Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3439 del 09/02/2017


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Cassazione civile, sez. VI, 09/02/2017, (ud. 21/12/2016, dep.09/02/2017),  n. 3439

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. IACOBELLIS Marcello – Presidente –

Dott. MOCCI Mauro – Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. CRUCITTI Roberta – rel. Consigliere –

Dott. CONTI Roberto Giovanni – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 29149-2015 proposto da:

CERAMICA ALTHEA SPA, in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la

CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentata e difesa dall’avvocato

GIULIANO MIGLIORATI giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE (C.F. (OMISSIS)), in persona del Direttore pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e

difende ope legis;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 2212/2015 della CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE,

depositata il 06/02/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

21/12/2016 dal Consigliere Dott. ROBERTA CRUCITTI.

Fatto

RITENUTO IN FATTO E CONSIDERATO IN DIRITTO

Ceramica Althea s.p.a. chiede la revocazione della sentenza, indicata in epigrafe, con cui questa Corte ne ha rigettato il ricorso (iscritto al n.r.g. 1000/08) avverso la sentenza n.155/22/07, depositata il 30.11.2007, con la quale la C.T.R. del Lazio, in accoglimento dell’appello dell’Agenzia delle Entrate e riformando la decisione di primo grado, ne aveva rigettato il ricorso avverso avvisi di accertamento relativi ad IVA; IRPEG ed IRAP 1999 e 1998 ed IRPEG ed ILOR 1997.

In particolare, la ricorrente – riproposti in ricorso i contenuti degli avvisi di accertamento, impugnati e le vicende processuali relative all’impugnazione di detti atti impositivi – rileva di avere, successivamente alla proposizione del ricorso per cassazione, depositato memoria, eccependo il favorevole giudicato esterno, formatosi dopo la proposizione del ricorso per cassazione, con la sentenza n. 62/36/07 resa dalla C.T.R. del Lazio, passata in cosa giudicata il 7.7.2008 ed avente ad oggetto gli avvisi di rettifica delle dichiarazioni della società relativamente all’IVA per gli anni 1996 e 1997.

Deduce, pertanto, che la decisione, oggi impugnata – con la quale la Corte aveva ritenuto infondata l’eccezione di giudicato esterno perchè lo stesso ha ad oggetto accertamenti per fatti e annualità diversi. In particolare le rimesse in conto corrente e le fatture oggetto dei precedenti accertamenti sono differenti da quelle qui sub indice per anni successivi – sia meritevole di revocazione perchè affetta dall’errore di fatto, consistente nell’avere ritenuto che il giudicato esterno riguardasse annualità diverse rispetto a quelle relative agli avvisi di accertamento oggetto del giudizio, mentre era pacifico dagli atti di causa che un’annualità in contestazione, seppure per imposte diverse, era la stessa (ossia il 1997).

L’Agenzia delle Entrate resiste con controricorso.

A seguito di deposito di relazione ex art. 380 bis c.p.c. e di fissazione dell’adunanza della Corte in camera di consiglio, ritualmente comunicate, la ricorrente ha depositato memoria.

Secondo la consolidata giurisprudenza di legittimità l’errore di fatto previsto dall’art. 395 c.p.c., n. 4, idoneo a determinare la revocazione delle sentenze, comprese quelle della Corte di cassazione, deve consistere in un errore di percezione risultante dagli atti o dai documenti della causa direttamente esaminabili dalla Corte, vale a dire quando la decisione è fondata sulla supposizione di un fatto la cui verità è incontestabilmente esclusa, oppure quando è supposta l’inesistenza di un fatto la cui verità e positivamente stabilita, sempre che il fatto del quale è supposta l’esistenza o l’inesistenza non abbia costituito un punto controverso sul quale la sentenza ebbe a pronunziare. E quindi, deve: 1) consistere in una errata percezione del fatto, in una svista di carattere materiale, oggettivamente ed immediatamente rilevabile, tale da avere indotto il giudice a supporre la esistenza di un fatto la cui verità era esclusa in modo incontrovertibile, oppure a considerare inesistente un fatto accertato in modo parimenti indiscutibile; 2) essere decisivo, nel senso che, se non vi fosse stato, la decisione sarebbe stata diversa; 3) non cadere su di un punto controverso sul quale la Corte si sia pronunciata; 4) presentare i caratteri della evidenza e della obiettività, sì da non richiedere, per essere apprezzato, lo sviluppo di argomentazioni induttive e di indagini ermeneutiche; 5) non consistere in un vizio di assunzione del fatto, nè in un errore nella scelta del criterio di valutazione del fatto medesimo. Sicchè detto errore non soltanto deve apparire di assoluta immediatezza e di semplice e concreta rilevabilità, senza che la sua constatazione necessiti di argomentazioni induttive o di indagini ermeneutiche, ma non può tradursi, in un preteso, inesatto apprezzamento delle risultanze processuali, ovvero di norme giuridiche e principi giurisprudenziali: vertendosi, in tal caso, nella ipotesi dell’errore di giudizio, inidoneo a determinare la revocabilità delle sentenze della Cassazione (fra le tante Cass. sez. un. 7217/2009, nonchè 22171/2010; 23856/2008; 10637/2007; 7469/2007; 3652/2006; 13915/2005; 8295/2005).

Nel caso in esame non appare sussistere detto errore percettivo, connotato altresì di tutti gli ulteriori requisiti sopra illustrati, laddove dalla motivazione della sentenza di questa Corte, come sopra riportata, emerge, che nel rigettare l’eccezione di giudicato esterno, che, pertanto, costituì punto controverso sul quale vi è pronuncie. la Corte ebbe a valutare in senso ostativo non solo la circostanza che il giudicato esterno riguardasse differenti di annualità ma anche che avesse ad oggetto accertamenti per fatti diversi.

Ne consegue l’inammissibilità del ricorso e la condanna della ricorrente, soccombente, alle spese del giudizio, liquidate come in dispositivo.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

PQM

La Corte dichiara il ricorso inammissibile.

Condanna la ricorrente, in persona del legale rappresentante pro tempore, al pagamento in favore della controricorrente delle spese processuali liquidate in complessivi Euro 4.000,00 oltre eventuali spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 21 dicembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 9 febbraio 2017

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