Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3407 del 11/02/2021

Cassazione civile sez. VI, 11/02/2021, (ud. 24/11/2020, dep. 11/02/2021), n.3407

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DORONZO Adriana – Presidente –

Dott. LEONE Margherita Maria – Consigliere –

Dott. PONTERIO Carla – Consigliere –

Dott. MARCHESE Gabriella – Consigliere –

Dott. DE FELICE Alfonsina – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 9750-2019 proposto da:

C.G., elettivamente domiciliato in ROMA PIAZZA CAVOUR,

presso la CANCELLERIA della CORTE di CASSAZIONE, rappresentato e

difeso dall’avvocato DONATELLO ESPOSITO;

– ricorrente –

contro

INPS – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, in persona del

legale rappresentane pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA,

VIA CESARE BECCARIA 29, presso l’AVVOCATURA CENTRALE DELL’ISTITUTO,

rappresentato e difeso dagli avvocati LIDIA CARCAVALLO, SERGIO

PREDEN, LUIGI CALIULO, ANTONELLA PATTERI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 5238/2018 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 25/09/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 24/11/2020 dal Consigliere Relatore Dott. ALFONSINA

DE FELICE.

 

Fatto

RILEVATO

che:

La Corte d’appello di Napoli, in riforma della sentenza del Tribunale di Nola, ha dichiarato insussistente in capo a C.G. il requisito sanitario per accedere all’assegno d’invalidità di cui alla L. n. 222 del 1984, art. 1;

la Corte territoriale, ha disposto il rinnovo delle operazioni peritali, ritenendo lacunosa la consulenza tecnica disposta in primo grado, segnatamente in merito ad un elemento fondamentale per la decisione, riguardante la specifica valutazione da parte del perito dell’attività lavorativa effettivamente svolta dal richiedente, ai fini dell’accertamento del requisito sanitario utile per accedere al beneficio;

ha, indi, condiviso interamente il giudizio del CTU nominato in appello, specificamente quanto alla considerazione che le mansioni effettivamente svolte dal lavoratore, addetto al controllo di rete della Società Italgas, richiedendo un’attività non dinamica, non erano idonee a compromettere le patologie da cui il lavoratore era affetto (frattura ed esiti di una ferita di arma da fuoco, preesistenti all’assunzione, le quali non avevano subito aggravamenti nel corso del rapporto di lavoro);

la cassazione della sentenza è domandata da C.G. sulla base di quattro motivi, cui l’Inps ha opposto difese, illustrate da memoria;

è stata depositata proposta ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., ritualmente comunicata alle parti unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio.

Diritto

CONSIDERATO

che:

col primo motivo, formulato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, parte ricorrente deduce “Violazione della L. n. 222 del 1984, art. 1”, per avere, la Corte d’appello di Napoli riferito l’incidenza invalidante alla sola capacità lavorativa specifica, con riferimento all’attività svolta in concreto, senza considerare il quadro complessivo delle attività confacenti all’età, capacità ed esperienza dell’assicurato, così come richiesto dalla norma richiamata in epigrafe;

col secondo motivo, formulato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, lamenta l’omesso esame di fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, per avere la Corte d’appello condiviso gli esiti della CTU di secondo grado sebbene deviante dai canoni della scienza medica in ordine all’aggravamento delle patologie, in assenza della richiesta di una nuova documentazione medica, visto l’ampio lasso di tempo intercorso rispetto alla CTU disposta dal primo giudice;

col terzo motivo, ancora formulato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, lamenta l’omesso esame di fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, per avere, la Corte d’appello, avuto riguardo soltanto alla parte “non dinamica” del lavoro svolto dal ricorrente omettendo del tutto di considerare la parte “dinamica”, rilevabile dal giudice;

col quarto motivo, formulato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, e subordinato al terzo motivo, contesta “Violazione degli artt. 112,115 e 329 c.p.c.,” per avere la Corte territoriale fondato la propria decisione sulla natura non dinamica dell’attività del ricorrente quale specialista del controllo di rete presso Italgas, senza che l’interessato avesse proposto domanda in appello sul punto, ed avendo, anzi, l’Inps nel proprio atto di appello alle pp. 3 e 4 sostenuto “… le attuali condizioni del ricorrente sono ampiamente compatibili non solo con una attività sedentaria ma anche con un’attività dinamica”;

i motivi n. 1, 3 e 4 trattati congiuntamente per la loro intima connessione sono infondati;

nella motivazione del provvedimento gravato non è dato rilevare la lamentata violazione di legge, nè il vizio di motivazione denunciato;

la Corte territoriale ha accertato che le malattie da cui il C. era affetto non incidevano in maniera significativa sulla sua capacità di lavoro, attesa la natura non dinamica dell’attività di specialista di controllo di rete presso l’azienda Italgas svolta al momento della proposizione della domanda;

in tal modo, la Corte territoriale non ha fatto altro che dare concreta attuazione a quanto disposto dalla L. n. 222 del 1984, art. 1, così come risultante dall’interpretazione della giurisprudenza di questa Corte;

quest’ultima considera che la necessità della verifica del requisito per accedere al beneficio previdenziale dell’assegno d’invalidità sulla base dell’incapacità del lavoratore di svolgere attività alternative (e compatibili con il suo grado di istruzione e con le sue attitudini fisiche e psichiche), viene in rilievo soltanto qualora venga accertata l’inidoneità di questi allo svolgimento della prestazione specifica a lui assegnata;

il principio affermato è del seguente tenore: “La capacità di lavoro dell’assicurato, alla quale fa riferimento la L. 12 giugno 1984, n. 222, art. 1, ai fini della valutazione della sussistenza del requisito sanitario richiesto per l’attribuzione della prestazione previdenziale dell’assegno di invalidità, consiste nella idoneità a svolgere, in primo luogo, il lavoro di fatto esplicato (capacità specifica), ed inoltre tutti i lavori che l’assicurato per condizioni fisiche, preparazione culturale ed esperienze professionali sia in grado di svolgere (capacità generica), i quali vengono in considerazione soltanto in caso di accertata inidoneità dell’assicurato allo svolgimento del lavoro proprio. Ne consegue che, ove la capacità dell’assicurato di svolgere il lavoro di fatto esplicato si sia ridotta, ma senza raggiungere la soglia, normativamente rilevante, della riduzione a meno di un terzo, il giudice non ha l’obbligo – prima di escludere il diritto alle richieste prestazioni previdenziali – di accertare anche l’incapacità dell’assicurato di svolgere altre attività lavorative, compatibili con le sue capacità ed attitudini.” (Cass. n. 3519 del 2001; Cass. n. 8596 del 2002);

nel caso di specie, nel negare la sussistenza del requisito sanitario per accedere alla prestazione previdenziale dell’assegno d’invalidità, la Corte ha evidentemente ritenuto non necessario passare alla verifica della necessità di reimpiego dell’odierno ricorrente in attività alternative, avendo accertato che la sua capacità di lavoro specifica non risultava compromessa in maniera significativa dalle patologie pregresse, anche considerato che queste stesse, preesistenti all’assunzione, non avevano subito aggravamenti in ragione dello svolgimento della prestazione di addetto al controllo di rete presso l’Italgas;

il secondo motivo è inammissibile;

il ricorrente lamenta che la sentenza abbia aderito acriticamente ad una consulenza errata quanto alla valutazione dell’assenza di aggravamenti delle patologie in capo al ricorrente, in quanto resa in mancanza di una richiesta di nuova documentazione medica, necessaria per l’ampio lasso di tempo intercorso rispetto agli esiti della CTU disposta dal primo giudice;

la censura è generica;

nel caso in esame, il ricorrente trascrive la propria richiesta di nuova perizia a un professionista privato, le richieste di nuovi esami medici e di certificazioni disposte da questi a carico del C., e, in ultimo, le valutazioni medico – legali circa la riduzione a meno di un terzo della capacità lavorativa necessaria svolgere le prestazioni confacenti alle attitudini dell’odierno ricorrente;

il ricorrente non produce e non trascrive, invece, le certificazioni mediche sulla base delle quali il consulente tecnico nominato in grado d’appello ha reputato non sussistente l’aggravamento, così da consentire a questa Corte di verificare l’assenza di richiesta, da parte del perito nominato in appello, di aggiornamenti della documentazione medico – legale risalente al primo giudizio, ovvero l’eventuale motivazione circa la valutazione di non necessità di disporre nuovi accertamenti;

va ribadito in proposito che il ricorso per cassazione, in ragione del principio di specificità, deve contenere in sè tutti gli elementi necessari a costituire le ragioni per cui si chiede la cassazione della sentenza di merito ed, altresì, a permettere la valutazione della fondatezza di tali ragioni, senza la necessità di far rinvio ed accedere a fonti esterne allo stesso ricorso e, quindi, ad elementi od atti attinenti al pregresso giudizio di merito (cfr. Cass. n. 27209 del 2017; Cass. n. 12362 del 2006);

in definitiva, il ricorso va rigettato; le spese, come liquidate in dispositivo, seguono la soccombenza;

in considerazione del rigetto del ricorso, sussistono i presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso.

PQM

La Corte rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al rimborso delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 200 per esborsi, Euro 2.000,00 per compensi professionali, oltre spese generali nella misura forfetaria del 15 per cento ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, all’Adunanza camerale, il 24 novembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 11 febbraio 2021

 

 

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