Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 34076 del 12/11/2021

Cassazione civile sez. lav., 12/11/2021, (ud. 06/05/2021, dep. 12/11/2021), n.34076

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BERRINO Umberto – Presidente –

Dott. MARCHESE Gabriella – Consigliere –

Dott. CALAFIORE Daniela – rel. Consigliere –

Dott. CAVALLARO Luigi – Consigliere –

Dott. BUFFA Francesco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 18909-2015 proposto da:

COS.M.I. SUD SOC. COOP. a rl, in persona del legale rappresentante

pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA SESTO FIORENTINO

41, presso lo studio dell’avvocato CARMELO FABRIZIO FERRARA,

rappresentata e difesa dall’avvocato LORENZO SALVATORE INFANTINO;

– ricorrente –

contro

RISCOSSIONE SICILIA S.P.A., (già SE.RI.T. Sicilia S.p.A.) Agente

della Riscossione per la Provincia di Caltanissetta, in persona del

legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in

ROMA, VIA BRUNO BUOZZI 53/A, presso lo studio dell’avvocato ANGELA

MARIA LORENA CORDARO, rappresentata e difesa dall’avvocato GIUSEPPE

BALISTRERI;

– controricorrente –

nonché contro

I.N.A.I.L. – ISTITUTO NAZIONALE PER L’ASSICURAZIONE CONTRO GLI

INFORTUNI SUL LAVORO, in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA IV NOVEMBRE 144,

presso lo studio degli avvocati GIANDOMENICO CATALANO, LORELLA

FRASCONA’, che lo rappresentano e difendono;

– controricorrente –

nonché contro

I.N.P.S. – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, in persona

del suo Presidente e legale rappresentante pro tempore, in proprio e

quale mandatario della S.C.C.I. S.P.A. – Società di

Cartolarizzazione dei Crediti I.N.P.S., elettivamente domiciliati in

ROMA, VIA CESARE BECCARIA N. 29, presso l’Avvocatura Centrale

dell’Istituto, rappresentati e difesi dagli avvocati ANTONINO SGROI,

LELIO MARITATO, CARLA D’ALOISIO, EMANUELE DE ROSE, GIUSEPPE MATANO,

ESTER ADA SCIPLINO;

– resistenti con mandato –

nonché contro

ASSESSORATO DEL LAVORO DELLA PREVIDENZA SOCIALE DELLA FORMAZIONE

PROFESSIONALE E DELL’IMMIGRAZIONE DELLA REGIONE SICILIANA,

ASSESSORATO REGIONALE DELLA FAMIGLIA DELLE POLITICHE SOCIALI E DEL

LAVORO, SERVIZIO DI ISPETTORATO PROVINCIALE DEL LAVORO DI

CALTANISSETTA;

– intimati –

avverso la sentenza n. 22/2015 della CORTE D’APPELLO di

CALTANISSETTA, depositata il 28/05/2015 R.G.N. 661/2011;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

06/05/2021 dal Consigliere Dott. DANIELA CALAFIORE.

 

Fatto

RILEVATO

che:

con sentenza n. 22/2015, la Corte d’appello di Caltanissetta, in parziale accoglimento dell’impugnazione proposta dall’INPS, ha accertato la sussistenza in capo alla COSMI SUD s.r.l. dell’obbligazione contributiva nella misura corrispondente al numero di ore di lavoro straordinario accertato con il verbale ispettivo del (OMISSIS), ridotti di un terzo;

la Corte territoriale, decidendo su impugnazione avverso la sentenza del Tribunale di Caltanissetta che aveva integralmente accolto l’opposizione a cartella proposta da Cosmi Sud soc.c.oop. a.r.I nei riguardi di INPS, Inail e dell’Ispettorato del lavoro, ha ritenuto che integrasse la nozione di orario di lavoro retribuibile, ai fini del calcolo dei contributi e dei premi dovuti, il tempo di permanenza dei dipendenti presso il posto di lavoro dopo aver marcato il cartellino magnetico alla portineria dello stabilimento petrolchimico di (OMISSIS) nel periodo da (OMISSIS);

in particolare, la Corte territoriale ha osservato che in sede ispettiva, scaturita dall’esposto presentato da un ex dipendente, erano stati acquisiti dallo stabilimento di (OMISSIS) i tabulati contenenti i dati relativi all’entrata ed all’uscita mediante l’utilizzo di badge dei lavoratori dipendenti da Cosmi Sud soc.c.oop. a.r.l ed erano state acquisite le dichiarazioni dei medesimi; dal confronto di tali emergenze coi dati riportati sul libro paga era stato possibile verificare, vagliando criticamente le contraddittorie dichiarazioni rese dai lavoratori ed esaminando i tabulati relativi agli ingressi registrati, l’omessa denuncia di ore di lavoro straordinario eseguito il sabato e la domenica nel periodo compreso tra (OMISSIS);

avverso tale sentenza propone ricorso per cassazione Cosmi Sud soc.c.oop. a.r.l fondato su undici motivi;

l’INPS ha rilasciato procura in calce alla copia notificata del ricorso; l’INAIL e Riscossione Sicilia s.p.a. resistono con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

che:

con il primo motivo si denuncia la nullità della sentenza per violazione dell’art. 331 c.p.c., posto che, mentre la ricorrente aveva agito anche nei riguardi dell’Assessorato del lavoro della previdenza sociale della formazione professionale e dell’emigrazione della Regione siciliana, che era stato dichiarato contumace in primo grado, l’Inps aveva omesso di chiamare nel giudizio d’appello tale Assessorato che invece doveva ritenersi parte necessaria del giudizio che aveva ad oggetto una situazione giuridica unica, costituita dai verbali ispettivi del 24.ot.20. e del (OMISSIS);

con il secondo motivo, si denuncia la nullità della sentenza per violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 1, n. 4, in ragione della mera apparenza della motivazione adottata dalla sentenza impugnata in relazione alla ricostruzione dei fatti falsamente indicati come incontroversi;

con il terzo motivo si denuncia la violazione dell’art. 112 c.p.c. in relazione all’omessa pronuncia in ordine all’eccezione di inutilizzabilità dei dati risultanti dai tabulati, in quanto acquisiti dalla Raffineria di Gela s.p.a., soggetto terzo rispetto alla ricorrente in relazione a diverse disposizioni del D.Lgs. n. 196 del 2003 ed alla L. n. 300 del 1970, art. 4;

con il quarto motivo, si denuncia nuovamente la violazione dell’art. 112 c.p.c. in relazione all’omessa pronuncia sulla eccezione relativa alla violazione della normativa dei dati informatici finalizzata a garantire la genuinità della registrazione e della conservazione dei dati utilizzati ai fini di causa;

con il quinto motivo di ricorso, si denuncia la violazione dell’art. 112 c.p.c. per omessa pronuncia sulla eccezione di inammissibilità della utilizzazione quale mezzo di prova delle dichiarazioni rese dai lavoratori in data 1.7.2008 e cioè successivamente alla stesura del verbale di accertamento;

con il sesto motivo si denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 1362 c.c. in ragione del fatto che la sentenza aveva affermato che le somme pretese erano state iscritte a ruolo sulla base delle dichiarazioni rese dai lavoratori e del confronto dei dati risultanti dai tabulati forniti dalla raffineria di Gela ma tale interpretazione era errata in quanto tale iscrizione era stata fondata solo sul confronto dei dati del libro paga con quelli risultanti dai tabulati;

con l’ottavo motivo sì denuncia la violazione dell’art. 116 c.p.c. in relazione alla valutazione di asserite prove documentali (tabulati) acquisite illecitamente in violazione della L. n. 300 del 1970, art. 4 e del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 11, comma 2 ed artt. 14,17,25 e 114 in ragione delle medesime circostanze rappresentate dalla inutilizzabilità dei tabulati contenenti le registrazioni delle presenze;

con il nono motivo si denuncia la violazione degli artt. 2697,2699,2700,2702 c.c. e del D.Lgs. n. 82 del 2005, art. 20, commi 3 e 4, e art. 4 e art. 71 posto che sarebbe spettato all’INPS provare in modo rigoroso l’effettivo svolgimento di lavoro straordinario sottratto all’imposizione contributiva;

con il decimo motivo si denuncia la violazione della L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 20, del Decreto Direttoriale del Ministero del lavoro 20 aprile 2006, artt. 14 e 15 per avere utilizzato delle dichiarazioni di terzi quali elementi di prova raccolte fuori dal verbale ispettivo ed in violazione delle suddette disposizioni normative, in ragione del fatto che la legge non attribuiva alcun valore probatorio precostituito ai verbali ispettivi e dovendosi ribadire le considerazioni già svolte sulla illegittimità delle dichiarazioni raccolte dopo l’accertamento ispettivo;

con l’undicesimo motivo si deduce la violazione e falsa applicazione dell’art. 1362 c.c. in relazione al fatto che la sentenza impugnata, violando i canoni interpretativi fissati dalla disposizione indicata, aveva erroneamente affermato che i lavoratori nel mese di luglio 2008, messi davanti alle divergenti risultanze dei tabulati delle registrazioni, avevano dichiarato di aver reso lavoro straordinario non registrato sul libro paga;

preliminarmente va rilevato che il ricorso per cassazione è stato notificato a Riscossione Sicilia s.p.a. in quanto parte del giudizio d’appello e costituisce principio consolidato quello secondo il quale, in tema di impugnazioni civili, il litisconsorzio processuale – che determina una inscindibilità delle cause anche in ipotesi in cui non sussisterebbe ii litisconsorzio necessario di natura sostanziale – ricorre allorché la presenza di più parti nel giudizio di primo grado deve necessariamente persistere in sede di impugnazione, al fine di evitare possibili giudicati contrastanti in ordine alla stessa materia e nei confronti di quei soggetti che siano stati parti del giudizio (Cass. 27437 del 2008); ciò premesso Riscossione Sicilia s.p.a. non ha fornito alcuna specifica indicazione sui contenuti degli atti processuali dei gradi di merito dai quali trarre il convincimento della insussistenza delle dette condizioni, pertanto l’eccezione di difetto di legittimazione passiva sollevata dalla società non è ammissibile;

il primo motivo è infondato;

e’ errata la prospettazione di parte che ritiene cause inscindibili, ai fini di cui all’art. 331 c.p.c., in quanto entrambe originate dalle risultanze di un unico verbale ispettivo, quelle proposte nei confronti degli enti previdenziali per opporsi alle iscrizioni a ruolo ed alla cartella esattoriale notificata per ottenere la riscossione di crediti contributivi e quella proposta nei confronti dell’autorità amministrativa che ha proceduto unitamente al servizio ispettivo degli enti previdenziali all’accertamento ispettivo per ottenere l’accertamento negativo delle violazioni riscontrate;

si tratta, infatti, di azioni del tutto autonome, solamente originate dall’unico accertamento ispettivo, che mirano ad accertare pretese azionate da soggetti pubblici differenti; pertanto, va fatta applicazione del principio espresso da Cassazione n. 9080 del 2013, n. 7031 del 2020, secondo il quale la notificazione dell’impugnazione a parti diverse da quelle dalle quali o contro le quali è stata proposta ai sensi dell’art. 332 c.p.c. non ha la stessa natura della notificazione prevista dall’art. 331 c.p.c., relativo all’integrazione del contraddittorio in cause inscindibili, in quanto, mentre in tale ultima norma si tratta di una “vocatio in jus” per integrare il contraddittorio, in ipotesi di cause scindibili, invece, detta notificazione integra soltanto una “litis denuntiatio” allo scopo di avvertire coloro che hanno partecipato al giudizio della necessità di proporre le impugnazioni, che non siano già precluse o escluse, nel processo instaurato con l’impugnazione principale; in tale ultima ipotesi, ove sia omessa l’indicata notificazione, l’unico effetto è che il processo, per facilitare l’ingresso dell’eventuale interveniente, è da ritenere in situazione di stasi e di quiescenza fino alla decorrenza dei termini stabiliti dagli artt. 325 e 327 c.p.c., onde la sentenza non può essere utilmente emessa;

ne consegue che, in relazione a cause scindibili, qualora non sia stata disposta la notificazione del gravame alle altre parti, la sentenza d’appello è annullabile dalla Corte di cassazione soltanto se, quando essa è chiamata a decidere, non siano decorsi i termini per l’appello, laddove, se questi sono scaduti, l’inosservanza dell’art. 332 c.p.c. non produce alcun effetto;

e’, nel caso di specie, certamente decorso, al momento della presente decisione, il termine per proporre appello avverso la sentenza di primo grado, pubblicata il 19 maggio 2011, per cui la violazione dell’art. 332 c.p.c. non produce effetto;

i restanti motivi – nel loro insieme – imputano alla sentenza impugnata, oltre a carenze della motivazione, l’illegittimo raggiungimento della prova delle ore di lavoro straordinarie effettivamente prestate dai lavoratori della ricorrente;

e’ opportuno premettere, quanto alla regola di riparto dell’onere probatorio, che la giurisprudenza di questa Corte Suprema (per superare la quale il ricorso non fornisce idonee argomentazioni) ha affermato che, in tema di determinazione della base imponibile per il calcolo dei contributi, l’ente previdenziale deve provare che il lavoratore ha ricevuto dal datore di lavoro somme a qualunque titolo, purché in dipendenza del rapporto lavorativo, mentre è onere del datore di lavoro provare una delle cause di esclusione dell’obbligo contributivo previste dalla L. n. 153 del 1969, art. 12, comma 2 (cfr. Cass. n. 461/11; Cass. n. 1077/99; v. altresì Cass. n. 16639/14);

in particolare, Cass. n. 4284 del 22 aprile 1992 ha affermato che, poiché il diritto alla retribuzione sorge per il solo fatto della messa a disposizione delle energie lavorative, la semplice presenza del dipendente in azienda determina la presunzione della sussistenza nel datore di lavoro del potere di disporre della prestazione lavorativa, Talché è orario di lavoro l’arco temporale comunque trascorso all’interno dell’azienda, a meno che il datore di lavoro non provi che il prestatore d’opera sia ivi libero di autodeterminarsi ovvero non assoggettato al potere gerarchico. E ciò alla stregua del criterio secondo cui l’onere probatorio del fatto impeditivo, modificativo o estintivo grava su chi eccepisce l’insussistenza dell’obbligazione;

nel giudizio promosso dal contribuente per l’accertamento negativo del credito previdenziale, incombe all’Istituto previdenziale l’onere di provare i fatti costitutivi della pretesa contributiva, che l’Istituto medesimo fondi su rapporto ispettivo. A tal fine, il rapporto ispettivo dei funzionari dell’ente previdenziale, pur non facendo piena prova fino a querela di falso, è attendibile fino a prova contraria quando esprime gli elementi da cui trae origine (in particolare, mediante allegazione delle dichiarazioni rese da terzi), restando, comunque, liberamente valutabile da giudice in concorso con gli altri elementi probatori (Cass. 14695 del 6 settembre 2012);

ciò premesso, la Corte d’appello di Caltanissetta si è attenuta ai principi appena ricordati ed ha constatato come i fatti indicati nel verbale ispettivo congiunto del (OMISSIS) fossero stati vanamente contestati dalla società appellata e ciò esaminando criticamente sia le dichiarazioni dei lavoratori rese nell’ottobre 2007 che quelle rese nel luglio 2008, in contraddizione fra di loro ma non per questo tali da annullarsi a vicenda, nonché le risultanze dei tabulati rilasciati dallo stabilimento petrolchimico di (OMISSIS) riproducenti le marcature dell’entrata e dell’uscita dallo stabilimento da parte di tutti i lavoratori della COSMI SUD s.r.l.;

la Corte territoriale ha correttamente accertato che ciascun lavoratore aveva così messo a disposizione del datore di lavoro le proprie energie ossia aveva adempiuto, in tal modo, all’obbligazione assunta ed è pervenuta alla conclusione della retribuibilità stante la presunzione di onerosità, tipica del lavoro subordinato del tempo impiegato allo svolgimento delle mansioni affidate con l’esclusione di trenta minuti al giorno, necessari per raggiungere e lasciare a fine turno il luogo specifico di lavoro, avuto riguardo alla notevole estensione dello stabilimento;

dunque correttamente è stato definito orario di lavoro l’arco temporale comunque trascorso all’interno dell’azienda, a meno che il datore di lavoro non provi che il prestatore d’opera sia ivi libero di autodeterminarsi ovvero non assoggettato al potere gerarchico;

ciò alla stregua del criterio secondo cui l’onere probatorio del fatto impeditivo, modificativo o estintivo grava su chi eccepisce l’insussistenza dell’obbligazione. Il che significa che la pretesa creditoria è risultata fondata per essere stato ritenuto pacifico il fatto costitutivo – circostanza, questa, idonea a dispensare l’Istituto, attore in senso sostanziale, dell’onere probatorio a suo carico – e per non avere la controparte provato l’eccezione e cioè che, ancorché in azienda nel corso dell’intero intervallo di tempo registrato con il cartellino marcatempo, i dipendenti fossero nel correlativo arco di tempo liberi di disporre a loro piacimento;

neanche il vizio di nullità per l’apparenza della motivazione, sollevato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, nel secondo motivo, è fondato. Nella specie, i giudici di appello hanno posto in luce (v. pagg. 4 e 5 della sentenza impugnata) gli elementi di giudizio utilizzati e che erano tratti dal verbale ispettivo e dagli allegati allo stesso che riepilogavano le inadempienze contestate – cioè l’effettuazione del lavoro straordinario da parte dei dipendenti di COSMI SUD s.r.l.;

in particolare, la Corte d’appello ha specificato che la discrepanza degli orari registrati sui cartellini con quelli sulle cui basi sono stati pagati i contributi è certa in quanto la verifica è stata svolta mediante confronto tra l’orario segnato dai tabulati e quello indicato dai libri presenza della Società; inoltre, le dichiarazioni dei dipendenti rilasciate nel luglio 2008 erano verosimili, a differenza di quelle dell’ottobre 2007, in quanto rese a seguito della specifica contestazione dei dati documentali sopra indicati;

la Corte ha, quindi, valorizzato la ricostruzione delle modalità di accesso ed uscita dei lavoratori dallo stabilimento mediante timbratura a mezzo degli appositi sistemi in uso presso tale società e tali dati hanno rafforzato, nel ragionamento della Corte di merito, il valore presuntivo generale della durata della prestazione lavorativa per un tempo corrispondente a quello registrato sul cartellino marcatempo. Valore presuntivo che avrebbe potuto essere vinto solo dalla specifica allegazione e dalla prova che per ragioni particolari i lavoratori si trattenevano all’interno dello stabilimento senza lavorare e senza l’obbligo di rimanere a disposizione del datore di lavoro;

a giudizio della Corte d’appello, dunque, a fronte degli elementi tratti dai verbali ispettivi e dai libri presenza, sono risultate del tutto infondate le censure mosse dalla ricorrente in precedenza esposte;

alla luce di quanto sin qui esposto, non possono certo ritenersi presenti indici di una situazione del tutto difforme da quella posta a supporto della decisione impugnata e tali da far ipotizzare di essere dinanzi ad una motivazione del tutto apparente o irrimediabilmente viziata;

a tale ultimo proposito è da evidenziare che con la sentenza del 7 aprile 2014 n. 8053, le Sezioni Unite hanno chiarito che la riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposta dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, applicabile alla sentenza impugnata, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sé, purché il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione;

per le fattispecie, come la presente, ricadenti ratione temporis nel regime risultante dalla modifica dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), ad opera del D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, il vizio di motivazione si restringe a quello di violazione di legge. La legge in questo caso è l’art. 132 c.p.c., che impone al giudice di indicare nella sentenza “la concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione”. Perché la violazione sussista, secondo le Sezioni Unite, si deve essere in presenza di un vizio, certamente assente nel caso di specie, “così radicale da comportare con riferimento a quanto previsto dall’art. 132 c.p.c., n. 4, la nullità della sentenza nell’esercizio della sua attività o delle sue funzioni”;

vanno pure giudicati infondati l’motivi, raggruppati dalla denuncia di violazione dell’art. 112 c.p.c., che nella sostanza lamentano che la sentenza impugnata, trascurandone la disamina, non abbia accolto le eccezioni di inammissibilità dell’acquisizione dei tabulati, in quanto copie informatiche di registrazioni detenute da soggetto terzo ed in affermata violazione del disposto del D.Lgs. n. 196 del 2003 e della L. n. 300 del 1970, art. 4;

la sentenza non ha omesso di pronunciare su tali aspetti che ha trattato alla pagina 5, in quanto, pur dando atto delle diffuse argomentazioni difensive relative alla utilizzabilità dei tabulati, ha specificato che non erano stati offerti argomenti concreti che potessero far dubitare sulla corrispondenza al vero dei tabulati relativamente alle registrazioni degli ingressi all’interno dello stabilimento;

orbene, i tabulati in oggetto provengono indubbiamente dal terzo proprietario dello stabilimento petrolchimico di (OMISSIS) e, dunque, vale il principio consolidato secondo il quale le scritture private provenienti da terzi estranei alla lite possono essere liberamente contestate dalle parti, non applicandosi alle stesse né la disciplina sostanziale di cui all’art. 2702 c.c., né quella processuale di cui all’art. 214 c.p.c., atteso che esse costituiscono prove atipiche il cui valore probatorio è meramente indiziario, e che possono, quindi, contribuire a fondare il convincimento del giudice unitamente agli altri dati probatori acquisiti ai processo (Cass. sez. un. 15169 dei 2010; conf. Cass. 23155 del 2014; Cass. 76 dei 2010; Cass. n. 19354 del 2005);

l’esercizio negativo della facoltà spettante al giudice (ai sensi dell’art. 116 c.p.c., comma 2) non può in ogni caso essere censurato in sede di legittimità né come vizio di violazione di legge né come vizio di motivazione, per i fatto che il giudice ha esercitato un potere discrezionale sul materiale probatorio (così Cass. 13635 del 2001). Come infatti efficacemente sottolineato (Cass. n. 5635 del 2002), l’art. 116 c.p.c. attribuisce al giudice un potere discrezionale, il cui esercizio va motivato, ma non già il mancato esercizio, come invece accade per le prove tipiche, trattandosi di prova atipica o innominata (Cass. n. 20673 del 2012);

va pure osservato che la giurisprudenza di questa Corte di legittimità è solita ricondurre all’art. 2712 c.c., anche il regime probatorio del documento elettronico non sottoscritto (Cass. civ., 26 agosto 2020, n. 17810), distinguendo il documento che assume valore rappresentativo di fatti o cose da quello che assume valore dichiarativo;

la riproduzione mediante mezzo informatico, infatti, non necessariamente esplicita una manifestazione di volontà e di scienza del dichiarante, anche se priva di una firma a cui attribuire con certezza la dichiarazione stessa;

le riproduzioni meccaniche non esprimono una volontà o lo stato di conoscenza di taluni fatti e, più in generale, non incidono sull’esistenza dei fatti che rappresentano, bensì solo sulla loro prova e la relativa efficacia probatoria è da ricondurre al principio generale offerto dall’art. 116 c.p.c., e quindi rimesso al prudente apprezzamento del giudice;

si tratta di un rilievo differente da quello proprio del documento informatico avente valore dichiarativo per il quale si dovrà unicamente tener conto delle sue “caratteristiche di qualità, sicurezza, integrità ed immodificabilità” (Codice Amministrazione Digitale, art. 20, comma 1-b), per cui le deduzioni difensive svolte dalla ricorrente non assumono pregio in questa sede;

la Corte territoriale ha, infatti, dato atto della mancanza di idoneo disconoscimento dei tabulati acquisiti e, quindi, li ha correttamente liberamente apprezzati, dovendosi applicare il principio secondo il quale, in tema di efficacia probatoria delle riproduzioni informatiche di cui all’art. 2712 c.c. il disconoscimento idoneo a limitarne o ad escludere la utilità probatoria, degradandole a presunzioni semplici, deve essere chiaro, circostanziato ed esplicito, dovendosi concretizzare nell’allegazione di elementi attestanti la non corrispondenza tra realtà fattuale e realtà riprodotta (Cass. 17526 del 2016);

del tutto inammissibili sono infine i motivi con i quali si è censurata la violazione dell’art. 1362 c.c., che attiene come è noto ai canoni di interpretazione negoziale, riferendola alla interpretazione delle dichiarazioni rese dai lavoratori, costituenti fonti di prova atipica e come tali soggetti al prudente apprezzamento del giudice in applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c.;

in definitiva, il ricorso va rigettato con condanna della ricorrente alle spese del giudizio di legittimità nei confronti dei contro ricorrenti INAIL e Riscossione Sicilia s.p.a. con liquidazione come da dispositivo.

PQM

La Corte rigetta il ricorso; condanna la ricorrente al pagamento, in favore di ciascun controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità che liquida per ciascuno in Euro 7200,00 per compensi oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi in Euro 200,00 ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, la Corte dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 6 maggio 2021.

Depositato in Cancelleria il 12 novembre 2021

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