Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 34052 del 12/11/2021

Cassazione civile sez. lav., 12/11/2021, (ud. 29/09/2021, dep. 12/11/2021), n.34052

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. ESPOSITO Lucia – Consigliere –

Dott. PONTERIO Carla – Consigliere –

Dott. BOGHETICH Elena – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 4867-2020 proposto da:

G.A., domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso

la CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e

difeso dall’avvocato ANDREA DIROMA;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore,

rappresentato e difeso ope legis dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO

STATO presso i cui Uffici domicilia in ROMA, ALLA VIA DEI PORTOGHESI

12;

– resistente con mandato –

avverso il decreto n. 10207/2019 del TRIBUNALE DI NAPOLI, depositata

il 18/12/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

29/09/2021 dal Consigliere Relatore Dott. ELENA BOGHETICH.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

1. Il Tribunale di Napoli con decreto n. 10207 pubblicato il 18.12.2019, ha respinto il ricorso proposto da A.B., cittadino del (OMISSIS) (distretto di (OMISSIS)), avverso il provvedimento con il quale la Commissione territoriale ha rigettato le istanze volte in via gradata al riconoscimento dello status di rifugiato, della protezione sussidiaria e della protezione umanitaria;

2. Il Tribunale, per quel che qui interessa, precisa che:

a) il richiedente – di religione (OMISSIS), fuggito dal proprio villaggio di (OMISSIS) a causa di conflitti politici, essendo “simpatizzante” del partito minoritario (OMISSIS) ed avendo subito, lui e la sua famiglia, un’aggressione a casa da parte di centinaia di aderenti al partito di maggioranza (OMISSIS) che hanno devastato l’abitazione – ha allegato di essere meramente “simpatizzante” del partito, di aver subito una singola, episodica aggressione, di aver trascorso diversi mesi nel suo paese successivamente a quell’episodio, di aver lasciato i suoi familiari nel medesimo distretto di provenienza senza che abbiano lamentato nuove aggressioni, e di aver abbandonato il (OMISSIS) perché i proventi di contadini di terre altrui non gli consentivano di sopravvivere;

b) il racconto del richiedente, che fra l’altro non ha adempiuto al suo onere di collaborazione ritenendo di non presentarsi all’udienza, non è credibile in quanto generico (con riguardo all’episodio della singola aggressione);

c) non può concedersi la protezione umanitaria perché non è stata allegata e provata una situazione concreta ed individuale di vulnerabilità del richiedente (come emerge sia dalla consultazione delle COI 2018-2019 concernenti la situazione politica e le condizioni di pubblica sicurezza del (OMISSIS) sia dal racconto inverosimile del narrato) né un’integrazione sul territorio italiano (non essendoci prova di acquisizione di competenze linguistiche e di formazione professionale, né conoscendosi le condizioni di vita, anche abitative, condotte in Italia);

3. il ricorso del richiedente chiede la cassazione del suddetto decreto per un motivo;

4. il Ministero dell’Interno intimato non ha resistito con controricorso, ma ha depositato atto di costituzione ai fini della eventuale partecipazione all’udienza di discussione ai sensi dell’art. 370 c.p.c., comma 1, ultimo alinea, cui non ha fatto seguito alcuna attività difensiva.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

1. con l’unico motivo di ricorso si denuncia violazione del D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 32, comma 2, D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6, art. 8 CEDU avendo, la Corte territoriale, trascurato la situazione grave ed endemica di instabilità politica del (OMISSIS), il progressivo deterioramento della situazione dell’ordine pubblico, la povertà personale del richiedente, la stabile occupazione trovata in Italia, dovendo procedere ad un giudizio di bilanciamento tra l’inserimento sociale raggiunto in Italia e le condizioni di provenienza del richiedente;

2. il motivo di ricorso è inammissibile;

2.1. il riconoscimento del diritto alla protezione umanitaria al cittadino straniero che abbia realizzato un adeguato grado di integrazione sociale nel nostro paese, secondo i parametri stabiliti dal D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6, art. 19, comma 2, e D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 32, imporle l’esame specifico e attuale della situazione oggettiva e soggettiva del richiedente con riferimento al paese di origine, dovendosi fondare su una valutazione comparativa effettiva tra i due piani al fine di verificare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità e dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile, costitutivo dello statuto della dignità personale, in comparazione con la situazione d’integrazione raggiunta nel paese di accoglienza (cfr. Cass. S. U. nn. 29459 e 29460 del 2019);

2.2. la ratio della prestazione umanitaria rimane quella di non esporre i cittadini stranieri al rischio di condizioni di vita non rispettose del nucleo minimo di diritti della persona che ne integrano la dignità, con la conseguenza che la mera allegazione di una esistenza migliore nel paese di accoglienza non è sufficiente, dovendo comunque verificare che ci si è allontanati da una condizione di vulnerabilità effettiva, sotto il profilo specifico della violazione o dell’impedimento all’esercizio dei diritti umani inalienabili (Cass. n. 4455 del 2018); la protezione umanitaria costituisce una forma di tutela a carattere residuale posta a chiusura del sistema complessivo che disciplina la protezione internazionale degli stranieri in Italia (come rende evidente l’interpretazione letterale del D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 32, comma 3);

2.3. da ultimo, le Sezioni Unite di questa Corte (n. 24413 del 2021) hanno statuito che, in base alla normativa del T.U. Immigrazione anteriore alle modifiche introdotte dal D.L. n. 113 del 2018, ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria, occorre operare una valutazione comparativa della situazione soggettiva ed oggettiva del richiedente con riferimento al Paese d’origine, in raffronto alla situazione d’integrazione raggiunta in Italia. Tale valutazione comparativa dovrà essere svolta attribuendo alla condizione soggettiva e oggettiva del richiedente nel Paese d’origine un peso tanto minore quanto maggiore risulti il grado di integrazione che il richiedente dimostri di aver raggiunto nel tessuto sociale italiano. Situazioni di deprivazione dei diritti umani di particolare gravità nel Paese d’origine possono fondare il diritto del richiedente alla protezione umanitaria anche in assenza di un apprezzabile livello di integrazione del medesimo in Italia. Per contro, quando si accerti che tale livello sia stato raggiunto, se il ritorno in Paesi d’origine rende probabile un significativo scadimento delle condizioni di vita privata e/o familiare, sì da recare un vulnus al diritto riconosciuto dall’art. 8 della Convenzione EDU, sussiste un serio motivo di carattere umanitario, ai sensi dell’art. 5 T.U. cit., per riconoscere il permesso di soggiorno.

2.4. il Tribunale ha valutato la situazione di integrazione sociale del richiedente rilevando, da una parte, l’assenza di collaborazione del richiedente (che ha allegato, nel proprio ricorso, “vaghi riferimenti ad un avviato percorso di integrazione intrapreso in Italid’), l’assenza di prova circa l’acquisizione di competenze linguistiche o di formazione professionale e, dall’altra, la non credibilità del racconto e, comunque, la non riferibilità della situazione personale alle “svariate ed eterogenee problematiche affliggenti il paese asiatico, alquanto eterogenee tra di loro e spesso caratterizzanti aree tra di loro molto distanti del paese dal quale il nostro proviene”;

3. in conclusione, il ricorso è inammissibile; alla reiezione del ricorso, non consegue la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali di questa fase, non avendo l’intimato svolto attività difensive;

4. sussistono i presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato previsto dal D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (legge di stabilità 2013) pari a quello – ove dovuto – per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Nulla per le spese del presente giudizio di cassazione.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nell’Adunanza camerale, il 29 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 12 novembre 2021

 

 

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