Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 34096 del 12/11/2021

Cassazione civile sez. I, 12/11/2021, (ud. 22/09/2021, dep. 12/11/2021), n.34096

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ACIERNO Maria – Presidente –

Dott. VANNUCCI Marco – Consigliere –

Dott. VELLA Paola – Consigliere –

Dott. FIDANZIA Andrea – rel. Consigliere –

Dott. AMATORE Roberto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 14229/2020 proposto da:

H.S.Z., difeso dall’avv. Andrea Di Roma, giusta procura in

atti, domiciliato presso la Cancelleria della I sezione Civile della

Suprema Corte di Cassazione;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno;

– intimato –

avverso il decreto del TRIBUNALE di TRIESTE, depositata il

16/04/2020;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

22/09/2021 dal Cons. Dott. FIDANZIA ANDREA.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Il Tribunale di Trieste, con decreto depositato in data 16.4.2020, ha rigettato la domanda di H.S.Z., cittadino del (OMISSIS), volta ad ottenere il riconoscimento della protezione internazionale o, in subordine, della protezione umanitaria.

E’ stato, in primo luogo, ritenuto che difettassero i presupposti per il riconoscimento in capo al ricorrente dei presupposti per il riconoscimento dello status di rifugiato, non essendo stato il richiedente ritenuto credibile sia per la mancata dimostrazione della propria identità attraverso l’esibizione dei documenti originali dell’asserito paese d’origine, sia per l’inattendibilità della narrazione dei fatti che lo avrebbero indotto a lasciare il proprio Paese (il ricorrente, di religione (OMISSIS), aveva riferito di essersi allontanato dal (OMISSIS) per il timore di essere ucciso da un gruppo terroristico, (OMISSIS) di estrazione religiosa, che già aveva attentato alla sua vita prima della sua fuga).

Inoltre, con riferimento alla richiesta di protezione sussidiaria, il giudice di merito ha evidenziato l’insussistenza del pericolo per il ricorrente di essere esposto a grave danno in caso di ritorno nel paese d’origine.

Infine, il ricorrente non è stato comunque ritenuto meritevole del permesso per motivi umanitari, non essendo stata ritenuta sussistente alcuna specifica situazione di vulnerabilità personale.

Ha proposto ricorso per cassazione H.S.Z. affidandolo a quattro motivi.

Il Ministero dell’Interno si è costituito tardivamente in giudizio ai soli fini di un’eventuale partecipazione all’udienza di discussione.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo è stata dedotta la violazione dell’art. 116 c.p.c., comma 1, 1 A e 25 Convenzione di Ginevra, artt. 6, 30 e 45 direttiva 2013/32/UE, D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 25, D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 6, comma 4 e art. 2, comma 7, D.P.R. n. 394 del 199, art. 4, comma 4 D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3, comma 5 e art. 5.

Lamenta il ricorrente che la procedura prevista dal Tribunale affinché i cittadini stranieri possano (agevolmente) ottenere l’originale dei propri documenti di identità non trova applicazione per i richiedenti protezione internazionale, non potendo l’autorità preposta all’identificazione avvalersi della collaborazione delle rappresentanza diplomatiche di quelli Stati presunti responsabili della persecuzione ai danni del richiedente.

Il ricorrente lamenta, altresì, l’omesso esame di fatto decisivo ai fini della valutazione della credibilità del ricorrente, non essendo stato valutato il certificato di nascita del ricorrente prodotto in giudizio con una traduzione asseverata.

2. Con il secondo motivo è stata dedotta la violazione dell’art. 116 c.p.c., comma 1, D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3, comma 5, D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 8.

Lamenta il ricorrente che il Tribunale di Trieste ha desunto in modo apodittico la non credibilità del suo racconto senza applicare rigorosamente gli indici legali di affidabilità di cui al D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3, comma 5.

Il Tribunale avrebbe dovuto limitarsi a valutare la non contraddittorietà del suo racconto nelle varie sedi in cui è stato reso (commissione, ricorso e tribunale), la sua verosimiglianza e la sua coerenza esterna rispetto alle condizioni generali del paese di origine.

3. I due motivi, da esaminare unitariamente, attenendo entrambe alla valutazione di credibilità del richiedente, sono inammissibili.

Va preliminarmente osservato, come già anticipato nella parte narrativa, che il Tribunale di Trieste ha ritenuto la non credibilità del ricorrente con una duplice ratio decidendi fondata sia sulla mancata dimostrazione, da parte di quest’ultimo, della propria identità attraverso l’esibizione dei documenti originali dell’asserito paese d’origine, sia in relazione alla inattendibilità della narrazione dei fatti che lo avrebbero indotto a lasciare il proprio Paese.

Ne consegue che, al caso di specie, deve applicarsi l’orienta mento consolidato di questa Corte secondo cui, qualora la decisione di merito si fondi su di una pluralità di ragioni, tra loro distinte e autonome, singolarmente idonee a sorreggerla sul piano logico e giuridico, la ritenuta infondatezza (o inammissibilità) delle censure mosse ad una delle “rationes decidendi” rende inammissibili, per sopravvenuto difetto di interesse, le censure relative alle altre ragioni esplicitamente fatte oggetto di doglianza, in quanto queste ultime non potrebbero comunque condurre, stante l’intervenuta definitività delle altre, alla cassazione della decisione stessa (vedi Cass. n. 11493 del 11/05/2018).

Pertanto, appare superfluo, per sopravvenuto difetto di interesse, soffermarsi sulle censure formulate dal ricorrente nel primo motivo, attesa la evidente inammissibilità delle doglianze (svolte con il secondo motivo) con cui il richiedente protezione internazionale ha investito la seconda ratio decidendi posta dal Tribunale di Trieste a fondamento del giudizio di inattendibilità dello stesso cittadino straniero, attinente alla narrazione dei fatti riferiti da quest’ultimo.

Sul punto, va, in primo luogo, osservato che il giudice di merito ha rispettato i criteri normativi introdotti per la valutazione della credibilità del richiedente, esaminando il suo racconto sotto il profilo della coerenza e della plausibilità D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, ex art. 3, comma 5, lett. c) e tale giudizio non può essere solo apoditticamente contestato, come ha fatto il ricorrente.

In proposito, anche recentemente, questa Corte ha statuito che la valutazione in ordine alla credibilità del racconto del cittadino straniero costituisce un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito, il quale deve valutare se le dichiarazioni del ricorrente siano coerenti e plausibili, D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, ex art. 3, comma 5, lett. c). Tale apprezzamento di fatto è censurabile in cassazione solo ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 come omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, come mancanza assoluta della motivazione, come motivazione apparente, come motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile, dovendosi escludere la rilevanza della mera insufficienza di motivazione e l’ammissibilità della prospettazione di una diversa lettura ed interpretazione delle dichiarazioni rilasciate dal richiedente, trattandosi di censura attinente al merito. (Cass. n. 3340 del 05/02/2019).

Nel caso di specie, la motivazione del Tribunale soddisfa il requisito del “minimo costituzionale”, secondo i principi di cui alla sentenza delle Sezioni Unite n. 8053/2014), essendo state indicate in modo dettagliato (vedi pagg. 9 e 10 del decreto impugnato) le ragioni per le quali il richiedente non è stato ritenuto credibile.

In particolare, il giudice di merito ha coerentemente evidenziato che sono contrari alla logica sia i presupposti che le modalità dell’aggressione indicati dal ricorrente: non è dato, infatti, ben comprendere come quest’ultimo fosse venuto a conoscenza che il suo nome si trovasse all’interno di una lista di potenziali obiettivi. D’altra parte, se tale notizia fosse stata effettivamente appresa in conseguenza di una confidenza riservata della polizia (come emerso dall’interrogatorio libero), allora ciò rappresenterebbe un indubbio segno di familiarità con le forze dell’ordine e non spiegherebbe perché il ricorrente a queste ultime non ha chiesto protezione contro un gruppo terroristico, rientrando la lotta al terrorismo tra gli obiettivi principali del governo (OMISSIS).

Il Tribunale, inoltre, ha evidenziato che, oltre a non esserci alcun riscontro che i suoi aggressori appartenessero al gruppo terroristico (OMISSIS), ha rilevato l’evidente incongruenza insita nell’aggressione, così come descritta del ricorrente, non spiegandosi il motivo per cui terroristi che gli avevano appena sparato, al momento di cogliere il frutto della loro crudeltà, si fossero limitati a picchiarlo, consentendogli la fuga.

Con tale precise e coerenti argomentazioni il richiedente non si è seriamente confrontato, limitandosi a dedurre apoditticamente che le osservazioni del Tribunale si fondavano su valutazioni personali o su aspetti secondari o isolati della narrazione.

In ogni caso, il ricorrente non ha neppure allegato la grave anomalia motivazionale del decreto impugnato, che costituisce, come detto, l’unico vizio attualmente censurabile in Cassazione.

5. Con il terzo motivo è stata dedotta la violazione del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6 e art. 8 CEDU, in relazione al mancato riconoscimento dei presupposti per la concessione della protezione umanitaria nonché l’omesso esame di fatti decisivi ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Lamenta il ricorrente che il Tribunale non ha considerato l’effettiva situazione della tutela dei lavoratori in (OMISSIS), sia con riferimento alla stabilità del rapporto, sia con riferimento alla tutela del diritto alla salute, e non ha esaminato il fatto decisivo della relazione affettiva stabile con la sig.ra C., oggetto di un’ampia discussione tra le parti, incorrendo così nella violazione del diritto alla vita privata ed all’unità familiare di cui all’art. 8 CEDU.

6. Il motivo è fondato.

Va osservato che la recentissima sentenza delle Sezioni Unite di questa Corte n. 24413/2021 ha evidenziato che il focus della valutazione comparativa tra la condizione del richiedente protezione nel paese di accoglienza e in quello di origine va centrato sul rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo, quali definiti nelle Carte sovranazionali e nella Costituzione italiana, venendo, in primo luogo, in rilievo il disposto dell’art. 8 CEDU, che è centrale per valutare il profilo di vulnerabilità legato alla comparazione tra il contesto economico, lavorativo e relazionale che il richiedente troverebbe rientrando nel paese di origine e le condizioni di integrazione dal medesimo raggiunta in Italia nel tempo necessario al compimento dell’esame della sua domanda di protezione in sede amministrativa e giudiziaria.

Le Sezioni Unite hanno espressamente richiamato, inoltre, la pronuncia della Consulta n. 202/2013 – con cui è stata dichiarata l’illegittimità costituzionale dell’art. 5, comma 5 T.U.Imm., nella parte in cui prevedeva che la valutazione discrezionale ivi contenuta di tutela rafforzata dello straniero si applicasse solo non solo allo stesso straniero colui che aveva “esercitato il diritto al ricongiungimento familiare”, ma anche a quello che avesse “legami familiari nel territorio dello Stato” – precisando che la Corte Costituzionale non si è limitata ad evocare il parametro interporto dell’art. 8 CEDU, ma anche i parametri costituzionali dettati dagli artt. 2,3,29,30 e 31 Cost. sottolineando come nell’ambito delle relazioni interpersonali, ogni decisione che colpisce uno dei soggetti finisce per ripercuotersi anche sugli altri componenti della famiglia.

Infine, le S.U. hanno osservato che, proprio alla luce di tali disposizioni costituzionali (soprattutto gli artt. 2 e 3 che tutelano rispettivamente la persona “nelle formazioni sociali in cui si svolge la sua personalità” e “la pari dignità sociale di ogni persona, anche straniera”) deve rinvenirsi il fondamento più profondo dell’istituto della protezione umanitaria e va individuato il senso e la tecnica della comparazione da effettuare tra ciò che il richiedente lascia in Italia e ciò che troverà nel paese di origine: in conclusione, si dovrà valutare, “..nel giudizio sulla vulnerabilità, non solo il rischio di danni futuri – legati alle condizioni oggettive e soggettive che il migrante (ri)troverà nel paese d’origine – ma anche il rischio di un danno attuale da perdita di relazioni affettive, di professionalità maturate, di osmosi culturale riuscita..”. Alla luce di tali considerazioni, è stato enunciato il principio di diritto secondo cui, quando si accerti che un apprezzabile livello di integrazione sia stato raggiunto dal richiedente protezione, se il ritorno nel paese d’origine rende probabile un significativo scadimento delle condizioni di vita privata e/o familiare sì da recare un vulnus al diritto riconosciuto dall’art. 8 della Convenzione EDU, sussistente un serio motivo di carattere umanitario, ai sensi dell’art. 5 T.U. Imm., per il riconoscere il permesso di soggiorno.

Non vi è dubbio che, nel caso di specie, il decreto impugnato, nel valutare la condizione di vulnerabilità del richiedente, abbia completamente omesso di esaminare il profilo della violazione dell’art. 8 CEDU, non attribuendo alcuna rilevanza al percorso di integrazione compiuto dal ricorrente e soffermando tutta la sua analisi sulla eventuale compromissione dei diritti umani che attenderebbe l’immigrato in caso di ritorno in patria.

In particolare, nonostante nella parte narrativa, lo stesso giudice di merito avesse dato atto della stabile relazione affettiva instaurata da un anno dal ricorrente con una donna italiana, con cui non convive solo perché è separata e per non destabilizzare i figli minori della stessa (con cui ha parimenti instaurato un legame affettivo), tale profilo non è stato minimamente considerato nella valutazione comparativa compiuta e nell’accertamento della condizione di vulnerabilità.

Il decreto impugnato va dunque cassato con rinvio al Tribunale di Trieste, in diversa composizione, per nuovo esame e per statuire sulle spese del giudizio di legittimità.

7. Il quarto motivo con cui è stata dedotta la violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, e parimenti attinente, come il primo ed il secondo motivo, alla valutazione di non credibilità del richiedente, è assorbito.

P.Q.M.

Accoglie il terzo motivo, inammissibili i primi due, ed assorbito il quarto, cassa il decreto impugnato e rinvia al Tribunale di Trieste, in diversa composizione, per nuovo esame e per statuire sulle spese del giudizio di legittimità

Così deciso in Roma, il 22 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 12 novembre 2021

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