Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 34221 del 20/12/2019

Cassazione civile sez. trib., 20/12/2019, (ud. 08/11/2019, dep. 20/12/2019), n.34221

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CIRILLO Ettore – Presidente –

Dott. D’ANGIOLELLA Rosita – Consigliere –

Dott. CATALDI Michele – Consigliere –

Dott. CONDELLO Pasqualina A.P. – rel. Consigliere –

Dott. NICASTRO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 17810/14 R.G. proposto da:

ASSOCIAZIONE IL GIOIELLO IN LIQUIDAZIONE, in persona del liquidatore,

rappresentata e difesa, giusta procura a margine del ricorso, dagli

avv.ti Filippo Coppa e Valentina Battiato, con domicilio eletto

presso il loro studio in Roma, via Gregorio VII, n. 490;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

rappresentata e difesa dall’Avvocatura Generale dello Stato presso i

cui uffici in Roma, alla via dei Portoghesi, n. 12 è elettivamente

domiciliata

– controricorrente –

avverso la sentenza della Commissione Tributaria regionale del Lazio

n. 1100/1/14 depositata in data 24 febbraio 2014

udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 8 novembre

2019 dal Consigliere Dott.ssa Pasqualina Anna Piera Condello.

Fatto

RILEVATO

che:

Con ricorso dinanzi alla Commissione tributaria provinciale di Roma l’Associazione il Gioiello in liquidazione impugnava l’avviso di accertamento con il quale l’Agenzia delle Entrate aveva rettificato i ricavi, ai fini IRES, IRAP e I.V.A., per l’anno d’imposta 2008, sulla base di dati contabili ed extracontabili, ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, e del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 54, ritenendo che l’attività svolta avesse natura lucrativa.

I giudici di primo grado respingevano il ricorso con sentenza che veniva impugnata dalla contribuente.

La Commissione tributaria regionale del Lazio, con la sentenza in epigrafe indicata, accoglieva parzialmente l’appello.

Rilevava che l’Ufficio aveva fondato l’accertamento su dati fattuali incontestabili, avendo accertato che la società, che svolgeva attività a fine di lucro in assenza delle prescritte licenze commerciali, organizzava presso la struttura in Pomezia, costituita da una villa con ambienti ricettivi, eventi di vario genere ai quali partecipavano numerose persone; la verifica era stata effettuata con riferimento ai consumi energetici della struttura, al numero delle persone presenti, al prezzo medio dei pasti per persona ed ad un prezzo forfettario in caso di sola partecipazione all’evento.

Ritenendo, tuttavia, che l’Ufficio non avesse preso in considerazione i costi, seppure occulti, sostenuti per produrre il reddito imponibile, rideterminava il reddito d’impresa nella misura del 40 per cento di quello accertato dall’Ufficio.

Ricorre per la cassazione della suddetta decisione l’Associazione Il Gioiello in liquidazione, con due motivi, cui resiste l’Agenzia delle Entrate con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con il primo motivo la contribuente, denunciando violazione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39 e dell’art. 2729 c.c., sostiene che la decisione impugnata ha recepito acriticamente le tesi dell’Amministrazione finanziaria, senza procedere all’esame della perizia tecnica giurata, allegata in primo ed in secondo grado, che riportava considerazioni di natura tecnica.

Nel ribadire che le presunzioni poste alla base della pretesa impositiva devono essere provate e devono essere connotate dai caratteri di gravità, precisione e concordanza, assume che il giudice di merito deve valutare tutti gli elementi posti a sua disposizione secondo il suo libero apprezzamento, nei limiti previsti dall’art. 2729 c.c.

2. Con il secondo motivo censura la sentenza gravata per omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto decisivo.

Precisa che la struttura veniva utilizzata per tutto l’anno come domicilio abituale dai coniugi Nocella e che i consumi energetici relativi all’anno 2008, risultanti dalle bollette dell’Enel s.p.a., erano inferiori a quelli quantificati dall’Agenzia delle Entrate, dato che nei soli mesi da aprile a settembre era stato rilevato un incremento; lamenta, inoltre, che nella motivazione non si fa menzione dei costi sostenuti per l’effettuazione degli eventi.

3. La censura dedotta con il primo motivo è inammissibile.

3.1. La doglianza, con la quale si denuncia violazione e falsa applicazione di norme di diritto, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, deve essere dedotta non solo con l’indicazione delle norme asseritamente violate, ma anche, e soprattutto, mediante specifiche ed esaurienti argomentazioni volte a dimostrare in quale modo determinate affermazioni in diritto contenute nella sentenza gravata debbano ritenersi in contrasto con le norme indicate o con l’interpretazione delle stesse fornita dalla giurisprudenza di legittimità, essendo altrimenti impedito a questa Corte il compito di verificare il fondamento della lamentata violazione (Cass. n. 5353 del 8/3/2007; Cass. n. 828 del 16/1/2007; Cass., 6-5, ord. n. 635 del 15/1/2015; Cass. n. 24298 del 29/11/2016).

3.2. Nel caso in esame, la ricorrente si limita a richiamare le norme di diritto che sostiene essere state violate dai giudici di merito, ma omette di rappresentare, con la dovuta completezza e precisione, mediante una critica delle soluzioni adottate dal giudice di merito nel risolvere le questioni giuridiche poste dalla controversia, in quali passaggi della motivazione siano in concreto ravvisabili gli errori di diritto denunciati.

Peraltro, a sostegno del motivo, la ricorrente richiama una perizia prodotta nel giudizio di merito, di cui i giudici d’appello avrebbero pretermesso l’esame, ma nella formulazione del motivo manca la specifica riproduzione del contenuto del documento e dell’indicazione del luogo di reperimento dello stesso nei fascicoli di parte o nel fascicolo d’ufficio, sicchè, anche sotto tale profilo, la censura non si sottrae alla declaratoria di inammissibilità per difetto di autosufficienza.

4. Va, parimenti, dichiarata l’inammissibilità del secondo mezzo di ricorso.

A seguito della modifica dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposta dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, conv. dalla L. n. 134 del 2012, applicabile alla sentenza impugnata in quanto pubblicata successivamente alla data del 11 settembre 2012 di entrata in vigore della norma modificativa, è sottratto al sindacato di legittimità di questa Corte il vizio di mera insufficienza o incompletezza logica dell’impianto motivazionale per inesatta valutazione delle risultanze probatorie, per cui rimangono estranee al vizio di legittimità riformato sia la censura di contraddittorietà della motivazione quanto la censura di insufficienza del percorso argomentativo adottato dal giudice di merito.

La nuova formulazione del vizio di legittimità ha infatti limitato l’impugnazione alla sola ipotesi di “omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”, con la conseguenza che, al di fuori di tale omissione, il controllo del vizio rimane circoscritto alla sola verifica dell’esistenza del requisito motivazionale nel suo contenuto “minimo costituzionale” richiesto dall’art. 111 Cost., comma 6, che si converte nella violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, e che determina la nullità della sentenza per carenza assoluta del prescritto requisito di validità.

Pertanto, laddove, come nel caso di specie, non si contesti la inesistenza della motivazione, il vizio ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, può essere dedotto soltanto in caso di omesso esame di un “fatto storico” controverso, che sia stato oggetto di discussione tra le parti e che appaia “decisivo” ai fini di una diversa decisione, dovendosi, invece, escludere qualsiasi critica rivolta alla valutazione degli elementi fattuali acquisiti ed alle risultanze probatorie, ritenuti dal giudice di merito determinanti oppure assolutamente non pertinenti (Cass. Sez. U, n. 8053 del 7/4/2014; Cass. n. 19881 del 22/9/2014; Cass. n. 11892 del 10/6/2016; Cass. n. 23940 del 12/10/2017).

Risulta, pertanto, evidente che le doglianze sollevate con il mezzo in esame sono tutte finalizzate a criticare il convincimento cui il giudice è pervenuto, all’esito della valutazione della attendibilità dei mezzi di prova, e sono volte a sollecitare un riesame dell’apprezzamento delle prove, non consentito a questa Corte, cosicchè il vizio denunciato non è inquadrabile nel paradigma dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come riformulato.

5. In conclusione, il ricorso è inammissibile.

Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità che liquida in Euro 5.600,00 per compensi, oltre alle spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 8 novembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 20 dicembre 2019

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