Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 34506 del 27/12/2019

Cassazione civile sez. trib., 27/12/2019, (ud. 14/11/2019, dep. 27/12/2019), n.34506

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANZON Enrico – Presidente –

Dott. BRUSCHETTA Ernestino Luigi – Consigliere –

Dott. TRISCARI Giancarlo – Consigliere –

Dott. SUCCIO Roberto – rel. Consigliere –

Dott. FICHERA Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 14897/2012 R.G. proposto da:

EDILGOMITI s.r.l. in liquidazione in persona del suo legale

rappresentante pro tempore elettivamente domiciliata nel presente

giudizio presso lo studio dell’avv. prof. Francesco d’Ayala Valva

(PEC francescodayalavalva.ordineavvocatiroma.org) che la rappresenta

e difende unitamente all’avv. prof. Remo Dominici (PEC:

remo.dominici.ordineavvocatigenova.it) giusta delega in atti

– ricorrente –

Contro

AGENZIA DELLE ENTRATE in persona del Direttore pro tempore,

rappresentata e difesa dall’Avvocatura Generale dello Stato, con

domicilio eletto in Roma, via Dei Portoghesi, n. 12, presso

l’Avvocatura Generale dello Stato;

– intimata –

Avverso la sentenza della Commissione Tributaria Regionale della

Lombardia, sez. staccata di Brescia n. 301/67/11 depositata il

06/12/2011 e non notificata;

Udita la relazione della causa svolta nell’adunanza camerale del

14/11/2019 dal Consigliere Roberto Succio.

Fatto

RILEVATO

che:

– con la sentenza di cui sopra il giudice di seconde cure ha riformato la pronuncia di primo grado, conseguentemente dichiarando legittimo l’atto impugnato, avviso di accertamento per IVA, IRPEG ed IRAP 2002;

– avverso la sentenza della CTR bresciana propone ricorso per cassazione la società contribuente con atto tre motivi; l’Amministrazione Finanziaria ha depositato atto di costituzione in vista della fissazione dell’udienza pubblica, ed è quindi rimasta intimata; nondimeno la stessa ha depositato memoria.

Diritto

CONSIDERATO

che:

– con il primo motivo di ricorso si denuncia la nullità della sentenza impugnata per violazione dell’art. 112 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, per avere la CTR omesso di pronunciarsi sul motivo di censura relativo alla violazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 43, che non consente all’Ufficio di emettere l’avviso di accertamento impugnato, che incrementava la pretesa tributaria, se non sulla base di elementi nuovi che nel caso di specie non sussistevano;

– il motivo è inammissibile;

– l’inammissibilità deriva dal difetto di autosufficienza, non risultando trascritto in ricorso, nè risultando indicato il focus processuale della sua produzione in atti nei gradi del merito, il primo e il secondo avviso di accertamento, di guisa che questa Corte non può verificare autonomamente senza accedere al fascicolo (come le è prescritto) la sussistenza dell’incremento della pretesa che si denuncia in ricorso;

– il secondo mezzo di gravame censura la sentenza impugnata per omessa o insufficiente motivazione circa un fatto controverso e decisivo ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per avere la CTR ritenuto legittimo il ricorso, quanto alla determinazione delle percentuali di ricarico, alla media aritmetica semplice e non alla media ponderata, in presenza di merce disomogenea come nel caso che ci occupa;

– il motivo è inammissibile e comunque privo di fondamento;

– va premesso che la giurisprudenza di questa Corte la quale ha chiarito più volte (Cass. nn. 190148/2010, 26132/2009, 979/2003) che nell’accertamento tributario fondato sulle percentuali di ricarico della merce venduta, la scelta tra il criterio della media aritmetica semplice e della media ponderale dipende, rispettivamente, dalla natura omogenea o disomogenea degli articoli e dei ricarichi circostanze la cui valutazione costituisce apprezzamento di merito, incensurabile in sede di legittimità sotto il profilo della violazione di legge – assumendo il criterio della media aritmetica semplice valenza indiziaria, al fine di ricostruire i margini di guadagno realizzato sulle vendite effettuate senza fatturazione, quando il contribuente non provi, ovvero non risulti in punto di fatto, che l’attività sottoposta ad accertamento ha ad oggetto prodotti con notevole differenza di valore e che quelli maggiormente venduti presentano una percentuale di ricarico molto inferiore a quella risultante dal ricarico medio;

– pertanto, in primo luogo la censura risulta inammissibile in quanto diretta a sollecitare questa Corte a un nuovo esame del merito; in ogni caso, anche per la ragione sopra esposta, essa non ha fondamento;

– in ogni caso, poi, come si rileva da quanto trascritto (pag. 14 ottava riga) in ricorso, ottava riga, pare in concreto che sia stato determinato il ricarico medio “ponderato” e non il ricavo medio “semplice”; non risultando trascritto in ricorso l’avviso di accertamento, come si è detto, la Corte non è comunque messa in grado di verificare se tal affermazione sia contraria a verità e comunque si rileva dalla sentenza gravata come la CTR con accertamento di fatto abbia rilevato l’applicazione della percentuale di ricarico fondata sulla media “ponderata”, non sulla media “semplice”;

– analogamente, dalla sentenza impugnata si evince in ogni caso come l’accertamento abbia preso le mosse dalla “individuazione dei prodotti più rappresentativi (identificati in contraddittorio con la parte), al rilevamento del prezzo unitario di acquisto, del prezzo unitario di vendita e dello sconto mediamente praticato, andando poi ad individuare una percentuale media di ricarico (sottolineatura aggiunta) per ogni singolo campione…..per arrivare infine alla determinazione del ricarico medio ponderato” (pag. 2 ultime righe e pag. 3 prime righe);

– il terzo motivo di ricorso denuncia violazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per avere il giudice dell’appello ritenuto legittimo l’accertamento, fondato su presunzioni semplici, in presenza di una contabilità regolare; il motivo è infondato;

– come questa Corte ha già sancito (Cass. Sez. 5, Sentenza n. 7871 del 18/05/2012; Sez. 5, Sentenza n. 23550 del 05/11/2014) in tema di accertamento ‘delle imposte sui redditi, la presenza di scritture contabili formalmente corrette non esclude la legittimità dell’accertamento analitico – induttivo del reddito d’impresa, ai sensi del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 39, comma 1, lett. d), qualora la contabilità stessa possa considerarsi

complessivamente inattendibile in quanto confliggente con i criteri della ragionevolezza, anche sotto il profilo della antieconomicità del comportamento del contribuente. In tali casi, pertanto, è consentito all’ufficio dubitare della veridicità delle operazioni dichiarate e desumere, sulla base di presunzioni semplici – purchè gravi, precise e concordanti – maggiori ricavi o minori costi, ad esempio determinando il reddito del contribuente utilizzando le percentuali di ricarico, con conseguente spostamento dell’onere della prova a carico del contribuente; – in specifico, proprio con riferimento alla percentuale di ricarico, questa Corte ha precisato che (Cass. Sez. 5, Sentenza n. 27330 del 29/12/2016) in tema di accertamento analitico induttivo D.P.R. n. 600 del 1973, ex art. 39, comma 1, lett. d), le percentuali di ricarico, accertate con riferimento ad un determinato anno fiscale, costituiscono validi elementi indiziari, da utilizzare secondo i criteri di razionalità e prudenza, per ricostruire i dati corrispondenti relativi ad anni precedenti o successivi, atteso che, in base all’esperienza, non si tratta di una variabile occasionale, per cui incombe sul contribuente, anche in virtù del principio di vicinanza della prova, l’onere di dimostrare i mutamenti del mercato o della propria attività che possano giustificare in altri periodi l’applicazione di percentuali diverse;

– complessivamente, quindi, il ricorso è rigettato; non vi è luogo a provvedere sulle spese.

P.Q.M.

rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, il 14 novembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 27 dicembre 2019

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