Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3399 del 12/02/2010

Cassazione civile sez. trib., 12/02/2010, (ud. 11/12/2009, dep. 12/02/2010), n.3399

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ALTIERI Enrico – Presidente –

Dott. CARLEO Giovanni – Consigliere –

Dott. DIDOMENICO Vincenzo – Consigliere –

Dott. GRECO Antonio – Consigliere –

Dott. BERTUZZI Mario – rel. est. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

Ministero delle Finanze e Agenzia delle entrate, in persona

rispettivamente del Ministro e del Direttore pro tempore,

rappresentati e difesi dall’Avvocatura Generale dello Stato, presso

cui domiciliano in Roma, via dei Portoghesi n. 12;

– ricorrenti –

contro

Banca delle Marche s.p.a., con sede in (OMISSIS), in persona

del

presidente del consiglio di amministrazione P.T.,

rappresentata e difesa per procura a margine de controricorso

dall’Avvocato Prosperi Mangili Lorenzo, elettivamente domiciliata

presso il suo studio in Roma, via Giovanbattista Vico n. 1;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 6390 della Commissione tributaria centrale di

Roma, depositata il 9.7.2004;

udita la relazione della causa svolta nella Udienza pubblica

dell’11.12.2009 dal consigliere relatore Dott. BERTUZZI Mario;

Viste le conclusioni del P.M., in persona del Sostituto Procuratore

Generale Dott. Abritti Pietro, che ha chiesto l’accoglimento del

ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La Cassa di risparmio di Jesi, ora Banca delle Marche, propose ricorso dinanzi alla Commissione tributaria di primo grado di Ancona avverso il silenzio rifiuto dell’Amministrazione finanziaria formatosi in ordine alla propria istanza di rimborso, presentata il 10.10.1985, della parte di irpeg ed ilor pagata per l’anno 1983 sugli interessi riscossi per ritardata restituzione di imposte, sostenendo che gli interessi in questione non costituivano reddito imponibile.

Il giudice di primo grado accolse il ricorso e la relativa decisione venne confermata sia dalla Commissione tributaria di secondo grado che dalla Commissione tributaria centrale che, con sentenza n. 6390 del 9.7.2004, ritenne che le somme versate a titolo di interessi passivi su crediti di imposta, avendo natura compensativa, nel regime precedente il testo unico sulle imposte dirette approvato con D.P.R. n. 917 del 1986 non costituivano reddito di capitale. Per la cassazione di questa decisione, con atto notificato il 9.6.2005, ricorrono, sulla base di tre motivi, il Ministero delle Finanze e l’Agenzia delle Entrate La societa’ Banca delle Marche si e’ costituita con controricorso. Le Amministrazioni ricorrenti hanno depositato memoria.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Preliminarmente va esaminata l’eccezione di inammissibilita’ del ricorso sollevata dalla controricorrente sul presupposto che la sua notifica sarebbe inesistente, per essere stata la stessa effettuata presso il domicilio del proprio legale rappresentante, tra l’altro in violazione del criterio stabilito dall’art. 145 c.p.c., in luogo che nel domicilio eletto. L’eccezione e’ manifestamente infondata.

La notificazione dell’atto di impugnazione alla parte personalmente invece che presso il domicilio eletto per il giudizio, al pari della notificazione eseguita direttamente presso il domicilio del legale rappresentante della persona giuridica – in violazione dell’ordine legale stabilito dall’art. 145 c.p.c. nella versione precedente alla modifica introdotta dalla L. n. 263 del 2005 – integrano una mera nullita’ dell’atto, come tale suscettibile di convalida, ai sensi degli artt. 160 e 56 c.p.c.. Nel caso di specie, essendosi la societa’ intimata regolarmente costituita, la nullita’ risulta sanata, avendo l’atto raggiunto lo scopo cui era destinato.

Il primo motivo di ricorso denunzia violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c., della L. n. 413 del 1991, artt. 32 e 57 ed omessa, insufficiente, contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia, lamentando il mancato esame da parte del giudice a qua della memoria dell’Ufficio del 28.1.2004, in cui veniva eccepita l’inammissibilita’ dell’istanza di rimborso per avvenuta rinuncia, per avere vista la contribuente accolta la propria istanza di condono, presentata ai sensi della L. n. 413 del 1991, in relazione alla stessa annualita’ di imposta, con conseguente superamento di ogni contenzioso al riguardo.

Il motivo non merita accoglimento.

Assorbente al riguardo e’ il rilievo che la circostanza dell’intervenuta definizione per condono, a norma della L. n. 413 del 1991, della lite concernente l’avviso di accertamento della medesima annualita’ di imposta – che costituisce un’eccezione in senso stretto, in quanto oppone l’esistenza di un fatto in grado di contestare l’esigibilita’ del diritto di rimborso – sia stata sollevata dall’Amministrazione, come emerge dalla stessa lettura del motivo, per la prima volta dinanzi alla Commissione tributaria centrale non gia’ con il ricorso di impugnazione, bensi’ con la memoria del 28.1.2004, depositata ai sensi del D.P.R. n. 636 del 1972, art. 27 in vista dell’udienza del 25.6.2004. L’eccezione in discorso deve pertanto ritenersi irritualmente proposta, atteso che essa risulta sollevata per la prima volta in un atto destinato ad illustrare le argomentazioni gia’ svolte ovvero a contestare quelle della controparte, non certo ad esporre nuovi fatti oppositivi alla altrui pretesa, per di piu’ richiedenti nuovi ed ulteriori accertamenti di fatto. Ne consegue, nel caso di specie.

l’insussistenza del vizio di omessa pronuncia, il quale puo’ prospettarsi soltanto in ordine a domande e ad eccezioni ammissibili, cioe’ regolarmente proposte dalle parti.

Il secondo motivo di ricorso denunzia violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 597 del 1973, art. 52 e degli artt. 2217 e 2425 c.c. ed omessa, insufficiente, contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia, censurando la sentenza impugnata per avere ritenuto che gli interessi per ritardato pagamento di crediti di imposta non concorrono a formare il reddito di impresa ai sensi del regime precedente al D.P.R. n. 917 del 1986, e, come tali, sono inseriti nel conto dei profitti e delle perdite e che, ai sensi dell’art. 52 citato, i soli interessi di cui non si poteva tener conto ai fini della determinazione degli utili erano gia’ tassati alla fonte a titolo di imposta. Il motivo e’ infondato.

La questione sollevata risulta invero gia’ esaminata da questa Corte, la quale ha assunto sul punto un orientamento ormai univoco – dal quale il Collegio non ravvisa ragioni per discostarsi – secondo cui gli interessi maturati sui crediti di imposta nei confronti dell’Amministrazione, nel vigore del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 597, n. 598 e n. 599, ancorche’ iscritti nel conto dei profitti e delle perdite, non vanno assoggettati ad irpeg e ad ilor, atteso che essi hanno natura compensativa e, quindi, non sono qualificabili ne’ come reddito di capitale ne’ come reddito di impresa (Cass. n. 18864 del 2004; Cass. n. 8725 del 2003; Cass. n. 3574 del 1995).

Il terzo motivo di ricorso denunzia violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 597 del 1973, art. 56 e del D.P.R. n. 42 del 1988, art. 36 ed omessa, insufficiente, contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia, sostenendo che la Commissione centrale avrebbe dovuto comunque respingere il ricorso della contribuente dando applicazione al D.P.R. n. 42 del 1988, art. 36 che estende l’efficacia della disciplina introdotta dal testo unico del 1986 – che pacificamente sottopone a tassazione le poste in discussione – al periodo anteriore alla sua entrata in vigore nel caso in cui il contribuente presenti dichiarazione ad essa conforme. Anche quest’ultimo mezzo e’ infondato.

Questa Corte ha gia’ avuto modo di precisare il principio secondo cui in tema di emendabilita’ della dichiarazione dei redditi e con riguardo al D.P.R. 4 febbraio 1988, n. 42, art. 36 il quale ha reso retroattivamente applicabili le disposizioni del TUIR del 1986 – qualora le dichiarazioni validamente presentate risultino ad esse conformi – anche ove abbiano introdotto un regime di assoggettamento a tassazione non previsto dal previgente D.P.R. 29 settembre 1973, n. 597, al fine di stabilire se al contribuente, il quale abbia gia’ tradotto nei fatti, in sede di dichiarazione, i contenuti della nuova normativa (erroneamente anticipandoli), sia, o meno, consentito procedere alla rettifica della dichiarazione medesima, occorre accertare il momento in cui la rettifica – sotto forma di istanza di rimborso – e’ stata operata. In particolare, e’ necessario verificare se l’istanza di rimborso delle somme, indebitamente pagate secondo la vecchia normativa, e’ stata formulata prima o dopo l’entrata in vigore del citato D.P.R. n. 42 del 1988, in quanto solo nel primo caso la rettifica deve ritenersi efficace (con conseguente accoglimento della domanda di rimborso), avendo tempestivamente reso la originaria dichiarazione non conforme alle nuove disposizioni, laddove, nel secondo caso, la rettifica stessa non ha impedito che la conformita’ della dichiarazione alle norme sopravvenute (con conseguente automatica applicabilita’ di queste ultime) si consolidasse definitivamente (Cass. n. 8725 del 2003).

Tanto precisa, l’effetto conformativo dedotto dall’Amministrazione nel caso di specie va escluso, essendo pacifico che l’istanza e’ stata presentata nel 1985, cioe’ prima dell’entrata in vigore della disposizione di legge invocata. Il ricorso va pertanto respinto.

Le ragioni della decisione e la non univocita’ di soluzione, all’epoca della presentazione de ricorso, di alcune delle questioni trattate integrano giusti motivi per compensare te spese di lite.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e compensa le spese di giudizio.

Cosi’ deciso in Roma, il 1 dicembre 2009.

Depositato in Cancelleria il 12 febbraio 2010

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