Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3403 del 11/02/2021

Cassazione civile sez. VI, 11/02/2021, (ud. 24/11/2020, dep. 11/02/2021), n.3403

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DORONZO Adriana – Presidente –

Dott. LEONE Margherita Maria – Consigliere –

Dott. PONTERIO Carla – Consigliere –

Dott. MARCHESE Gabriella – Consigliere –

Dott. DE FELICE Alfonsina – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 9103-2019 proposto da:

TELECOM ITALIA SPA, (OMISSIS), in persona del legale rappresentante

pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA VIA LUIGI GIUSEPPE

FARAVELLI 22, presso lo studio dell’avvocato ARTURO MARESCA, che la

rappresenta e difende unitamente agli avvocati FRANCO RAIMONDO

BOCCIA, ENZO MORRICO, ROBERTO ROMEI;

– ricorrente –

contro

L.R.A.M., elettivamente domiciliata in ROMA, CORSO

VITTORIO EMANUELE II N. 209, presso lo studio dell’avvocato LUCA

SILVESTRI, rappresentato e difeso dagli avvocati FRANCESCO CIRILLO,

ERNESTO MARIA CIRILLO;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 4916/2018 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 21/09/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 24/11/2020 dal Consigliere Relatore Dott. ALFONSINA

DE FELICE.

 

Fatto

RILEVATO

che:

la Corte d’Appello di Napoli ha respinto l’appello di Telecom Italia s.p.a. confermando la decisione di primo grado di rigetto dell’opposizione proposta dalla suddetta società avverso il decreto ingiuntivo emesso dal Tribunale di Napoli su ricorso di L.R.A.M. nei confronti di Telecom Italia s.p.a., per il pagamento della retribuzione del mese di marzo 2014;

la Corte territoriale ha premesso che la pretesa azionata in via monitoria trovava titolo nella sentenza n. 25884/2009, con cui era stata dichiarata l’illegittimità della cessione del rapporto di lavoro della L.R. da Telecom Italia spa a TNT Logistic Italia s.p.a. (in seguito CEVA) nell’ambito del trasferimento del ramo d’azienda, ed era stata condannata la cedente al ripristino del rapporto di lavoro con la L.R. alle proprie dipendenze; che la lavoratrice nel periodo oggetto di causa non risultava aver lavorato nè per la Telecom nè per la cessionaria TNT Logistic spa poichè da quest’ultima licenziata in data (OMISSIS) e che nessuna prova di segno diverso era stata fornita da Telecom; ha riconosciuto il diritto della appellata al risarcimento dei danni corrispondenti all’importo della retribuzione maturata nel mese di marzo 2014 e non percepita a causa della mancata riammissione in servizio della dipendente;

avverso tale sentenza Telecom Italia s.p.a. ha proposto ricorso per cassazione, affidato ad un unico motivo, cui ha resistito con controricorso L.R.A.M.;

la proposta del relatore è stata comunicata alle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’udienza camerale, ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO

che:

con l’unico motivo di ricorso, formulato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, Telecom Italia s.p.a. denuncia “Violazione e/o falsa applicazione dell’art. 1406 c.c., nella parte in cui la sentenza impugnata ha ritenuto che gli atti estintivi posti in essere tra la lavoratrice e il cessionario del ramo d’azienda siano irrilevanti per il presente giudizio, essendo il rapporto giuridico intercorso tra la lavoratrice ed il cessionario del ramo un distinto rapporto di lavoro rispetto a quello con Telecom Italia s.p.a.”;

sostiene che, pur laddove dovesse ritenersi illegittima la cessione di azienda e configurarsi una cessione del contratto ex art. 1406 c.c., priva del consenso del contraente ceduto, e perciò stesso inefficace, non si realizzerebbe comunque una duplicazione dei rapporti giuridici; il rapporto di lavoro col cessionario, lungi dal costituire un nuovo e distinto rapporto rispetto a quello intercorso col cedente, si configurerebbe come la prosecuzione di fatto (per illegittima cessione di azienda) del medesimo rapporto intercorso col cessionario, come peraltro affermato nelle sentenze di legittimità n. 6755 e n. 9803 del 2015;

sul rilievo che il rapporto della L.R. con T.N.T. Logistic era lo stesso già esistente alle dipendenze di Telecom Italia spa, la società ricorrente ha osservato come tale unitario rapporto, una volta risolto per volontà della lavoratrice, non potesse più essere ricostituito e pertanto non potesse trovare accoglimento la domanda, proposta verso Telecom Italia spa, di pagamento della retribuzione per un periodo (marzo 2014), in cui la predetta non era più dipendente a causa della risoluzione dell’unico rapporto di lavoro;

il motivo di ricorso è infondato;

occorre premettere che la sentenza dichiarativa della illegittimità della cessione del ramo di azienda da Telecom Italia spa a TNT Logistic (poi CEVA Logistic) risale al 2009, epoca anteriore alla risoluzione del rapporto di lavoro della L.R. con TNT Logistic, avvenuta il (OMISSIS);

le argomentazioni dell’odierna ricorrente ripropongono questioni già esaminate e disattese da precedenti pronunce di questa Corte, a cui si intende dare continuità;

come questa Corte ha già avuto modo di precisare soltanto un legittimo trasferimento d’azienda comporta la continuità di un rapporto di lavoro che resti unico ed immutato, nei suoi elementi oggettivi; tale circostanza ricorre esclusivamente quando sussistono i presupposti di cui all’art. 2112 c.c., che, in deroga all’art. 1406 c.c., consente la sostituzione del contraente senza consenso del ceduto;

da ciò consegue che l’unicità del rapporto venga meno qualora, come accade nel caso di specie, il trasferimento sia stato dichiarato invalido, stante l’instaurazione di un diverso e nuovo rapporto di lavoro con il soggetto (già, e non più, cessionario) alle cui dipendenze il lavoratore “continua” di fatto a lavorare;

l’unicità del rapporto invocata da parte ricorrente presuppone, insomma, che la vicenda traslativa abbia avuto luogo in conformità col modello legale di cui all’art. 2112 c.c.;

al contrario, ove venga accertata l’invalidità della cessione, il rapporto con il destinatario della stessa non può che considerarsi instaurato in via di mero fatto con l’esito che le vicende risolutive dell’ultimo rapporto sono inidonee ad incidere sul rapporto giuridico tuttora esistente con il cedente;

nel caso di mancato perfezionamento della cessione (per mancanza dei requisiti richiesti dall’art. 2112 c.c.) e di inconfigurabilità di una cessione negoziale (per mancanza dell’elemento costitutivo del consenso della parte ceduta), il trasferimento non si compie e il rapporto di lavoro resta nella titolarità dell’originario cedente (cfr. Cass. 3 luglio 2019, n. 17784; 28 febbraio 2019, n. 5998; in senso conforme, tra le altre: Cass. 18 febbraio 2014, n. 13485; Cass. 7 settembre 2016, n. 17736; Cass. 30 gennaio 2018, n. 2281, le quali hanno pure ribadito il consolidato orientamento circa l’interesse ad agire del lavoratore ceduto nonostante la prestazione di lavoro resa in favore del cessionario);

la sopravvivenza de iure del rapporto di lavoro con la società cedente, rende, pertanto, tale rapporto insensibile alle vicende – anche estintive – del distinto rapporto di lavoro instaurato di fatto col cessionario;

l’orientamento appena richiamato è assolutamente prevalente e tale da far ritenere superate le diverse statuizioni di cui alle sentenze n. 6755 e n. 9803 del 2015 invocate dalla società ricorrente;

in definitiva, il ricorso va rigettato;

le spese, come liquidate in dispositivo, seguono la soccombenza e vengono distratte in favore del difensore dichiaratosi antistatario;

in considerazione del rigetto del ricorso, sussistono i presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente al rimborso delle spese del giudizio di legittimità nei confronti della controricorrente, che liquida in Euro 200 per esborsi, Euro 1.500,00 per compensi professionali da distrarsi in favore del difensore dichiaratosi intestatario, oltre spese generali nella misura forfetaria del 15 per cento ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, all’Adunanza camerale, il 24 novembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 11 febbraio 2021

 

 

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