Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3435 del 11/02/2011

Cassazione civile sez. II, 11/02/2011, (ud. 24/01/2011, dep. 11/02/2011), n.3435

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIOLA Roberto Michele – Presidente –

Dott. MAZZIOTTI DI CELSO Lucio – rel. Consigliere –

Dott. BUCCIANTE Ettore – Consigliere –

Dott. PETITTI Stefano – Consigliere –

Dott. CARRATO Aldo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 9765/2005 proposto da:

SIE IMM ELSANA SRL (OMISSIS), in persona dell’Amministratore

Unico legale rappresentante P.C.A., elettivamente

domiciliato in ROMA, VIA CELIMONTANA 38, presso lo studio

dell’avvocato PANARITI Benito, che lo rappresenta e difende

unitamente all’avvocato CORSINOVI ROMANO;

– ricorrente –

contro

IMM SAN MARCO SPA (OMISSIS), in persona del legale rappresentante

C.P., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA POMPEO

MAGNO 3, presso lo studio dell’avvocato GIANNI Saverio, che lo

rappresenta e difende unitamente all’avvocato BERTI FRANCO;

– controricorrente –

e contro

G.A. (OMISSIS), V.G.

(OMISSIS), R.M. (OMISSIS), R.

C. (OMISSIS); B.A., EDIL GIMA SECONDA DI

RIZZO ANGELO & GIUFFRIDA ANTNIO SDF;

– intimati –

avverso la sentenza n. 336/2004 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,

depositata il 26/02/2004;

udita la relazione della causa svolta nella Pubblica udienza del

24/01/2011 dal Consigliere Dott. LUCIO MAZZIOTTI DI CELSO;

udito l’Avvocato Panariti Benito e Corsinovi Romano difensori del

ricorrente che hanno chiesto l’accoglimento del ricorso;

udito l’Avv. Berti Franco difensore del resistente che ha chiesto il

rigetto del ricorso e deposita nota spese;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FEDELI Massimo, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La s.p.a. Immobiliare San Marco conveniva in giudizio la s.r.l. SIE (Società Immobiliare Elsana) chiedendone la condanna al risarcimento dei danni da essa società subiti in conseguenza dei vizi – manifestatisi nei primi giorni del febbraio 1984 e immediatamente contestati – all’impianto di riscaldamento dell’immobile acquistato dalla convenuta con contratto 7/4/1983.

La società convenuta, costituitasi, chiedeva il rigetto della domanda dell’attrice sostenendone l’infondatezza e, assumendo di aver commissionato l’installazione dell’impianto di riscaldamento alla Edil Gima Seconda s.d.f. che a sua volta l’aveva subappaltata alla ditta Bini Tommaso Vasco di (OMISSIS), chiedeva ed otteneva di chiamare in causa le suddette al fine di essere rilevata indenne dalle pretese della attrice.

La Edil Gima Seconda s.d.f. si costituiva eccependo, tra l’altro, la prescrizione ex artt. 1495 e 1669 c.c..

Anche la ditta Bini Tommaso Vasco si costituiva chiedendo il rigetto delle domande proposte nei suoi confronti e, in via riconvenzionale, la condanna dell’attrice alla rifusione delle spese tecniche e legali sostenute per l’ATP espletato su istanza dell’attrice.

Nel corso del giudizio si costituiva B.A. quale erede di B.T.V. deceduto.

Con sentenza 25/8/2000 l’adito tribunale di Firenze – ritenuto che la denuncia del vizio era avvenuta oltre l’anno dalla consegna (art. 1495 c.c.) e che l’ATP non era utile ad interrompere la prescrizione, mentre l’azione promossa dalla SIE nei confronti dei chiamati in causa e regolata dall’art. 1667 c.c., risultava prescritta – rigettava tutte le domande proposte dall’attrice e condannava quest’ultima al pagamento delle spese in favore della convenuta e dei chiamati in causa.

Avverso detta sentenza la Immobiliare San Marco proponeva appello al quale resistevano la SIE e B.A. mentre la Edil Gima non si costituiva nel giudizio di secondo grado.

Con sentenza 26/2/2004 la corte di appello di Firenze, in riforma dell’impugnata decisione: 1) condannava la SIE al pagamento in favore della Immobiliare San Marco di L. 9.942.786, oltre accessori; 2) condannava la SIE a rimborsare alla Immobiliare San Marco le spese dei due gradi del giudizio; 3) condannava la SIE a restituire alla Immobiliare San Marco la somma di L. 9.132.000 percepita a titolo di rimborso delle spese di lite di primo grado; 4) dichiarava compensate per la metà le spese del giudizio -limitate al primo grado – tra la SIE e la Edil Gima e condannava la prima a rimborsare alla seconda il residuo; 5) dichiarava compensate per la metà tra la SIE e B. A. le spese dei due gradi del giudizio e condannava la prima a rimborsare al secondo il residuo; 6) condannava B.A. e la Edil Gima a restituire alla Immobiliare San Marco le somme loro corrisposte in esecuzione della sentenza di primo grado.

La corte di merito osservava: che aveva errato il primo giudice nel ritenere la prescrizione ex art. 1495 c.c., del diritto di garanzia azionato dalla Immobiliare San Marco posto che nella specie era da applicarsi la disciplina dell’appalto di cui all’art. 1667 c.c., in quanto la venditrice nell’atto 7/4/1983 aveva assunto nei confronti dell’acquirente le garanzie facenti carico per legge al costruttore;

che era infondata la tesi della SIE in ordine alla asserita nullità di tale pattuizione in quanto intesa a modificare la disciplina legale della prescrizione; che, infatti, dal citato atto risultava che la SIE era stata costruttrice e venditrice; che, applicandosi nella specie l’art. 1667 c.c., risultavano infondate le eccezioni di decadenza e di prescrizione sollevate dalla SIE; che, come emerso dalla prova testimoniale, il vizio in questione si era manifestato nei primi giorni del mese di febbraio 1984 ed era stato contestato nel termine di cui al secondo comma del citato articolo alla costruttrice-venditrice con telegramma del 13/2/1984 contenente, come il ricorso per ATP, il riferimento alla “perdita di acqua” dell’impianto idraulico; che razione della Immobiliare San Marco era stata proposta nel termine di due anni previsto dall’ultimo comma dell’art. 1667 c.c.; che il termine di prescrizione era stato interrotto dal menzionato telegramma e dal ricorso per ATP; che andava riconosciuta la fondatezza nell’an della domanda proposta dalla appellante essendo risultato dagli accertamenti peritali che il tubo di andata dell’impianto in questione presentava “un foro rotondeggiante di alcuni millimetri di diametro”; che, in relazione al quantum, andava riconosciuto l’importo di L. 3.769.786 per la spesa sostenuta dalla Immobiliare San Marco per approntare un allacciamento provvisorio; che, quanto alla decurtazione del canone pattuito con la conduttrice per il mancato godimento dell’impianto di riscaldamento mai utilizzato dalla conduttrice, andava liquidata in via equitativa, la somma di L. 5.000.000 dovendosi ritenere verosimile una pattuizione intercorsa tra le parti del rapporto di locazione volta a ridurre il canone di locazione per il mancato utilizzo dell’impianto di riscaldamento per un periodo di almeno sette mesi; che complessivamente, quindi, il danno ammontava a L. 9.942.786; che andava disposta la restituzione delle somme versate dalla Immobiliare San Marco a titolo di rimborso spese in favore dei chiamati in causa nei cui confronti la prima non aveva avanzato alcuna domanda; che la domanda di rilevazione proposta dalla SIE nei confronti dei chiamati in causa era stata ritenuta infondata dal primo giudice con sentenza passata in giudicato perchè non impugnata il che rendeva superfluo l’esame nel merito di detta domanda di rilevazione; che gravava sulla soccombente SIE la condanna alla rifusione delle spese dei due gradi del giudizio in favore della società appellante, oltre alla restituzione a quest’ultima della somma ricevuta a tale titolo in forza della sentenza impugnata; che ricorrevano giusti motivi per dichiarare compensate per la metà le spese tra la SIE e i chiamati in causa gravando il residuo alla prima.

La cassazione della sentenza della corte di appello di Firenze è stata chiesta dalla SIE con ricorso affidato ad otto motivi illustrati da memoria. Ha resistito con controricorso la Immobiliare San Marco. L’intimato B.A. non ha svolto attività difensiva in sede di legittimità. All’udienza del 9/7/2010 questa Corte ha disposto l’integrazione del contraddittorio mediante notifica del ricorso alla Edil Gima Seconda di Rizzo Angelo e Giuffrida Antonio società di fatto. La SIE ha ritualmente e tempestivamente notificato il ricorso a G.A. ed agli eredi di R.A. ( V.G., R.M. e R.C.) dimostrando documentalmente che la società di fatto Edil Gima Seconda di Rizzo Angelo e Giuffrida Antonio era cessata in data 8/9/1982 – a causa di scioglimento della stessa – e che il socio R.A. era deceduto il (OMISSIS). Gli intimati G. A., V.G., R.M. e R.C. non hanno svolto attività difensiva.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo di ricorso la SIE denuncia vizi di motivazione nella parte in cui la corte di appello ha affermato che essa società ricorrente è la costruttrice dell’immobile per cui è causa. Deduce la SIE che nel rogito 7/4/1983 si dice che essa società ha costruito l’immobile ma non che lo ha costruito direttamente. In realtà, come è pacifico, l’edificio in questione è stato costruito dalla Edil Gima in virtù di contratto di appalto.

Con il secondo motivo la ricorrente denuncia violazione di norme di diritto e vizi di motivazione sostenendo che la corte di appello – nell’ affermare che le parti potevano derogare alla disciplina della prescrizione in virtù del potere di autonomia contrattuale – ha errato e si è posta in contrasto con l’art. 2936 c.c., che vieta i patti diretti a modificare la disciplina legale della prescrizione.

Quindi la clausola contenuta nel contratto 7/4/1983, con la quale essa SIE ha assunto la garanzia del costruttore, è nulla ove interpretata nel senso di una modifica della prescrizione (quella biennale dell’appalto).

I motivi – che possono essere esaminati congiuntamente per l’evidente nesso logico-giuridico che li lega – sono infondati consistendo essenzialmente in una critica (diretta o indiretta) all’interpretazione data dalla corte di appello di una clausola contrattuale e, precisamente, della clausola contenuta nel contratto di compravendita stipulato in data 7/4/1983 dalla venditrice SIE e dall’acquirente Immobiliare San Marco con la quale la prima ha assunto nei confronti della seconda la garanzie facenti carico per legge al costruttore. Ad avviso della corte di appello da tale clausola discende l’applicazione nella specie della disciplina dell’appalto di cui all’art. 1667 c.c.. L’interpretazione data dalla corte di appello alla detta clausola e gli effetti che la corte di merito ha fatto discendere da tale interpretazione non hanno formato oggetto di specifiche contestazione da parte della società ricorrente la quale – con le censure sopra riportate – ha solo denunciato vizi di motivazione (con il primo e con il secondo motivo) e violazione dell’art. 2936 c.c. (secondo motivo) senza far alcun cenno all’applicabilità o meno, nella fattispecie in esame, delle norme relative all’appalto nei rapporti tra venditore (anche se costruttore) e acquirente (pur in assenza di un contratto di appalto tra venditore ed acquirente).

Va altresì aggiunto che non è rilevante se la società SIE abbia costruito l’immobile in questione direttamente o avvalendosi di un appaltatore: quel che conta (secondo la prospettazione della corte di appello non censurata dalla ricorrente) è che la detta società si è dichiarata costruttrice assumendosi contrattualmente nei confronti della acquirente le garanzie facenti carico per legge al costruttore ivi comprese quelle (sempre ad avviso del giudice di secondo grado) dovute dall’appaltatore a norma dell’art. 1667 c.c..

Da ciò l’insussistenza della asserita violazione dell’art. 2936 c.c., atteso che una volta assunte le garanzie del costruttore (nel senso attribuito dalla corte di merito) il termine è quello previsto per tale garanzia.

Con il terzo motivo la SIE denuncia vizi di motivazione nella parte in cui la corte di appello ha affermato che sia il telegramma 7/2/1984 che il ricorso per ATP contengono una chiara contestazione del difetto “perdita d’acqua”. Invece con tali atti la San Marco ha inteso solo contestare le saldature a stagno ed il riferimento alla perdita d’acqua riguarda l’occasione che ha consentito alla San Marco di accertare tale fatto.

Con il quarto motivo la ricorrente denuncia vizi di motivazione nella parte in cui la corte di appello ha affermato che il foro rotondeggiante esisteva al momento della consegna dell’immobile.

Detta circostanza è sfornita di qualsiasi prova. Peraltro i testimoni assunti sul punto hanno riferito che le perdite d’acqua si erano verificate la prima volta nel febbraio 1984 e tale circostanza trova conferma nel telegramma 7/2/1984. L’esistenza del foro al momento della consegna dell’immobile nell’estate del 1982 avrebbe determinato le perdite d’acqua al momento dell’accensione dell’impianto di riscaldamento nell’inverno 1982. Inoltre può anche ritenersi che il foro sia stato provocato da azione della San Marco o della società conduttrice.

La Corte rileva l’infondatezza delle dette censure che possono essere esaminate congiuntamente per la loro stretta connessione ed interdipendenza e che si risolvono tutte, pur se titolate come vizi di motivazione, essenzialmente nella prospettazione di una diversa analisi del merito della causa nonchè in una critica dell’apprezzamento delle prove operato dal giudice del merito (omesso o errato esame di risultanze istruttorie) incensurabile in questa sede di legittimità perchè sorretto da motivazione adeguata, logica ed immune da errori di diritto: il sindacato di legittimità sul punto è limitato al riscontro estrinseco della presenza di una congrua ed esauriente motivazione che consenta di individuare le ragioni della decisione e l’iter argomentativo seguito nell’impugnata sentenza.

Inammissibilmente la società ricorrente prospetta una diversa lettura del quadro probatorio dimenticando che l’interpretazione e la valutazione delle risultanze probatorie sono affidate al giudice del merito e costituiscono insindacabile accertamento di fatto: la sentenza impugnata non è suscettibile di cassazione per il solo fatto che gli elementi considerati dal giudice del merito siano, secondo l’opinione di parte ricorrente, tali da consentire una diversa valutazione conforme alla tesi da essa sostenuta.

Spetta infatti solo al giudice dei merito individuare la fonte del proprio convincimento ed apprezzare le prove, controllarne l’attendibilità e la concludenza, scegliere tra le risultanze istruttorie quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in. discussione, dar prevalenza all’uno o all’altro mezzo di prova. Nè per ottemperare all’obbligo di motivazione il giudice di merito è tenuto a prendere in esame tutte le risultanze istruttorie ed a confutare ogni argomentazione prospettata dalle parti, essendo sufficiente che egli indichi – come nella specie gli elementi sui quali fonda il suo convincimento dovendosi ritenere per implicito disattesi tutti gli altri rilievi e tatti che, sebbene non specificamente menzionati, siano incompatibili con la decisione adottata.

Nel caso in esame non e ravvisatale il lamentato difetto di motivazione: la sentenza impugnata e; del tutto corretta e si sottrae alle critiche di cui è stata oggetto.

Come riportato nella parte narrativa che precede la corte di appello ha proceduto alla disamina delle risultanze istruttorie e, sulla base di tatti qualificanti, è coerentemente pervenuta alle conclusioni sopra riportate nella parte narrativa che precede (dalla ricorrente criticate nei motivi di ricorso in esame) attraverso un iter logico ineccepibile sorretto da complete ed appaganti argomentazioni frutto di un’indagine accurata e puntuale delle risultanze di causa menzionate nella decisione di cui si chiede l’annullamento.

Alle dette vai citazioni la ricorrente contrappone le proprie, ma della maggiore o minore attendibilità di queste rispetto a quelle compiute dal giudice de merito non è certo consentito in questa sede di legittimità, ciò comportando un nuovo autonomo esame dei materiale delibato che non può avere ingresso nel giudizio di cassazione.

In definitiva, poichè resta istituzionalmente preclusa in sede di legittimità ogni possibilità di rivalutazione delle risultanze istruttorie, non può la ricorrente pretendere il riesame del merito sol perchè la valutazione delle accertate circostanze di fatto come operata dai giudice di secondo grado non collima, con le sue aspettative e confutazioni.

Sono pertanto insussistenti gli asseriti vizi di motivazione che presuppongono una ricostruzione dei fatti diversa da quella ineccepibilmente effettuata dal giudice del merito.

Per quanto poi riguarda le doglianze relative alla valutazione delle risultanze istruttorie (telegramma 7/2/1984, ricorso per ATP, documenti prodotti dalla ricorrente) deve affermarsi che le stesse non sono meritevoli di accoglimento anche per la loro genericità, oltre che per la loro incidenza in ambito di apprezzamenti riservati al giudice del merito.

Nel giudizio di legittimità il ricorrente che deduce l’omessa o l’erronea valutazione delle risultanze probatorie ha l’onere (in considerazione del principio di autosufficienza del ricorso per Cassazione) di specificare il contenuto delle prove mai (o non) esaminate, indicando le ragioni del carattere decisivo dei lamentato errore di valutazione: solo così è consentito alla corte di cassazione accertare – sulla base esclusivamente delle deduzioni esposte in ricorso e senza la necessità di indagini integrative – l’incidenza causale del difetto di motivazione (in quanto omessa, insufficiente o contraddittoria) e la decisività delle prove erroneamente valutate perchè relative a circostanze tali da poter indurre ad una soluzione della controversia diversa da quella adottata. Il mancato esame di elementi probatori, contrastanti con quelli posti a fondamento della pronuncia, costituisce vizio di omesso esame di un punto decisivo solo se le risultanze processuali non o mal esaminate siano tali da invalidare l’efficacia probatoria delle altre risultanze sulle quali il convincimento si è formato, onde la “ratio decidendi” venga a trovarsi priva di base.

Al riguardo va ribadito che per poter configurare il vizio di motivazione su un asserito punto decisivo della controversia è necessario un rapporto di causalità logica tra la circostanza che si assume trascurata e la soluzione giuridica data alla vertenza, sì da far ritenere che quella circostanza se fosse stata considerata avrebbe portato ad una decisione diversa.

Nella specie le censure mosse dalla SIE sono carenti sotto l’indicato a-spetto in quanto non riportano il contenuto specifico e completo delle prove testimoniali e documentali genericamente indicate in ricorso e non forniscono alcun dato valido per ricostruire, sia pur approssimativamente, il senso complessivo di dette prove. Tale omissione non consente di verificare l’incidenza causale e la decisività dei rilievi al riguardo mossi dalla ricorrente.

Sono pertanto insussistenti gli asseriti vizi di motivazione che presuppongono una ricostruzione dei fatti diversa da quella ineccepibilmente effettuata dai giudice del merito.

Con il quinto motivo la ricorrente denuncia vizi di motivazione in relazione alla sussistenza del danno da riduzione del canone. Secondo la San Marco l’immobile in questione è stato concesso in locazione dal 13/12/1983 al 26/6/1986. L’impianto di riscaldamento sarebbe stato acceso per la prima volta nel febbraio 1984 con successiva immediata realizzazione di un impianto provvisorio del costo di L. 3.769.786 come da fattura (OMISSIS). Dell’accordo raggiunto con la conduttrice per la riduzione del canone la San Marco non ha dato alcuna prova. La corte di appello ha quantificato in via equitativa il danno in questione senza tener conto che il contratto di locazione non ha data certa e che non risulta provato il danno effettivo subito dalla conduttrice. Peraltro la San Marco ben avrebbe potuto effettuare le riparazioni necessarie ed evitare così il danno.

Con il sesto motivo la SIE denuncia violazione dell’art. 1226 c.c., per aver la corte di appello liquidato il danno da riduzione del canone di locazione in via equitativa pur non risultando provata l’esistenza di un danno risarcibile.

I motivi – che meritano trattazione congiunta – devono essere disattesi in quanto la corte di appello – al contrario di quanto sostenuto dalla ricorrente – ha correttamente ritenuto provato il danno derivante dalla riduzione del canone di locazione per il mancato utilizzo da parte del conduttore dell’impianto di riscaldamento. Al riguardo la corte di merito ha fornito coerente motivazione di tale convincimento facendo riferimento alla credibilità e verosimiglianza (oltre che rispondente alla prassi commerciale) di una pattuizione intercorsa tra le parti del rapporto di locazione avente ad oggetto la decurtazione del canone per il mancato godimento dell’impianto di riscaldamento.

La corte distrettuale – affermata la sussistenza non contestabile del danno provocato dal mancato funzionamento dell’impianto di riscaldamento con connessa diminuzione della fruizione del bene locato e conseguente riduzione del canone di locazione – ha ritenuto di poter accogliere la richiesta della parte appellante (ossia della Immobiliare San Marco) di liquidare detto danno in via equitativa e di avvalersi a tal fine della determinazione del quantum operata dal c.t.u. e dei criteri da questi utilizzati sia pur riducendo sensibilmente l’importo indicato dal consulente (più che dimezzato).

Ciò posto va evidenziato che, come è noto e più volte affermato nella giurisprudenza di legittimità, è rimesso al potere discrezionale del giudice del merito far ricorso alla valutazione equitativa del danno quando il danno può ritenersi logicamente sussistente come appunto nella specie affermato dalla corte di appello.

In proposito questa Corte ha avuto modo di precisare che l’applicazione dell’art. 1226 c.c., presuppone l’esistenza ontologica del danno, la liquidazione del quale, con valutazione equitativa, è rimessa al potere discrezionale del giudice, che vi procede quando non sia possibile o riesca difficoltosa la sua precisa determinazione (sentenza 21/11/2006 n. 24680).

Con il settimo motivo la ricorrente denuncia vizi di motivazione e violazione dell’art. 2909 c.c., con riferimento alla parte della sentenza impugnata in cui si assume che il tribunale di Firenze ha ritenuto infondata la domanda di rilevazione avanzata da essa SIE nei confronti dei chiamati in causa con formazione del giudicato sul punto. Il tribunale di Firenze si è invece limitato a respingere la domanda della San Marco nei confronti sia dei chiamati in causa che di essa SIE in quanto prescritta senza quindi esaminare la domanda di rilevazione proposta da essa ricorrente nei confronti dei chiamati in causa. Il giudice di primo grado ha implicitamente ritenuto assorbita la detta domanda di rilevazione dal rigetto della domanda della società attrice. Peraltro essa SIE nella comparsa di risposta in appello ha chiesto, in ipotesi di accoglimento del gravame, di essere manlevata dai chiamati in causa: quindi su tale domanda non si è formato il giudicato.

Anche questo motivo, al pari degli altri, non è meritevole di accoglimento sotto diversi profili.

Innanzitutto va rilevato che la ricorrente, oltre a lamentarsi dell’errore commesso dalla corte di appello nel ritenere coperto da giudicato il capo della sentenza del giudice di primo grado relativo all’asserito rigetto della domanda di rilevazione proposta dalla SIE, avrebbe dovuto dolersi dell’omessa pronuncia sulla sua domanda di rivalsa.

Va peraltro segnalato che nel giudizio di appello la SIE avrebbe dovuto riproporre espressamente la richiesta di essere manlevata dai chiamati in causa. Dalla lettura della sentenza di secondo grado non risulta che la detta domanda di rivalsa sia stata espressamente formulata ed al riguardo la SIE nel ricorso si è limitata a dedurre genericamente di aver chiesto in appello di essere manlevata dai chiamati in causa nell’ipotesi di accoglimento del gravame proposto dalla società San Marco.

In proposto va richiamato e ribadito il principio affermato da questa Corte secondo cui qualora l’appellato miri all’accoglimento della propria domanda nei confronti del chiamato in garanzia, per l’ipotesi in cui venga accolta la domanda principale proposta nei suoi confronti dall’attore rimasto soccombente in primo grado, non è sufficiente la riproposizione, ex art. 346 cod. proc. civ., della domanda non esaminata o respinta dal primo giudice, ma deve essere proposto appello incidentale condizionato, poichè la richiesta dell’appellato non mira alla conferma della sentenza per ragioni diverse da quelle poste a fondamento della decisione, ma tende alla riforma della pronuncia concernente un rapporto diverso, non dedotto in giudizio con l’appello principale (in tali sensi sentenze 22/4/2010 n. 9535; 10/3/2006 n. 5249; 4/2/2004 n. 2061). Nella specie tale appello incidentale condizionato non è stato proposto dalla società ricorrente.

Con l’ottavo motivo la SIE denuncia violazione degli artt. 112 e 346 c.p.c., nella parte in cui essa società è stata condannata al pagamento della metà delle spese in favore della Edil Gima relativamente al giudizio di primo grado. La Edil Gima è rimasta contumace nel giudizio di appello per cui non ha riproposto la domanda di condanna di essa SIE al pagamento delle spese di causa: di conseguenza la corte di appello non poteva pronunciare su tale domanda.

Il motivo è palesemente fondato posto che la Edil Gima è rimasta contumace in grado di appello per cui non ha proposto alcuna domanda di condanna della SIE al rimborso delle spese del giudizio di primo grado.

In definitiva devono essere rigettati i primi sette motivi di ricorso ed accolto l’ottavo. La sentenza impugnata va pertanto cassata – in relazione al motivo accolto – e, non essendo necessari ulteriori accertamenti in fatto, va annullato il solo capo n. 4 del dispositivo di detta sentenza rimanendo fermi tutti gli altri capi.

La società ricorrente va condannata al pagamento in favore della società resistente delle spese del giudizio di cassazione liquidate nella misura indicata in dispositivo.

Nulla per le spese tra la società ricorrente e l’intimato B. A. nei cui confronti la prima non ha formulato alcuna richiesta a modifica di quanto disposto dalla corte di appello.

Va invece disposta la compensazione del giudizio di cassazione tra la ricorrente e gli intimati G.A. (socio della società di fatto Edil Gima) e V.G., R.M. e R. C. (quali eredi di R.A. altro socio della citata società di fatto) in quanto la condanna della SIE al pagamento in favore della Edil Gima delle spese del giudizio di primo grado è frutto di un errore della corte di appello non avendo la detta società formulato alcuna richiesta in tal senso ed essendo anzi rimasta contumace nel giudizio di secondo grado.

P.Q.M.

la Corte: rigetta i primi sette motivi di ricorso, accoglie l’ottavo;

cassa senza rinvio la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto limitatamente al capo 4 del dispositivo di tale sentenza che va annullato rimanendo fermi tutti gli altri capi di detto dispositivo; condanna la società ricorrente al pagamento in favore della società resistente delle spese del giudizio di cassazione che liquida in complessivi Euro 200,00, oltre Euro 1.550,00 a titolo di ono-rari ed oltre accessori come per legge; nulla per le spese tra la ricorrente e l’intimato B.A.; compensa le spese del giudizio di cassazione tra la ricorrente e l’intimata Edil Gima.

Così deciso in Roma, il 24 gennaio 2011.

Depositato in Cancelleria il 11 febbraio 2011

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