Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3404 del 12/02/2020

Cassazione civile sez. trib., 12/02/2020, (ud. 18/11/2019, dep. 12/02/2020), n.3404

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SORRENTINO Federico – Presidente –

Dott. D’ANGIOLELLA Rosita – Consigliere –

Dott. CATALDI Michele – Consigliere –

Dott. CONDELLO Pasqualina Anna Piera – rel. Consigliere –

Dott. FRAULINI Paolo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 20828/12 R.G. proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

rappresentata e difesa dall’Avvocatura Generale dello Stato, con

domicilio eletto in Roma, via dei Portoghesi, n. 12;

– ricorrente –

contro

F.V., rappresentato e difeso, in virtù di procura in

calce al controricorso, dall’avv. Pompilio Massafra, con domicilio

eletto presso il suo studio in Roma, via Baldo degli Ubaldi, n. 272;

– controricorrente –

e

EQUITALIA SUD S.P.A., in persona del legale rappresentante,

rappresentata e difesa, in virtù di procura in calce al

controricorso, dall’avv. Enrico Fronticelli Baldelli, con domicilio

eletto presso il suo studio in Roma, via Cavalier D’Arpino, n. 8;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale del Lazio

n. 480/14/11 depositata in data 21 giugno 2011

udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 18 novembre

2019 dal Consigliere Dott.ssa Condello Pasqualina Anna Piera.

Fatto

RILEVATO

che:

Il Concessionario della Riscossione Equitalia Gerit s.p.a. notificava a F.V. l’intimazione di pagamento, relativa ad IRPEF, S.S.N. e contributo straordinario per l’Europa, in relazione all’anno d’imposta 1996, per l’importo di Euro 178.219,79, iscritto a ruolo con cartella esattoriale.

Il contribuente proponeva impugnazione eccependo di non avere mai ricevuto nè la cartella di pagamento, nè l’avviso di accertamento; l’Agenzia delle Entrate, costituendosi nel giudizio di primo grado, replicava che la cartella di pagamento era stata ritualmente notificata e che l’avviso di accertamento non era mai stato impugnato.

I giudici di primo grado accoglievano il ricorso, per difetto di prova di valida notificazione della cartella di pagamento, e avverso detta sentenza proponeva gravame l’Agenzia delle Entrate, sostenendo che il ricorso era inammissibile in quanto l’intimazione di pagamento era atto impugnabile solo per vizi propri.

La Commissione regionale del Lazio, con la sentenza in epigrafe indicata, rigettava l’appello.

Rilevava che nel ricorso introduttivo il contribuente aveva eccepito la nullità del ruolo per mancata notifica dell’accertamento prodromico e che, sul punto, nulla l’Ufficio aveva obiettato, con la conseguenza che doveva farsi applicazione del principio di non contestazione, previsto dall’art. 115 c.p.c.; accertava, quindi, che a fronte delle specifiche contestazioni del contribuente l’Amministrazione non aveva prodotto alcuna prova a dimostrazione della rituale notificazione dell’originario avviso di accertamento.

Ricorre per la cassazione della suddetta decisione l’Agenzia delle Entrate, con un unico articolato motivo.

Resiste con controricorso F.V..

Equitalia Sud s.p.a. ha depositato controricorso con il quale aderisce alle difese ed eccezioni fatte valere dalla ricorrente.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con l’unico motivo la difesa erariale denuncia, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione degli artt. 115 e 139 c.p.c., nonchè del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 19.

Contesta alla Commissione regionale di avere erroneamente applicato la disposizione di cui all’art. 115 c.p.c., nonostante fosse stata contestata in primo ed in secondo grado la circostanza della mancata notifica dei pregressi atti impositivi.

Rileva, altresì, che i giudici di merito avrebbero dovuto dichiarare l’inammissibilità del ricorso proposto contro un atto – l’intimazione di pagamento – impugnabile solo per vizi propri, come espressamente previsto dal D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 19, comma 3; aveva, infatti, dimostrato, producendo la copia della relata di notifica, che la cartella di pagamento era stata regolarmente notificata al domicilio del contribuente, tramite il messo notificatore che aveva consegnato il plico, in assenza del contribuente, al portiere dello stabile, informando della consegna il contribuente con raccomandata, secondo il disposto di cui all’art. 139 c.p.c., comma 4.

2. Le censure sono fondate.

3. Come emerge dalla sentenza impugnata, dal controricorso del contribuente e dal ricorso, nel quale è stato riportato uno stralcio dell’atto di costituzione, l’Amministrazione costituendosi nel giudizio di primo grado ha controdedotto, al fine di superare le eccezioni sollevata dalla controparte, che l’originario avviso di accertamento non era mai stato impugnato, tanto che era divenuto definitivo, e che la cartella di pagamento era stata regolarmente notificata mediante consegna di copia nelle mani del portiere dello stabile; in sede di appello, impugnando le statuizioni della sentenza della Commissione provinciale, che aveva ritenuto non provata la notificazione della cartella di pagamento, l’Ufficio, oltre ad evidenziare che l’intimazione di pagamento avrebbe potuto essere impugnata solo per vizi propri, ha pure prodotto in giudizio copia della relata di notifica della cartella di pagamento, che è stata ritrascritta in ricorso in omaggio al principio di autosufficienza, contestando pertanto l’assunto difensivo del contribuente che negava di avere ricevuto l’atto.

Il comportamento processuale, emergente dalla stessa sentenza impugnata, evidenzia chiaramente che l’Ufficio, diversamente da quanto ritenuto dai giudici regionali, non ha prestato acquiescenza alla circostanza, dedotta dal contribuente, di pretesa illegittimità dell’intimazione di pagamento per mancanza di notifica degli atti presupposti.

La espressa contestazione, da parte della Amministrazione finanziaria, dei fatti prospettati dal contribuente impone di ritenere che non possa trovare applicazione il principio di non contestazione di cui all’art. 115 c.p.c. (secondo cui i fatti che una parte ha l’onere di dimostrare non necessitano di prova quando non siano contestati dalla controparte), erroneamente richiamato dai giudici di appello.

4. Va, inoltre, considerato che, in materia di riscossione delle imposte, essendo la correttezza del procedimento di formazione della pretesa tributaria assicurata mediante il rispetto di una sequenza procedimentale di determinati atti, con le relative notificazioni, al fine di garantire un efficace esercizio di difesa del destinatario, l’omissione della notifica di un atto presupposto costituisce vizio procedurale che comporta la nullità dell’atto consequenziale notificato.

Tale nullità può essere fatta valere dal contribuente, al quale è lasciata la scelta, consentita dal D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 19, comma 3, di impugnare solo l’atto consequenziale notificatogli (avviso di mora, cartella di pagamento, avviso di liquidazione), eccependo il vizio derivante dall’omessa notifica dell’atto presupposto, che costituisce vizio procedurale per interruzione della sequenza procedimentale caratterizzante l’azione impositiva, oppure di impugnare con l’atto consequenziale anche quello presupposto (nell’ordine, cartella di pagamento, avviso di accertamento o avviso di liquidazione) non notificato, facendo valere i vizi che inficiano quest’ultimo e contestare radicalmente l’esistenza della pretesa tributaria.

Spetta poi al giudice tributario interpretare le deduzioni delle parti e, nel caso di specie, verificare la scelta compiuta dal contribuente, con la conseguenza che nel primo caso dovrà verificare solo la sussistenza o meno del difetto di notifica al fine di pronunciare sulla nullità dell’atto consequenziale, mentre, ove abbia contestato anche la pretesa dell’Amministrazione finanziaria, la pronuncia dovrà riguardare l’esistenza, o meno, di tale pretesa (Cass. Sez. U, n. 5791 del 4/3/2008).

5. Nel caso in esame il contribuente, impugnando l’atto consequenziale, l’intimazione di pagamento, ha dedotto il difetto di notifica della cartella di pagamento e anche nel controricorso depositato in questa sede ha ribadito tale eccezione, sottolineando che non vi è prova che il notificatore abbia adempiuto alle formalità prescritte dalla legge, dando notizia dell’avvenuta notifica a mezzo lettera raccomandata, come prescritto dall’art. 139 c.p.c..

In realtà, l’Agenzia delle entrate ha dimostrato, mediante la produzione della relativa relata di notifica, ritrascritta nel ricorso per cassazione, che la notifica della cartella di pagamento, atto presupposto dell’intimazione di pagamento, è stata regolarmente effettuata, ai sensi dell’art. 139 c.p.c., tramite ufficiale della riscossione o messo notificatore (D.P.R. n. 602 del 1973, ex art. 26, comma 1, prima parte), mediante consegna dell’atto a mani del portiere dello stabile, stante l’assenza del contribuente, che è stato informato della consegna con raccomandata n. (OMISSIS) del 15 aprile 2004, pure ritrascritta nel ricorso per cassazione.

L’avvenuta notificazione della cartella di pagamento impone, pertanto, di ritenere che il contribuente abbia avuto conoscenza dei termini della pretesa fiscale nei suoi confronti e che la cartella di pagamento, pacificamente non impugnata nei termini di legge, abbia acquisito definitività.

Ne deriva che l’intimazione di pagamento, avente titolo nella precedente cartella di pagameno ritualmente notificata, e a suo tempo non impugnata, poteva essere contestata dinanzi agli organi del contenzioso tributario solo per vizi propri, e non già per vizi suscettibili di rendere nulla o annullabile la cartella di pagamento (atto presupposto) ormai divenuta definitiva; la omessa impugnazione della cartella di pagamento precludeva, altresì, al contribuente di far valere vizi di notifica attinenti al prodromico avviso di accertamento, ormai assorbiti dalla definitività dell’atto ad esso consequenziale.

La decisione impugnata è dunque incorsa nei denunciati vizi di violazione di legge.

6. In conclusione, in accoglimento del ricorso, la sentenza va cassata; non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, ai sensi dell’art. 384 c.p.c., comma 2, la causa può essere decisa nel merito con il rigetto dell’originario ricorso del contribuente.

Le spese dei gradi del giudizio di merito, avuto riguardo all’andamento del giudizio, vanno integralmente compensate tra le parti, mentre le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo.

PQM

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e, decidendo la causa nel merito, rigetta l’originario ricorso del contribuente.

Compensa integralmente tra le parti le spese dei gradi del giudizio di merito; condanna il controricorrente al pagamento, in favore della ricorrente, delle spese di legittimità che liquida in Euro 5.600,00 per compensi, oltre alle spese prenotate a debito.

Condanna il controricorrente al pagamento in favore di Equitalia Sud s.p.a. delle spese del giudizio di legittimità che liquida in Euro 5.600,00 per compensi, oltre alle spese generali nella misura forfettaria del 15 per cento, oltre agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli oneri accessori

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 18 novembre 2019.

Depositato in cancelleria il 12 febbraio 2020

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