Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3435 del 03/02/2022

Cassazione civile sez. VI, 03/02/2022, (ud. 25/11/2021, dep. 03/02/2022), n.3435

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. NAZZICONE Loredana – Consigliere –

Dott. CAMPESE Eduardo – rel. Consigliere –

Dott. FIDANZIA Andrea – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso proposto da:

A.C.C., rappresentato e difeso, giusta procura

speciale allegata in calce al ricorso, dall’Avvocato Livio Neri,

presso il cui studio elettivamente domicilia in Milano, al Viale

Regina Margherita n. 30.

– ricorrente –

nei confronti di:

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore.

– intimato –

avverso il decreto, n. cron. 134/2021, del TRIBUNALE DI MILANO

depositato il giorno 07/01/2021;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio non

partecipata del giorno 25/11/2021 dal Consigliere Relatore Dott.

EDUARDO CAMPESE.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con ricorso D.Lgs. n. 25 del 2008, ex art. 35-bis, A.C.C., nativo della Nigeria ((OMISSIS)), ha adito il Tribunale di Milano impugnando il provvedimento con cui la competente Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale aveva respinto la sua richiesta di protezione internazionale, nelle forme dello status di rifugiato, della protezione sussidiaria e del rilascio di un permesso di soggiorno per motivi umanitari.

1.1. Nel richiedere il riconoscimento della protezione internazionale, il ricorrente ha esposto di aver fatto ritorno a (OMISSIS), al termine degli esami universitari, per visitare i genitori che risiedevano presso una caserma dove il padre era di servizio come militare. Ha riferito che quel giorno vi fu un attacco alla caserma e, durante gli scontri, egli fu preso, legato, portato in una foresta e picchiato fino a perdere conoscenza. Ha raccontato, inoltre, che, al risveglio, si era ritrovato in Libia e di temere, in caso di rimpatrio, di essere ucciso non avendo più alcun posto dove andare.

2. Il tribunale, a seguito dell’audizione del ricorrente, ha ritenuto insussistenti i presupposti per il riconoscimento di qualsivoglia forma di protezione.

2.1. In particolare, quel giudice: i) ha escluso il riconoscimento dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. a) e b), non avendo il richiedente allegato fatti riferibili a tali fattispecie; i) ha negato la protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. c), assumendo che la provenienza del ricorrente non fosse credibile e che il suo caso dovesse essere valutato rispetto alla regione di (OMISSIS) dove ha affermato di aver studiato all’università. In questa prospettiva, il giudice di merito ha ritenuto che la situazione nella regione di provenienza non fosse riconducibile ad un contesto di violenza indiscriminata derivante da un conflitto interno o

internazionale; ha respinto la richiesta di protezione umanitaria, in assenza di particolari fattori di vulnerabilità e di un’incolmabile sproporzione tra la vita condotta in Italia e in Nigeria dal ricorrente.

3. Avverso il predetto decreto l’ A. ricorre per cassazione, affidandosi ad un motivo. Il Ministero dell’Interno è rimasto solo intimato.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. L’unico, formulato motivo di ricorso, rubricato “ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3: violazione e/ o falsa applicazione del D.L. 21 ottobre 2020, n. 130, art. 15, convertito, con modificazioni, dalla L. 18 dicembre 2020, n. 173, e dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, (omessa motivazione)”, contesta la mancata applicazione della disciplina transitoria di cui al D.L. n. 130 del 2020, art. 15, convertito, con modificazioni, dalla L. n. 173 del 2020, ai fini dell’applicazione del riformato quadro normativo relativo alla “protezione speciale”.

1.1. Esso si rivela inammissibile, risolvendosi, sostanzialmente, in una critica al complessivo governo del materiale istruttorio operato dal giudice a quo, cui il ricorrente intenderebbe opporre una diversa valutazione delle medesime risultanze istruttorie. Nessun decisivo rilievo assume, da sola, l’eventuale integrazione socio-lavorativa asseritamente raggiunta dal richiedente (ma concretamente esclusa dal tribunale), posto che vige nella materia de qua il principio di diritto secondo il quale non può essere riconosciuto al cittadino straniero il diritto al permesso di soggiorno per motivi umanitari considerando, isolatamente ed astrattamente, il suo livello di integrazione in Italia (cfr., nelle rispettive motivazioni, Cass., SU, n. 24413 del 2021, secondo cui “… occorre operare una valutazione comparativa della situazione soggettiva ed oggettiva del richiedente con riferimento al Paese d’origine, in raffronto alla situazione d’integrazione raggiunta in Italia. Tale valutazione comparativa dovrà essere svolta attribuendo alla condizione soggettiva e oggettiva del richiedente nel Paese d’origine un peso tanto minore quanto maggiore risulti il grado di integrazione che il richiedente dimostri di aver raggiunto nel tessuto sociale italiano”; Cass. SU, n. 24959 del 2019. Cfr. anche Cass. n. 24104 del 2021, secondo cui “…lo svolgimento di attività lavorativa nel nostro Paese, da solo, non costituisce una ragione sufficiente per il rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari, per più ragioni: i) perché la legge non stabilisce alcun automatismo tra lo svolgimento in Italia di attività lavorativa e la sussistenza di una condizione di “vulnerabilità”; ii) perché il permesso di soggiorno per motivi umanitari è una misura temporanea, mentre lo svolgimento di attività lavorativa, in particolare a tempo indeterminato, legittimerebbe un permesso di soggiorno sine die; iii) perché la “vulnerabilità” richiesta ai fini del rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari dal D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, non può ravvisarsi nel mero rischio di regressione a condizioni economiche meno favorevoli (ex multis, Sez 1, Ordinanza n. 17832 del 3.7.2019; Sez 1, Ordinanza n. 17287 del 27.6.2019). Lo svolgimento di attività lavorativa in Italia, per contro, può essere solo uno dei fattori indizianti che, valutati unitamente a tutte le altre circostanze del caso concreto, può dimostrare la sussistenza di una condizione di vulnerabilità del richiedente asilo…”). A tanto deve solo aggiungersi che, come condivisibilmente affermato da Cass. n. 24904 del 2020, “in tema di protezione umanitaria, la condizione di vulnerabilità che legittima il rilascio del permesso di soggiorno di cui alla L. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, non comprende quella di svantaggio economico o di povertà estrema del richiedente asilo, perché non è ipotizzabile un obbligo dello Stato italiano di garantire ai cittadini stranieri parametri di benessere o di impedire, in caso di rimpatrio, l’insorgere di gravi difficoltà economiche e sociali”. Inoltre, la situazione del Paese di origine prospettata in termini generali ed astratta, è di per sé inidonea al riconoscimento della protezione umanitaria Cass. n. 17787 del 2021, in motivazione). Infine, nessun concreto e decisivo rilievo assume, nella specie, la disciplina introdotta dal D.L. n. 130 del 2020, attesi gli accertamenti fattuali compiuti dal tribunale in ordine alla complessiva situazione socio-politica della zona della Nigeria di provenienza ed al godimento ivi dei diritti fondamentali, nonché alla mancata dimostrazione, da parte del ricorrente, di un suo radicamento effettivo nel territorio italiano.

1.2. A fronte di tale corretta operazione di sussunzione dei fatti allegati alle norme di legge di cui il ricorrente ha chiesto l’applicazione, le doglianze sviluppate nei motivi di ricorso in esame investono, sostanzialmente, il complessivo governo del materiale istruttorio (quanto alla sussistenza, o meno, della prova dei presupposti per la invocata forma di protezione), senza assolutamente considerare che la denuncia di violazione di legge ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, ivi formalmente proposta, non può essere mediata dalla riconsiderazione delle risultanze istruttorie (cfr. Cass. n. 2959 del 2021, in motivazione; Cass. n. 195 del 2016; Cass. n. 26110 del 2015; Cass. n. 8315 del 2013; Cass. n. 16698 del 2010; Cass. n. 7394 del 2010; Cass., SU. n. 10313 del 2006), non potendosi surrettiziamente trasformare il giudizio di legittimità in un nuovo, non consentito, ulteriore grado di merito, nel quale ridiscutere gli esiti istruttori espressi nella decisione impugnata, non condivisi e, per ciò solo, censurati al fine di ottenerne la sostituzione con altri più consoni alle proprie aspettative (cfr. Cass. n. 21381 del 2006, nonché le più recenti Cass. n. 8758 del 2017, Cass. n. 2959 del 2021 e Cass., SU, n. 34476 del 2019).

2. Il ricorso, dunque, va dichiarato inammissibile, senza necessità di pronuncia sulle spese di questo giudizio di legittimità, essendo il Ministero dell’Interno rimasto solo intimato, e dandosi atto, altresì, – in assenza di ogni discrezionalità al riguardo Cass. n. 5955 del 2014; Cass., S.U., n. 24245 del 2015; Cass., S.U., n. 15279 del 2017) e giusta quanto recentemente precisato da Cass., SU, n. 4315 del 2020 – che, stante il tenore della pronuncia adottata, sussistono, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater i presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto, mentre “spetterà all’amministrazione giudiziaria verificare la debenza in concreto del contributo, per la inesistenza di cause originarie o sopravvenute di esenzione dal suo pagamento”.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, giusta dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sesta sezione civile della Corte Suprema di Cassazione, il 25 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 3 febbraio 2022

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