Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3452 del 15/02/2010

Cassazione civile sez. lav., 15/02/2010, (ud. 03/11/2009, dep. 15/02/2010), n.3452

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCIARELLI Guglielmo – Presidente –

Dott. DE RENZIS Alessandro – Consigliere –

Dott. STILE Paolo – rel. Consigliere –

Dott. D’AGOSTINO Giancarlo – Consigliere –

Dott. NAPOLETANO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 19179-2006 proposto da:

S.G., domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso LA

CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso

dall’avvocato BORILE FABIO, giusta delega a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

I.N.P.S. – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, in persona

del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA DELLA FREZZA N. 17, presso l’Avvocatura Centrale

dell’Istituto, rappresentato e difeso dagli avvocati STUMPO VINCENZO,

TRIOLO VINCENZO, FABIANI GIUESEPPE, giusta mandato in calce al

controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 947/2005 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,

depositata il 27/01/2006 R.G.N. 7/2004;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

03/11/2009 dal Consigliere Dott. PAOLO STILE;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

MATERA Marcello che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso depositato il 23.1.2001 S.G. adiva il Giudice Unico del Lavoro del Tribunale di Padova chiedendo dichiararsi l’irripetibilità della somma complessiva di L. 6.133.333, percepita a titolo di indennità di mobilità (sussidio LSU) nel periodo dall’1.10.1997 al 20.5.1998. Esponeva di essere titolare di pensione INPS cat. (OMISSIS) con decorrenza iniziale dall’1.1.1998, poi retrodatata, su sua domanda al 1.1.1997. Adduceva che non aveva percepito indebitamente la pensione o il sussidio poichè aveva avuto conoscenza del suo pensionamento solo nel maggio 1998 e non avrebbe potuto, anteriormente a tale data, rifiutare il progetto di lavoro offertogli, pena la perdita del sussidio.

Esponeva, dunque, il ricorrente che l’erogazione del sussidio non era allo stesso addebitabile e non sussisteva alcun obbligo di restituzione.

L’Istituto si costituiva chiedendo il rigetto del ricorso, facendo presente che il S. nulla aveva comunicato, come era suo onere, circa l’erogazione del sussidio LSU, che era prestazione incompatibile con la pensione cat. (OMISSIS). Con sentenza del 15.10.2002/28.1.2003 l’adito Giudice rilevava che il S. aveva reso in più occasioni dichiarazioni all’INPS omettendo di comunicare all’Istituto che aveva percepito un trattamento incompatibile con la pensione e, pertanto, rigettava la domanda.

Con ricorso depositato il 8.1.2004 S.G. proponeva appello avverso la citata sentenza, sostenendo che la motivazione era fondata su considerazioni di tipo psicologico, senza considerare che la percezione del sussidio era stata pienamente giustificata fino al momento della liquidazione del trattamento pensionistico da parte dell’INPS. L’appellante sosteneva, dunque, che l’incompatibilità era scattata solo al momento della liquidazione della pensione e non poteva essere retrodata all’originaria decorrenza della medesima. Sosteneva, altresì, che l’assegnazione ai LSU non poteva essere dallo stesso rifiutata senza certezza del diritto a pensione ed inoltre era stata effettivamente prestata attività lavorativa.

Infine, l’opzione tra il trattamento di mobilità e la pensione di invalidità D.Lgs. n. 468 del 1997, ex art. 8 presupponeva che il soggetto fosse già titolare della pensione.

L’INPS si costituiva, chiedendo il rigetto del gravame, sottolineando la correttezza delle argomentazioni espresse nella sentenza impugnata.

Con sentenza del 22 novembre 2005-27 gennaio 2006, l’adita Corte di Appello di Venezia, ritenute corrette le argomentazioni poste dal primo Giudice a fondamento della decisione, rigettava l’impugnazione.

Per la cassazione di tale pronuncia ricorre il S. con quattro motivi.

Resiste l’INPS con controricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il proposto ricorso articolato in quattro motivi, il S. lamenta l’erroneità della sentenza impugnata, denunciando 1) violazione del D.Lgs. n. 468 del 1998, art. 8; 2) difetto di motivazione ed erronea motivazione circa punti decisivi della controversia; 3) insussistenza dell’obbligo di restituzione dell’indennità di mobilità (Sussidio per LSU) percepita dal lavoratore nel periodo 1 ottobre 1997 29/5/1998; 4) violazione dei principi fissati dalla Corte Cost. con sentenza n. 166/96 in materia di indebito previdenziale.

Sostiene, in sintesi, con detti motivi che il D.Lgs. 1 dicembre 1997, n. 468, art 8, comma 5, secondo il quale “L’assegno per i lavori socialmente utili è incompatibile con i trattamenti pensionistici diretti a carico dell’assicurazione generale obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia ed i superstiti dei lavoratori dipendenti …”, deve essere interpretato nel senso che non sussiste tale incompatibilità nel caso in cui la liquidazione con gli arretrati della pensione avvenga in un momento successivo alla data di decorrenza del diritto e tra la data di decorrenza e quella di liquidazione sia stata percepita l’indennità di mobilità (sussidio LSU) per aver svolto un lavoro socialmente utile.

Il ricorso appare fondato nei termini che qui di seguito si espongono.

Va premesso che ai sensi del D.L. n. 299 del 1994, conv. nella L. n. 451 del 1994 per il sussidio in favore dei lavoratori impiegati in lavori socialmente utili trovano applicazione le disposizioni in materia di mobilità e di indennità di mobilità.

Pertanto, occorre fare riferimento alla disciplina prevista per quest’ultima indennità ai fini della individuazione delle condizioni per la sua corresponsione.

Nell’ambito della tutela contro la disoccupazione, l’indennità di mobilità, prevista dalla L. 23 luglio 1991, n. 223, art. 7 risponde all’esigenza di provvedere ai bisogni dei lavoratori dipendenti da imprese rientranti nel campo di applicazione dell’intervento straordinario di integrazione salariale, i quali siano divenuti definitivamente esuberanti e non possano perciò mantenere il posto di lavoro; si tratta di una prestazione, che non è interna alla disciplina della integrazione salariale, essendo riconosciuta non solo all’esito di un periodo di cassa integrazione, ma anche, in via autonoma, in caso di licenziamento per riduzione di personale (art. 24 della stessa Legge), e presupponendo, comunque, la definitiva cessazione del rapporto di lavoro (rapporto che, invece, nella cassa integrazione è ancora esistente, se pure sospeso o ridotto), sicchè essa si configura, nel sistema delle assicurazioni sociali, come un particolare trattamento di disoccupazione che ha la sua fonte nella predetta L. n. 223 del 1991 ed è riservato a lavoratori, in possesso dei prescritti requisiti soggettivi, licenziati collettivamente da imprese di determinati settori produttivi e di determinate dimensioni. Sul piano della disciplina della prestazione, occorre rimarcare, per quanto interessa in questa sede, che, ai sensi dell’art. 7, comma 3, seconda parte, l’indennità di mobilità “non è corrisposta successivamente alla data del compimento dell’età pensionabile ovvero, se a questa data non è ancora maturato il diritto alla pensione di vecchiaia, successivamente alla data in cui tale diritto viene a maturazione”.

Con tale disposizione si vuole, evidentemente, impedire abusi o duplicazioni in genere delle prestazioni previdenziali, e tale esigenza trova ulteriore e puntuale riscontro nel D.Lgs. 1 dicembre 1997, n. 468, art. 7, comma 5 secondo cui “l’assegno per i lavori socialmente utili è incompatibile con i trattamenti pensionistici diretti a carico dell’assicurazione generale obbligatoria per l’invalidità, vecchiaia ed i superstiti dei lavoratori dipendenti …”.

Nell’ambito delle prestazioni assistenziali o previdenziali in senso ampio, tuttavia, il trattamento spettante agli LSU presenta una peculiarità tutta propria poichè esso si traduce in una sorta di compenso per l’attività materialmente prestata.

Fermo restando il principio, sopra accennato e più volte affermato da questa Corte, che esclude possa qualificarsi come rapporto di lavoro subordinato l’occupazione temporanea di lavoratori socialmente utili alle dipendenze di un ente comunale per l’attuazione di un apposito progetto, trattandosi piuttosto di un rapporto di lavoro speciale di matrice essenzialmente assistenziale o previdenziale in senso ampio (nel primo senso, v. Cass. 7 febbraio 2008 n. 2887; nel secondo, v. Cass. 24 luglio 2007 n. 16342), è innegabile che l’attività svolta dai LSU è materialmente attività lavorativa, rispetto alla quale una incompatibilità che viene eventualmente a presentarsi non vale ad annullare la funzionalità del rapporto, se la prestazione è stata egualmente resa.

Orbene, lo stesso INPS riconosce che la fattispecie non va inquadrata nella L. n. 662 del 1996, art. 1, comma 260 non trattandosi di pensione indebitamente percetta, bensì nel canone di cui all’art. 2033 c.c..

Sennonchè non ricorre la fattispecie di un indebito pagamento perchè trattandosi di un sussidio dato in relazione a lavori socialmente utili, la cui prestazione è stata effettivamente resa, legittima risulta la ritenzione di quanto percepito, allorchè – come è pacifico in causa – la pensione non era stata ancora attribuita nè si aveva certezza di quando sarebbe stata corrisposta.

Il ricorso va, pertanto, accolto e l’impugnata sentenza va cassata.

Decidendosi la causa nel merito, non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, va dichiarata l’insussistenza dell’obbligo di restituzione del sussidio LSU percepito dal ricorrente per il periodo 1/10/1977-20/5/1998.

Il contrasto fra i giudizi di merito e di cassazione induce a compensare le spese dei gradi di merito.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso; cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, dichiara l’insussistenza dell’obbligo di restituzione del sussidio LSU percepito dal ricorrente per il periodo 1/10/1997 – 20/5/1998. Compensa le spese dei giudizi di merito.

Condanna l’INPS al pagamento, in favore del ricorrente delle spese di questo giudizio liquidate in Euro 11,00 oltre Euro 2.500,00 per onorari ed accessori di legge con attribuzione all’avv. Fabio Borile.

Così deciso in Roma, il 3 novembre 2009.

Depositato in Cancelleria il 15 febbraio 2010

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