Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3407 del 12/02/2020

Cassazione civile sez. trib., 12/02/2020, (ud. 21/11/2019, dep. 12/02/2020), n.3407

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SORRENTINO Federico – Presidente –

Dott. NAPOLITANO Lucio – Consigliere –

Dott. FEDERICI Francesco – Consigliere –

Dott. D’ORAZIO Luigi – Consigliere –

Dott. FRACANZANI Marcello Maria – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 22800-2012 proposto da:

PLANTA GLOBAL ITALIA SPA, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA

LAZZARO SPALLANZANI 22, presso lo studio dell’avvocato GUIDO

GRANZOTTO, che lo rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende;

– controricorrente –

e contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, DIREZIONE PROVINCIALE UFFICIO CONTROLLI DI

ROMA I;

– intimata –

avverso la sentenza n. 128/2012 della COMM. TRIB. REG. di ROMA,

depositata il 21/02/2012;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

21/11/2019 dal Consigliere Dott. MARCELLO MARIA FRACANZANI.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. La vicenda trova scaturigine in due avvisi di accertamento nei confronti della soc. Iniziative Immobiliari nel Terziario – IN. I.TER spa, poi Piantai Global Italia spa, relativi agli anni di imposta 2002 e 2003.

Con il primo, l’Ufficio riteneva non perfezionato il condono c.d. tombale di cui al L. n. 289 del 2002, art. 9, perchè insufficiente versamento dell’importo dovuto e riprendeva quindi a tassazione le imposte dirette, relativi a costi non documentati, costi relativi ad operazioni inesistenti, ammortamenti non spettanti.

Con il secondo, recuperava un credito Iva pari ad Euro 414.425.000,00, poichè in base alla medesima normativa sul condono (L. n. 289 del 2002, art. 16) non poteva essere riportato nell’anno 2003.

Reagiva la contribuente, contestando in radice gli atti impositivi, perchè fondati su pvc redatto in assenza dell’amministratore unico della società. Specificamente sul secondo motivo, poi, la società contribuente contestava lo strabismo dell’Amministrazione che riteneva invalido il condono ai fini delle imposte dirette del 2002, tanto da recuperare a tassazioni le maggiori somme, mentre riteneva valido il condono a fini Iva, tanto da impedire alla contribuente di esporre il credito Iva per l’anno precedente. Il medesimo condono non poteva all’evidenza essere invalido ai fini delle imposte dirette ed essere valido ai fini del (credito) Iva da portare in deduzione.

2. La CTP, previa riunione, rigettava i ricorsi, anche per il credito Iva, segnatamente – per quanto qui interessa – ritenendo che la presentazione della dichiarazione integrativa di condono ai fini Iva costituisce rinuncia agli effetti della dichiarazione integrativa presentata ai sensi della L. n. 289 del 2002, ex art. 9, comma 16.

Proponeva appello la società contribuente, sostenendo in principalità la nullità del pvc redatto in assenza del titolare/amministratore della società, mentre sul merito affermava che l’istanza integrativa di condono presentata nel 2002 ai fini Iva dovesse essere dichiarata improduttiva, ai fini agevolativi previsti, sicchè nel successivo anno d’imposta 2003 fosse possibile portare in detrazione il credito Iva maturato nell’anno precedente.

L’appello era rigettato, ritenendo inammissibile motivo nuovo la doglianza di essere il pvc redatto in assenza del legale rappresentante della società contribuente, rilevando poi che nessun danno è derivato alla società che ha potuto comunque spiegare le sue difese e, per altro verso, confermando che a mente della special disciplina clemenziale, la presentazione della dichiarazione integrativa (di condono) a fini Iva implica la cristallizzazione del debito fiscale e la rinuncia a qualsivoglia rimborso o compensazione, per cui non era possibile portarla a deduzione fra i crediti (fiscali) nell’anno di imposta successivo.

Ricorre per cassazione la società contribuente proponendo 5 motivi di ricorso, cui replica con tempestivo controricorso il patrono erariale.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Vengono proposti cinque motivi di ricorso.

1. Con il primo motivo si muove censura ex art. 360 c.p.c., n. 3 (e 5), per violazione art. 339 e successivi c.p.c., nonchè della L. n. 413 del 1991, art. 57. Nella sostanza, la ricorrente si duole che il giudice del gravame abbia ritenuto la censura relativa alla redazione del pvc in assenza dell’amministratore delegato come motivo nuovo, proposto per la prima volta solo in appello. Ai fini dell’autosufficienza del motivo, la contribuente riporta il brani dei motivi aggiunti di primo grado dove la circostanza è stata rappresentata, nonchè riporta il passo della sentenza di primo grado che su tale punto ha pronunciato, dimostrando non trattarsi di motivo nuovo, perchè già esaminato dal primo giudice (cfr. p. 5 del ricorso), dove ha ritenuto che l’evocazione rituale ci fosse stata ed ha attribuito a libera scelta dell’amministratore unico non presentarsi alla convocazione. La doglianza riproposta è stata ritenuta invece nuova e non esaminata.

Premesso trattarsi di vizio in procedendo (sulla novità del motivo), si perviene all’inammissibilità, dal momento che è lo stesso contribuente ad ammettere di aver dedotto il motivo di nullità dell’accertamento (in relazione cioè a pvc “redatto in assenza del contribuente”) non con il ricorso introduttivo, ma solo con i motivi aggiunti (D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 24) senza però indicarne i presupposti legittimanti, ovvero: a) il deposito in giudizio del pvc da parte dell’Agenzia (“integrazione dei motivi di ricorso, resa necessaria dal deposito di documenti non conosciuti ad opera delle altre parti”); b) la data di formulazione dei motivi aggiunti nel rispetto del termine perentorio (“sessanta giorni dalla data in cui l’interessato ha notizia di tale deposito”); c) la formulazione dei motivi mediante atto avente i requisiti di cui al cit. D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 18 (cfr. D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 24, comma 4).

La censura dunque si sostanzia in una omessa o falsa applicazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 24, da parte del giudice di merito, norma che però non risulta neppure invocata da parte contribuente.

Il motivo è quindi inammissibile e tale va dichiarato.

2. I motivi secondo e terzo possono essere trattati congiuntamente poichè attengono al medesimo profilo in ordine all’invito al contraddittorio ed al (mancato) apprezzamento della circostanza da parte del giudice del gravame. In particolare, con il secondo motivò di prospetta ancora censura ex art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, per non aver recepito la CTR che la convocazione al contraddittorio non è stata recapitata al legittimato, secondo la ricostruzione degli eventi postali che il contribuente propone. Con il terzo motivo si prospetta ancora falsa applicazione di legge ex art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5 e conseguente nullità degli accertamenti redatti in assenza del contribuente, la cui rituale convocazione non è stata provata dall’Ufficio. I motivi sono inammissibili una volta accertato, per ammissione dello stesso contribuente, di aver proposto la doglianza solo in sede di motivi aggiunti, senza dar atto della sussistenza dei relativi requisiti.

3. Con il quarto motivo si lamenta si lamenta l’intervenuta decadenza del potere impositivo relativo all’anno di imposta 2002 al momento della notifica dell’avviso di accertamento notificato il 5 novembre 2008. Il motivo non assolve l’onere dell’autosufficienza, non indicando -neppure nella parte narrativa del ricorso- dove nei pregressi atti difensivi sia stato proposto per non essere considerato nuovo. Ed infatti, la giurisprudenza di questa Suprema Corte è attestata sul punto II motivo d’appello del quale si lamenta l’omesso esame non risulta infatti compiutamente riportato nella sua integralità nel ricorso, sì da consentire alla Corte di verificare che le questioni sottoposte non siano nuove e di valutare la fondatezza dei motivi stessi senza dover procedere all’esame dei fascicoli d’ufficio o di parte (v. Cass. n. 17049/2015; n. 29368/2017). E’ stato chiarito che nell’ipotesi in cui il ricorrente censuri la sentenza di una commissione tributaria sotto il profilo del giudizio espresso in ordine alla motivazione di un avviso di accertamento, che non è atto processuale, ma amministrativo (Cass. 3 dicembre 2001, n. 15234), è necessario, a pena di inammissibilità, che il ricorso riporti testualmente i passi della motivazione di detto avviso che si assumono erroneamente interpretati o pretermessi dal giudice di merito, al fine di consentire alla Corte di cassazione di esprimere il suo giudizio in proposito esclusivamentè in base al ricorso medesimo (Cass. 13 febbraio 2014, n. 3289; 28 giugno 2017, n. 16147).

Il motivo è quindi inammissibile.

4. Con il quinto e ultimo motivo si prospetta ancora violazione ex art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, per violazione della L. n. 289 del 2002, art. 9, ove la CTR ha ritenuto la nullità del condono tombale solo per la parte relativa ai redditi in presenza di un versamento insufficiente della prima rata.

Sul punto è intervenuta questa Suprema Corte a Sezioni Unite, affermando che “In tema di condono fiscale e con riferimento alla definizione automatica prevista dalla L. 27 dicembre 2002, n. 289, art. 9, la presentazione della relativa istanza preclude al contribuente ogni possibilità di rimborso per le annualità d’imposta definite in via agevolata, ivi compreso il rimborso di imposte asseritamente inapplicabili per assenza del relativo presupposto (nella specie, IVA ritenuta deducibile in quanto la società contribuente esercitava attività medica in regime di esenzione); il condono, infatti, in quanto volto a definire transattivamente la controversia in ordine all’esistenza di tale presupposto, pone il contribuente die fronte ad una libera scelta fra trattamenti distinti, quali coltivare la controversia nei modi ordinari, conseguendo eventualmente il rimborso delle somme indebitamente pagate, o corrispondere quanto dovuto per la definizione agevolata, senza possibilità di riflessi o interferenze con quanto eventualmente già corrisposto in via ordinaria.” (Cfr. Cass. S.U. n. 14828/2008; in senso conforme, recentemente, cfr. Cass. V, n., 4573/2019).

Il motivo è dunque infondato.

In definitiva, il ricorso è infondato e va disatteso.

Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibili i motivi primo, secondo, terzo e quarto, infondato il quinto, rigetta il ricorso e condanna la parte ricorrente alla rifusione delle spese di lite a favore dell’Agenzia delle entrate che liquida in Euro settemilaottocento/00 oltre a spese prenotate a debito.

Così deciso in Roma, il 21 novembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 12 febbraio 2020

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