Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3438 del 12/02/2010

Cassazione civile sez. II, 12/02/2010, (ud. 02/12/2009, dep. 12/02/2010), n.3438

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ROVELLI Luigi Antonio – Presidente –

Dott. ODDO Massimo – rel. Consigliere –

Dott. BURSESE Gaetano Antonio – Consigliere –

Dott. BUCCIANTE Ettore – Consigliere –

Dott. MIGLIUCCI Emilio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

P.C. � rappresentato e difeso in virtu’ di procura

speciale a margine del ricorso dall’avv. CICCARELLI Giovanni del foro

di Avezzano ed elettivamente domiciliato in Roma, alla via Oslavia,

n. 30, presso l’avv. PRIETA’ ROSATI Laura;

– ricorrente –

contro

P.O. e M.E., P.M.N. e P.

G., quali eredi di P.E. � rappresentati e difesi

in virtu’ di procura speciale a margine del controricorso dall’avv.

CIANCIUSI Luigi del foro di Avezzano ed elettivamente domiciliati in

Roma, alla via Pietro Della Valle, n. 1, presso l’avv. Terrazza

Francesco;

– controricorrenti –

avverso la sentenza della Corte d’Appello dell’Aquila n. 593 del 30

luglio 2003 – non notificata;

Udita la relazione della causa svolta nella Udienza pubblica del 2

dicembre 2009 dal Consigliere Dott. ODDO Massimo;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

RUSSO Libertino Alberto, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto notificato l’I giugno 1985, E. ed P.O., premesso di essere proprietari di un’unita’ immobiliare nell’edificio condominiale alla via (OMISSIS) e che P. C., proprietario di altra unita’ immobiliare, aveva installato in un suo locale un bruciatore ed un’autoclave, i quali producevano durante il loro funzionamento rumori intollerabili, ed aveva collocato alcune tubature e realizzato una canna fumaria in violazione delle distanze legali, convennero il P. davanti al Tribunale di Avezzano e ne domandarono la condanna alla cessazione delle immissioni, alla rimozione dei tubi e della canna fumaria ed al risarcimento dei danni. P.C. si costitui’ chiedendo il rigetto delle domande ed il Tribunale con sentenza del 10 novembre 1993 condanno’ il convenuto alla rimozione del bruciatore, dell’autoclave, della canna fumaria e della parte del tubo dell’acqua incassata nel muro degli attori.

La decisione, gravata dal soccombente, venne parzialmente riformata il 30 luglio 2003 dalla Corte di appello dell’Aquila, che rigetto’ la domanda degli attori di rimozione del tubo dell’acqua e condanno’ P.C. a ridurre i rumori provocati dal bruciatore e dall’autoclave mediante l’adozione degli accorgimenti suggeriti dal c.t.u.. Osservarono i giudici di secondo grado, per quello che ancora interessa, che la canna fumaria alterava negativamente il decoro architettonico dell’edificio e che i livelli fonometrici, la situazione ambienta le e l’installazione del bruciatore e dell’autoclave in un locale a contatto con la camera da letto degli attori rendevano da essi non tollerabili i rumori prodotti dal funzionamento degli impianti. Successivamente la decisione venne corretta con ordinanza dell’11 giugno 2004 mediante inserzione nel suo dispositivo “della statuizione: conferma intanto (pur con diversita’ di motivazione) la sentenza appellata nella condanna del P.C. alla rimozione della canna fumaria”.

C.D. e’ ricorso con quattro motivi per la cassazione della sentenza ed P.O., nonche’ M.E., P. M.N. e P.G., quali eredi del defunto P.E., hanno resistito con controricorso. Entrambe le parti hanno depositato memorie.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo, il ricorso denuncia la nullita’ della sentenza impugnata nella parte corretta, in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4, per violazione o falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c., con riferimento all’art. 384 c.p.c., comma 2, in quanto l’omessa pronuncia sull’appello avverso la condanna alla rimozione della canna fumaria era stata emendata con la procedura dettata dall’art. 287 c.p.c. e segg., per la sola correzione di omissioni e di errori materiali, e la condanna era stata ribadita con riferimento ad una causa petendi diversa da quella di violazione delle distanze legali dedotta dagli attori e mediante una modifica della motivazione della pronuncia di primo grado non consentita al giudice del gravame. Il motivo e’ in parte inammissibile ed in altra infondato. I giudici di secondo grado, premesso che l’appoggio della canna fumaria alla facciata del fabbricato integrava un uso consentito della cosa comune, hanno rimarcato che gli attori, oltre alla questione della violazione delle distanze legali, avevano sollevato in primo grado” (cfr. il punto 2 dell’atto di citazione ed il punto 3/A della comparsa conclusionale)”, e riproposto in grado di appello, anche quella dell’alterazione del decoro architettonico dell’edificio condominiale ed hanno concluso che per questa diversa ragione (e non gia’ per la correzione di un errore di diritto) la condanna alla rimozione del manufatto contenuta nella decisione del Tribunale doveva essere confermata.

L’ulteriore specificazione nel dispositivo della riforma solo parziale delle statuizioni di primo grado e l’enunciazione in esso delle parti riformate escludevano, inoltre, anche sul piano formale la ravvisabilita’ di una omessa pronuncia sull’appello avverso la condanna alla rimozione della canna fumaria e costituisce una valutazione del giudice di merito non sindacabile in sede di legittimita’ l’apprezzamento di una divergenza tra il contenuto della pronuncia e la sua espressione letterale e dell’interesse di una delle parti alla sua emenda. Nel resto, va osservato che, anche quando e’ denunciato un error in procedendo, rispetto al quale la Corte di Cassazione e’ giudice anche del fatto, il principio di autosufficienza del ricorso impone che nella impugnazione siano indicati con precisione gli elementi di fatto necessari al controllo della decisivita’ dei vizi dedotti, ed a tale onere il motivo non ha soddisfatto limitandosi ad affermare che gli attori avevano posto a fondamento della loro domanda esclusivamente la violazione delle distanze legali, giacche’ alla genericita’ dell’affermazione si contrappone l’accertamento della sentenza, documentato dal riferimento al contenuto di specifici atti, che tanto in primo grado, quando in appello, essi avevano altresi’ denunciato la concorrente alterazione del decoro architettonico dell’edificio.

Con il secondo motivo, in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, per violazione degli artt. 844 e 1120 c.c. ed insufficiente ed omessa motivazione circa un punto decisivo, avendo ritenuto che la presenza della canna fumaria si rifletteva negativamente sull’aspetto dello stabile, benche’ l’aspetto architettonico degli edifici assuma rilievo, a norma dell’art. 1127 c.c., con esclusivo riferimento alla loro sopraelevazione, e senza indicare le ragioni per le quali l’installazione della canna fumaria su una parete del cortile condominiale potesse violare il decoro architettonico del fabbricato.

Il motivo e’ infondato.

Il vizio di omessa o insufficiente motivazione, deducibile in sede di legittimita’ ex art. 360 c.p.c., n. 5, sussiste solo se nel ragionamento del giudice di merito, al quale e’ rimesso l’accertamento dei fatti ed il loro discrezionale apprezzamento, sia riscontrabile il mancato o deficiente esame di punti decisivi della controversia. Nella specie, la sentenza impugnata, correttamente richiamati i limiti che l’art. 1120 c.c. pone alle modifiche non assentite della cosa comune, ha ritenuto innegabilmente ed eloquentemente dimostrato dalle fotografie allegate alla c.t.u. che il modesto decoro della facciata dell’edificio era stato alterato in modo non trascurabile ed economicamente apprezzabile dal notevole ingombro della canna fumaria e dal non gradevole impatto visivo determinato dal suo aggetto e dai materiale impiegati per la sua costruzione.

Nessuna carenza argomentativa e’ ravvisabile in tale conclusione, tratta da una visione diretta delle immagini acquisite, avendo il giudice dato adeguato conto anche della collocazione della canna fumaria sulla facciata dell’edificio, e nessuna commistione essa denuncia tra le nozioni di decoro e di aspetto architettonico, alle quali fanno riferimento, rispettivamente, gli artt. 1120 e 1127 c.c.;

ne’, infine, sulla correttezza della motivazione puo’ assumere rilievo la prospettazione di un erroneo apprezzamento degli elementi esaminati non essendo attribuito al giudice di legittimita’ il potere di riesaminare e valutare il merito della causa.

Con il terzo motivo, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5, per insufficiente ed omessa motivazione circa un punto controverso, avendo ritenuto valide e condivisibili le conclusioni del c.t.u.

nominato in primo grado sul superamento della soglia di normale tollerabilita’, nonostante, nonostante il consulente avesse ammesso che la misurazione dei rumori era stata influenzata da elementi esterni, ed avendo aderito acriticamente a quelle del c.t.u. nominato in secondo grado, il quale, pur riconoscendo che gli interventi nelle more operati dal convenuto avevano comportato una buona diminuzione del livello sonoro nei locali interessati, aveva escluso senza l’utilizzo di alcun mezzo strumentale che i rumori fossero stati ricondotti nel limite della normale tollerabilita’.

Il motivo e’ infondato.

La sentenza ha esaminato le censure, con le quali il convenuto aveva lamentato in appello che le conclusioni del c.t.u. sulla non tollerabilita’ delle immissioni acustiche, condivise dalla decisione di primo grado, erano inficiate da gravi errori perche’ non avevano adeguatamente tenuto conto della rumorosita’ di fondo e del rumore residuo ed i rilievi fonometrici erano stati effettuati solo in tempo notturno ed in presenza di elementi di disturbo esterni, e che gli attori avevano domandato, alternativamente alla rimozione degli impianti fonti dei rumori, la riduzione delle immissioni nei limiti della tollerabilita’. Ha escluso la fondatezza della prima, evidenziando non solo gli elevati livelli dei valori sonori accertati strumentalmente, ma anche, e soprattutto, la situazione dei luoghi (essendo l’edificio ubicato in un comune montano), il funzionamento degli impianti per molti mesi dell’anno ed anche in ore notturne, la collocazione di essi in un locale a contatto con la camera da letto degli attori e la loro necessita’ per l’eta’ avanzata di godere di tranquillita’ e riposo.

Ha accolto la seconda e, avendo il c.t.u., escluso l’idoneita’ dei rimedi gia’ adottati dal convenuto ad abbattere adeguatamente il rumore, ha disposto l’adozione degli accorgimenti suggeriti dal medesimo c.t.u..

Orbene, questa Corte ha ripetutamente affermato il principio che, non avendo il limite di tollerabilita’ delle immissioni rumorose carattere assoluto, ma essendo esso relativo alla situazione ambientale, variabile da luogo a luogo, secondo le caratteristiche della zona e le abitudini degli abitanti, spetta al giudice del merito sia accertare in concreto il superamento della normale tollerabilita’ e l’individuazione degli accorgimenti idonei a ricondurre le immissioni nell’ambito della normale tollerabilita’.

La motivazione della sentenza non e’ conseguentemente di per se’ inficiata, nella parte in cui ha confermato l’originaria intollerabilita’ delle immissioni acustiche, facendo riferimento oltre che agli elevati valori fonometrici rilevati, anche alla particolarita’ dei luoghi nei quali il rumore era prodotto e si propagava ed alle persone che ne erano colpite, dal solo richiamo ad errori od all’inadeguatezza della rilevazione strumentale, e neppure, nella parte in cui ha aderito alla esclusione da parte del c.t.u., dell’idoneita’ degli accorgimenti gia’ adottati per abbatterlo, dall’assenza di rilievi strumentali, dovendo la denuncia di un vizio omissione od insufficienza della stessa attingere, sia pure al fine di negarne la significativita’, tutti gli elementi esaminati dal giudice e posti a fondamento della decisione. All’inammissibilita’ od infondatezza dei motivi seguono il rigetto del ricorso e la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del giudizio, liquidate in dispositivo.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio, che liquida in Euro 1.600,00, di cui Euro 200,00 per spese vive, oltre spese generali, iva, cpa ed altri accessori di legge.

Cosi’ deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 2 dicembre 2009.

Depositato in Cancelleria il 12 febbraio 2010

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA