Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 339 del 10/01/2017

Cassazione civile, sez. II, 10/01/2017, (ud. 08/11/2016, dep.10/01/2017),  n. 339

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MAZZACANE Vincenzo – Presidente –

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Consigliere –

Dott. ORICCHIO Antonio – rel. Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. SCALISI Antonino – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 27642/2012 proposto da:

V.G., (OMISSIS), S.R. (OMISSIS),

V.S. (OMISSIS), R.R. (OMISSIS), V.D.

(OMISSIS), V.L. (OMISSIS), V.N. (OMISSIS),

S.A. (OMISSIS), V.V. (OMISSIS),

V.M.R. nato a (OMISSIS), elettivamente domiciliati in ROMA,

VIALE REGINA MARGHERITA 216, presso lo studio dell’avvocato MAURO

DANIELE, rappresentati e difesi dall’avvocato CIRO MARCELLO ANANIA;

– ricorrenti –

contro

B.M., V.M., B.G., elettivamente

domiciliati in ROMA, VIA S. TOMMASO D’AQUINO 116, presso lo studio

dell’avvocato ANTONIO IANNELLA, che li rappresenta e difende;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 2821/2011 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 17/10/2011;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

08/11/2016 dal Consigliere Dott. ANTONIO ORICCHIO;

udito l’Avvocato ANANIA Ciro Marcello, difensore dei ricorrenti che

ha chiesto l’accoglimento del ricorso;

udito l’Avvocato FIORELLI Stefano con delega orale dell’Avvocato

IANNELLA Antonio, difensore del resistente che ha chiesto il rigetto

del ricorso;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CAPASSO Lucio, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

CONSIDERATO IN FATTO

V.A., G., N.; D., V., S., L. e M. convenivano in giudizio innanzi al Tribunale di Milano V.M. e B.G. e M..

Le parti attrici, tutte quali fratelli e nipoti ex frate del defunto Va.Sa. chiedevano l’annullamento o la declaratoria di nullità ed inefficacia del testamento olografo del detto de cuius in data (OMISSIS) (pubblicato il 27 maggio 2007), testamento con cui veniva nominata erede universale la convenuta sorella del defunto V.M..

In citazione veniva addotta, a sostegno della domanda, l’incapacità di intendere e volere del testatore e veniva, inoltre, domandata la pronunzia delle consequenziali statuizioni (ricostruzidne dell’asse ereditario, restituzione delle somme sottratte e successione secondo legge).

L’adito. Tribunale di prima istanza, con sentenza n. 5444/2008, rigettava le domande delle parti attrici, condannate alla refusione delle spese di lite.

Le medesime parti soccombenti interponevano, innanzi alla Corte di Appello di Milano, gravame resistito dalle parti appellate.

La Corte distrettuale adita, con sentenza n. 2821/2011, rigettava l’impugnazione e condannava le parti appellanti al pagamento delle spese del giudizio.

Per la cassazione delle suddetta sentenza della Corte distrettuale ricorrono le parti già appellanti con atto fondato su due ordini di motivi e resistito con controricorso dalle parti intimate. Nell’approssimarsi dell’udienza hanno depositato memoria, ai sensi dell’art. 378 c.p.c., le parti ricorrenti.

Diritto

RITENUTO IN DIRITTO

1.- Con il primo motivo del ricorso si censura il vizio di violazione e/o falsa applicazione dell’art. 591 c.c..

Parti ricorrenti deducono che, ai sensi della norma che si assume violata, la prova della capacità di testare spettava a chi intendeva giovarsi del testamento.

In particolare col motivo si invoca l’applicazione del principio di cui alla nota pronunzia (Cass. civ., Sez. 2, Sent. 29 gennaio 2007 n. 1770).

Il richiamo all’invocato principio non è, tuttavia, pertinente alla specifica fattispecie qui in esame.

Con la citata tale decisione, in particolare, si affermò che “in tema di incapacità di testare ex art. 591 c.c., nell’ipotesi di grave infermità permanente del testatore, colui che impugna la validità del testamento è tenuto solo a provare l’esistenza di quella malattia, mentre colui che intende giovarsi del testamento deve dare la prova dell’esistenza di un intervallo di lucidità nel momento in cui furono espresse le ultime volontà”.

Orbene nella peculiare vicenda in esame non risulta accertata la sussistenza di una malattia del testatore comportante una infermità permanentemente invalidante sì da comportare (come postulato col motivo) a colui che si giova dell’atto di ultima volontà la prova che il de cuius aveva testato in un momento di lucidità.

Viceversa, data l’assenza di infermità permanentemente invalidante, incombeva a chi contestava la validità del testamento la prova che l’atto era avvenuto in un momento di minorata capacità del testatore.

Peraltro, in fatto, agli atti risulta che – nella concreta fattispecie in esame – il de cuius ebbe a testare – seppur affetto da malattia non permanentemente invalidante – in uno stato di accertata possibilità di valida espressione della volontà testamentaria (e tale circostanza viene, nella sostanza, riconosciuta anae del consulenze prof. Z., di parti ricorrenti).

Il motivo, insomma, è infondato e va respinto.

2.- Con il secondo motivo del ricorso si deduce il vizio di omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio ex art. 360 c.p.c., n. 5, in dipendenza della erronea mancata ammissione delle prove testimoniale.

Il motivo trae, a ben vedere, “spunto” da una affermazione del consulente – di parte – prof. Z..

Questi, fra l’altro – dice che forse si potevano anche sentire i parenti del cuius come testi al fine di un più esaustiva valutazione delle condizioni del testatore.

Ma la necessità dell’ammissione di nuove prove è stata ritenuta superflua dalla Corte di merito con congrua motivazione immune da vizi logici censurabili in questa sede.

In particolare la medesima Corte ha ritenuto determinante e decisiva la relazione neuropsichiatrica del prof. L. del luglio 1977 (periodo di poco successivo alla redazione del testamento), relazione con la quale si esclude la presenza di alcun elemento che possa incidere sulle funzioni psico-sensoriali e sullo stato di coscienza” del de cuius V..

Per di più lo stesso prof.. Z. ebbe sostanzialmente a condividere quanto innanzi riportato giacchè quest’ultimo professionista pur in presenza di patologia del de cuiu al momento del testamento riconobbe che tale patologia “seppur invalidante… non necessariamente precludeva alla possibilità di produrre un breve atto testamentario”.

Insomma il convincimento della Corte di merito di inutilità di altre prove a fronte di quanto argomentatamente ritenuto comporta 19infondatezza del motivo qui in esame, che va – pertanto – respinto.

3.- Alla stregua di quanto innanzi esposto, affermato e ritenuto il ricorso va rigettato.

4.- Le speSe seguono la soccombenza e si determinano come in dispositivo.

PQM

La Corte:

rigetta il ricorso e condanna le parti ricorrenti, in solido, al pagamento in favore delle parti contro ricorrenti delle spese del giudizio, determinate in Euro 5.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali nella misura del 15% ed accessori come per legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 8 novembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 10 gennaio 2017

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