensurabile in sede di legittimità l’apprezzamento del giudice del merito circa la valutazione della ricorrenza dei requisiti di precisione, gravità e concordanza richiesti dalla legge per valorizzare elementi di fatto come fonti di presunzione, rimanendo il sindacato del giudice di legittimità circoscritto alla verifica della tenuta della relativa motivazione, nei limiti segnati dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (Sez. 6 17/01/2019, n. 1234); inoltre allorquando la prova addotta sia costituita da presunzioni, che, anche da sole, possono formare il convincimento del giudice del merito, rientra nei compiti di quest’ultimo il giudizio circa l’idoneità degli elementi presuntivi a consentire inferenze che ne discendano secondo il criterio dell’id quod plerumque accidit, essendo il relativo apprezzamento sottratto al controllo in sede di legittimità, se sorretto da motivazione immune da vizi logici o giuridici e, in particolare, ispirato al principio secondo il quale i requisiti della gravità, della precisione e della concordanza, richiesti dalla legge, devono essere ricavati in relazione al complesso degli indizi, soggetti ad una valutazione globale, e non con riferimento singolare a ciascuno di questi, pur senza omettere un apprezzamento così frazionato, al fine di vagliare preventivamente la rilevanza dei vari indizi e di individuare quelli ritenuti significativi e da ricomprendere nel suddetto contesto articolato e globale (Sez. 3, 16/05/2017, n. 12002).

2.3. Nella fattispecie la Corte territoriale ha disatteso la doglianza in tema di mancata rilevanza conferita alla pretesa prova indiziaria, argomentando specificamente sulla base degli accertamenti esperiti dal Consulente tecnico.

Il C.t.u. infatti aveva accertato, quanto alle somme oggetto della condanna già disposta in primo grado, che l’importo (espresso in Euro) di Euro 4.521,17 era stato trasferito su di un conto corrente bancario presso una filiale del Credito varesino e utilizzato corrispondendo Lire 4.000.000 a una dipendente per imprecisate “spese di cassa”, altre Lire 4.000.000 a tale avvocato B. per non precisate spese legali e il restante importo di Lire 1.754.215 prelevato in contanti e utilizzato per altre imprecisate spese di cassa.

Quanto alle somme oggetto di condanna solo all’esito del giudizio di appello, che avevano condotto a rideterminare, in aumento, il debito del M. in Euro 24.175,89, la Corte di appello ha ritenuto ingiustificato anche l’utilizzo di ulteriori Lire 38.056.820, che erano state neutralizzate dal C.t.u. e conseguentemente dal Giudice di primo grado perchè ascritte alla quota del 10% del contributo erariale per le quali la convenzione del Ministero non prevedeva obbligo di rendicontazione.

La Corte di appello, partendo dal principio per cui tale regola valeva esclusivamente nei rapporti fra UNCI Pesca e Ministero, e non nei rapporti fra UNCI Pesca e il M., ha disatteso la conclusione del Consulente, salvo far eccezione per quelle somme, rientranti nella clausola del 10/0 di esonero da rendicontazione pro Ministero, per cui comunque il Commissario di UNCI Pesca, succeduto al M. nell’amministrazione dell’Associazione, era riuscito a reperire adeguate giustificazioni contabili, sottoponendole al Ministero.

2.4. Le censure proposte dal ricorrente non riescono a infrangere il caposaldo della decisione della Corte, che si attesta sul principio che l’esonero dal rendiconto per la frazione del 10/0 del contributo previsto dalla Convenzione con il Ministero valeva solo in quell’ambito e il ricorrente M. non lo poteva invocare nel rapporto con UNCI Pesca, in cui nome e per cui conto, operando abusivamente, aveva riscosso l’importo del finanziamento, e nei cui confronti era tenuto a giustificare la destinazione di ogni singola componente dell’ingente contributo di sua spettanza.

3. Con il terzo motivo di ricorso, proposto ex art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, il ricorrente denuncia violazione o falsa applicazione di legge in relazione all’art. 23 c.c. nonchè omesso esame di un fatto decisivo oggetto di discussione fra le parti, in ordine alla delibera congressuale del 14/9/2001, ed infine violazione dell’art. 112 c.p.c. per decisione ultra petita.

3.1. Il ricorrente sostiene che non era affatto vero che l’impugnazione proposta dal M. avverso la Delib. di commissariamento dell’UNCI Pesca approvata dal Consiglio di Presidenza dell’Unici il 10-11/2/2001 (rectius: come osserva il ricorrente l’11/9/2001 e come conferma anche controparte a pagina 5, settimo rigo, del controricorso), fondata su difetto di competenza funzionale ed eccesso di potere, fosse stata dichiarata improponibile dal Tribunale di Roma con sentenza n. 1860/2004, confermata dalla Corte di appello di Roma con sentenza n. 1719/2007.

Le due sentenze richiamate non attenevano alla circostanza dell’inibizione della spendita del nome, ma alla regolarità dell’iter formativo del provvedimento di commissariamento e dichiaravano improponibile la domanda del M. sul presupposto della privazione del M. dei poteri di rappresentanza e gestione di UNCI Pesca a causa del provvedimento cautelare del Tribunale di Roma, e della conseguente mancanza del potere di sindacare il provvedimento di commissariamento.

L’improcedibilità di cui alle richiamate sentenze si riferiva quindi alla validità del commissariamento, ma non aveva alcuna attinenza con la Delib. Congresso nazionale UNCI Pesca 14 settembre 2014 (presumibile errore materiale per 2001) ed era legata solo al provvedimento inibitorio cautelare.

3.2. La censura appare inammissibile, innanzitutto, per difetto di specificità poichè il ricorrente invoca il contenuto di provvedimenti giurisdizionali che smentirebbero la valutazione della Corte capitolina, senza produrli in allegato al ricorso, e soprattutto senza dar conto nè della loro collocazione negli atti processuali, nè del loro specifico tenore.

In secondo luogo, la censura non si confronta con la specifica motivazione addotta dalla Corte di appello a pagina 4, allorchè ha affermato che l’impugnazione proposta dal M. avverso la Delib. commissariamento di UNCI Pesca era stata dichiarata improponibile con sentenza passata in giudicato, cosa questa neppur contestata, e che indipendentemente dalle motivazioni di questa decisione, la validità e l’efficacia della predetta Delib. non potevano essere delibate incidentalmente in un giudizio diverso da quello promosso ex art. 23 c.c..

La Corte di appello non si è quindi basata sui motivi della dichiarata improponibilità ma sulla mera ontologica esistenza della pronuncia, passata in giudicato, per porre in rilievo un dato fondamentale, che neppure il M. contesta, ossia che la Delib. di commissariamento non era mai stata sospesa o caducata; ha ritenuto che il provvedimento di commissariamento fosse intrinsecamente efficace ex art. 18 dello statuto UNCI e del tutto irrilevante che alla data del 14/9/2001 l’iter di ratifica fosse ancora in corso; di conseguenza il congresso di UNCI Pesca del 14/9/2001 era stato convocato illegittimamente in epoca in cui l’associazione era sottoposta a gestione commissariale.

3.3. Il ricorrente aggiunge che il commissariamento dell’Ente era però superato dalla nuova Delib. di elezione del M. a Presidente UNCI Pesca del 14/9/2001 dopo il commissariamento dell’11/9/2001.

La Delib. 14 settembre 2001 non era mai stata oggetto di impugnazione; il congresso era stato regolarmente convocato, prima della Delib. di commissariamento; la Corte di appello non aveva il potere di sindacare la validità della delib. congressuale, mai impugnata nei tempi e nei modi prescritti dall’art. 23 c.c..

3.4. Il motivo, in parte qua, è inammissibile per difetto di specificità e non pertinenza rispetto alla ratio decidendi.

La Corte romana, avallando la decisione di primo grado, ha ritenuto che la Delib. 14 settembre 2001 fosse radicalmente inesistente e neppure “qualificabile come Delib.” perchè assunta in una riunione indetta in data successiva al commissariamento in consapevole contrasto con esso (sentenza impugnata, pag.4, penultimo capoverso).

Il ricorrente insiste sul fatto che il provvedimento di commissariamento ai sensi dell’art. 16 dello Statuto UNCI, avrebbe potuto essere emesso solo dal Comitato esecutivo, e non già dal Consiglio di Presidenza dell’UNCI, salvo ratifica del Consiglio generale, e che in data 11/10/2001 il predetto Comitato esecutivo aveva respinto il commissariamento.

Tali argomentazioni, per vero ancora inammissibilmente prive dei necessari riferimenti al tenore degli atti richiamati e dell’indicazione della loro collocazione processuale, non sono pertinenti rispetto alla ratio della sentenza impugnata, che si è basata, come sopra ricordato, sulla mancanza di provvedimenti giurisdizionali di annullamento della Delib. predetta del Comitato esecutivo UNCI.

3.5. Il ricorrente osserva altresì che il congresso del 14/9/2001 era stato convocato sin dal luglio 2001, e quindi prima della Delib. di commissariamento 11 settembre 2001, richiamando anche a conforto di tale assunto una serie di documenti e atti processuali della fase cautelare, peraltro non prodotti e non sintetizzati (pag.32 del ricorso).

E’ pur vero che la sentenza contiene a pagina 4 alcune espressioni ambigue, in cui non è chiaro se la Corte capitolina abbia inteso dar rilievo alla data di convocazione o indizione del congresso, o piuttosto alla data della sua tenuta (la prima, in ipotesi, anteriore al commissariamento, la seconda pacificamente successiva): nel 16 rigo si parla di convocazione; nel 13 rigo di data di tenuta del congresso; nel 23 rigo, non si comprende se ci si riferisca all’una o all’altra.

3.6. Il motivo di appello proposto dal M. è stato però disatteso in quanto esso aveva ignorato totalmente la ratio decidendi della sentenza di primo grado che era basata, implicitamente, sull’inesistenza della deliberazione del 14/9/2001; la motivazione della Corte territoriale era orientata così a un giudizio di inammissibilità del mezzo di gravame, non conforme al modello di cui all’art. 342 c.p.c..

Il ricorrente per superare tale giudizio avrebbe dovuto far leva sul rapporto esistente fra sentenza di primo grado e motivo di appello proposto, dimostrandone l’attitudine alla confutazione logico-giuridica della prima decisione: tale compito non è stato assolto.

4. Con il quarto motivo di ricorso, proposto ex art. 360 c.p.c., n. 3, il ricorrente denuncia violazione o falsa applicazione di legge in relazione all’art. 96 c.p.c. e propone in ogni caso nuova istanza ex art. 96 c.p.c., commi 2 e 3.

4.1. Il ricorrente ribadisce che le resistenti avevano convenuto in giudizio il M. sulla base di presupposti mendaci, sulla base di una denunciata appropriazione di somme di denaro per centinaia di milioni di lire, totalmente inconsistente, avendo gli organi pubblici competenti approvato il rendiconto, e comunque esclusa in sede penale e ciò ben sapendo della difficoltà per il M. di dar conto degli impieghi delle somme ricevute, perchè i documenti giustificativi si trovavano tutti nella sede di UNCI e UNCI Pesca, e quindi a loro mani.

4.2. Il motivo è infondato.

Il ricorrente era soccombente, sia pur non totalmente, in primo grado, tanto da doversi configurare una soccombenza reciproca in ragione del rigetto della domanda risarcitoria proposta nei suoi confronti e dell’accoglimento limitato della domanda restitutoria, e totalmente soccombente in secondo grado (salvo il non integrale accoglimento del gravame incidentale): faceva quindi difetto il requisito della soccombenza al quale la norma dell’art. 96 c.p.c. collega la possibilità di condanna per responsabilità aggravata da lite temeraria.

In ogni caso in materia di responsabilità aggravata ex art. 96 c.p.c., ai fini della condanna al risarcimento dei danni, l’accertamento dei requisiti costituiti dall’aver agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave, ovvero dal difetto della normale prudenza, implica un apprezzamento di fatto non censurabile in sede di legittimità, salvo che entro i limiti di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (Sez.2, 05/02/2018, n. 2758; Sez. 2, n. 327 del 12/01/2010, Rv. 610816; Sez. 1, n. 13071 del 08/09/2003, Rv. 566624).

5. Il ricorso deve quindi essere rigettato e il ricorrente deve essere condannato alla rifusione delle spese in favore delle controricorrenti, liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese in favore delle controricorrenti, liquidate nella somma di Euro 4.000,00 per compensi, Euro 200,00 per esposti, 15% rimborso spese generali, oltre accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17 dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello per il ricorso, ove dovuto, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Prima Sezione civile, il 30 ottobre 2019.

Depositato in Cancelleria il 27 dicembre 2019

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