Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3412 del 13/02/2018


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Cassazione civile, sez. III, 13/02/2018, (ud. 15/11/2017, dep.13/02/2018),  n. 3412

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Nel 2003 P.C., P.M. e D.P.D. convennero dinanzi al Tribunale di Bassano del Grappa S.F., esponendo:

(-) di essere prossimi congiunti del defunto P.G.;

(-) che la convenuta era figlia del defunto S.P., nel 2000 presidente del collegio sindacale della Banca Popolare di Marostica;

(-) la Banca Popolare di Marostica aveva abusivamente investito i fondi ivi depositati dal defunto P.G. in titoli ad alto rischio;

(-) P.C., figlia di P.G., aveva denunciato l’accaduto ai vertici della banca;

(-) il (OMISSIS), nel corso di un’assemblea dei soci della banca, S.P. svelò pubblicamente l’entità del patrimonio di P.G., pari a 10.000.000.000 di Lire, ed inoltre insinuò – secondo la lettura che gli odierni ricorrenti diedero delle sue parole – che tali risparmi avrebbero avuto una provenienza poco trasparente, se non illecita.

Chiesero pertanto la condanna della convenuta, quale erede del defunto S.P., al risarcimento dei danni rispettivamente patiti dagli attori in conseguenza dei fatti appena descritti.

2. La convenuta si costituì negando la responsabilità del proprio dante causa.

Con sentenza 2 agosto 2007 n. 449 il Tribunale di Bassano del Grappa rigettò le domande.

La Corte d’appello di Venezia, con sentenza 6 febbraio 2014 n. 313, rigettò il gravame proposto dai soccombenti.

Per quanto in questa sede ancora rileva, la Corte d’appello ritenne che:

(a) S.P. non commise alcun fatto illecito consistente nella divulgazione del segreto bancario nella violazione del diritto alla riservatezza di P.G.; infatti l’avere affermato pubblicamente che P.G. avesse investito 10.000.000.000 di Lire fu affermazione imposta dalla necessità di difendere l’operato del collegio sindacale dinanzi alle accuse di malversazione mosse da P.C.; in ogni caso la necessità di affrontare l’argomento fu conseguenza dell’intervento in assemblea dalla stessa P.C., che ricordò le vicende di questo investimento e sollecitò gli altri soci a prendere contatto con lei per coordinare le azioni del caso;

(b) S.P. non lese l’onore e la reputazione di P.G., perchè le affermazioni da lui compiute al cospetto dell’assemblea non avevano contenuto diffamatorio; aggiunse che comunque la frase pronunciata da S.P. e ritenuta diffamatoria dagli attori (ovvero la seguente: “perchè ci sarebbe stato, se non proveniva dalla realizzazione della vendita di altri titoli, ci sarebbe stata anche da condurre un’indagine sulla… sulla… usu… sulla provenienza di questi fondi, ci sarebbe stato anche questo ma non riguardava l’oggetto, non riguardava”), era “di significato scarsamente intelligibile”; e che dal tenore letterale di essa, e dal contesto in cui fu pronunciata, non potesse argomentarsi che S.P. avesse dato dell’ “usuraio” a P.G..

3. La sentenza d’appello è stata impugnata per cassazione da P.C., P.M., e D.P.D. con ricorso fondato su tre motivi ed illustrato da memoria; ha resistito con controricorso S.F., anch’essa depositando memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Il primo motivo di ricorso.

1.1. Col primo motivo i ricorrenti lamentano, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, la violazione degli artt. 2370,2377 e 2400 c.c..

Tali norme sarebbero state violate, secondo i ricorrenti, perchè “le espressioni utilizzate da S.P. nel corso dell’assemblea del (OMISSIS) hanno leso i principi di rango costituzionale volti a tutelare il diritto del socio di partecipare all’assemblea e di esprimere senza condizionamenti senza timore di minacce la propria opinione”.

Il senso della censura è che S.P., con le espressioni sopra ricordate, volle indurre P.C. ad astenersi dall’intervenire nell’assemblea, sostanzialmente minacciando di divulgare dati attinenti la sfera privata.

1.2. Il motivo è inammissibile.

Dalla sentenza impugnata, e tanto meno dal ricorso, risulta che sia mai stata prospettata, nei gradi di merito, una domanda di risarcimento del danno “da induzione a non partecipare all’assemblea”.

In primo ed in secondo grado gli attori prospettarono unicamente una lesione dell’onore e della reputazione derivante dalla divulgazione del segreto bancario e dal preteso contenuto diffamatorio delle dichiarazioni di S.P..

E va da sè che in materia di diritti di obbligazione scaturenti da fatti illeciti, mutare la condotta che si assume causativa del danno equivale a mutare il fatto costitutivo della pretesa e, con esso, la domanda.

2. Il secondo motivo di ricorso.

2.1. Col secondo motivo i ricorrenti lamentano, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, la violazione del D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, artt. 15 e 24.

Deducono i ricorrenti che S.P., dichiarando pubblicamente che il patrimonio di P.G. ascendeva a 10.000.000.000 di lire, avrebbe violato i “dati sensibili” del risparmiatore, e che tale condotta legittima di per sè il titolare dei dati (od i suoi eredi) a pretendere il risarcimento del danno.

2.2. Il motivo è infondato.

In primo luogo, l’entità del patrimonio d’una persona non costituisce, secondo la legge vigente all’epoca dei fatti, un “dato sensibile”, come tale divulgabile solo col consenso del titolare.

All’epoca dei fatti la materia dei dati personali era disciplinata dalla L. 31 dicembre 1996, n. 675, il cui art. 22 definiva “sensibili” i dati personali idonei a rivelare “l’origine razziale ed etnica, le convinzioni religiose, filosofiche o di altro genere, le opinioni politiche, l’adesione a partiti, sindacati, associazioni od organizzazioni a carattere religioso, filosofico, politico o sindacale, nonchè i dati personali idonei a rivelare lo stato di salute e la vita sessuale”.

L’entità del patrimonio, dunque, non rientra tra i “dati sensibili”.

In secondo luogo, l’entità del patrimonio di P.G. venne divulgata nel corso di un alterco tra due persone fisiche. E qualunque cosa detta nel corso di un alterco tra due persone fisiche non costituisce “trattamento” di dati personali, nè all’epoca dei fatti era soggetto alle previsioni della L. n. 675 del 1996, in virtù della previsione di cui all’art. 3, comma 1, di tale legge, il quale stabiliva che “il trattamento di dati personali effettuato da persone fisiche per fini esclusivamente personali non è soggetto all’applicazione della presente legge”.

3. Il terzo motivo di ricorso.

3.1. Col terzo motivo i ricorrenti lamentano, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, che la Corte d’appello, nell’escludere che la frase pronunciata da S.P. avesse contenuto diffamatorio, ha omesso di considerare che essa venne pronunciata mezz’ora dopo il momento in cui P.C. prese la parola, e quindi in un momento in cui la concitazione del momento si sarebbe dovuta ritenere evaporata: e, con essa, anche qualsiasi giustificazione delle piccate parole pronunciate da S.P..

L’illustrazione del motivo prosegue ricordando che S.P., in conseguenza dei fatti di causa, era stato rinviato a giudizio per rispondere del reato di cui all’art. 595 c.p., a dimostrazione di come erroneamente la Corte d’appello avesse ritenuto non diffamatoria la frase sopra trascritta.

3.2. Il motivo è inammissibile.

La sentenza d’appello impugnata in questa sede è stata depositata dopo l’11.9.2012. Al presente giudizio, di conseguenza, si applica il nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., n. 5.

Le Sezioni Unite di questa Corte, nel chiarire il senso della nuova norma, hanno stabilito che per effetto della riforma “è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sè, purchè il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione” (Sez. U, Sentenza n. 8053 del 07/04/2014, Rv. 629830). Nella motivazione della sentenza appena ricordata, inoltre, si precisa che “l’omesso esame di elementi istruttori, in quanto tale, non integra l’omesso esame circa un fatto decisivo previsto dalla norma, quando il fatto storico rappresentato sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorchè questi non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie astrattamente rilevanti”.

Quello appena trascritto è giustappunto il nostro caso. Il terzo motivo di ricorso, infatti, censura in sostanza non l’omesso esame d’un fatto decisivo, ma una tipica valutazione di merito, ovvero lo stabilire se una certa affermazione potesse o meno, per il luogo, il tempo e le circostanze in cui fu compiuta, avere o no contenuto diffamatorio.

4. Le spese.

4.1. Le spese del presente grado di giudizio vanno a poste a carico dei ricorrenti, ai sensi dell’art. 385 c.p.c., comma 1 e sono liquidate nel dispositivo.

4.2. Il rigetto del ricorso costituisce il presupposto, del quale si dà atto con la presente sentenza, per il pagamento a carico della parte ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater (nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17).

PQM

la Corte di Cassazione:

(-) rigetta il ricorso;

(-) condanna P.C., P.M. e D.P.D., in solido, alla rifusione in favore di S.F. delle spese del presente giudizio di legittimità, che si liquidano nella somma di Euro 10.800, di cui Euro 200 per spese vive, oltre I.V.A., cassa forense e spese forfettarie D.M. 10 marzo 2014, n. 55, ex art. 2, comma 2;

(-) dà atto che sussistono i presupposti previsti dal D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, per il versamento da parte di P.C., P.M. e D.P.D., in solido, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte di Cassazione, il 15 novembre 2017.

Depositato in Cancelleria il 13 febbraio 2018

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