Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 33884 del 19/12/2019

Cassazione civile sez. trib., 19/12/2019, (ud. 06/02/2019, dep. 19/12/2019), n.33884

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CRISTIANO Magda – Presidente –

Dott. NONNO Giacomo Maria – rel. Consigliere –

Dott. D’AQUINO Filippo – Consigliere –

Dott. TRISCARI Giancarlo – Consigliere –

Dott. LEUZZI Salvatore – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 21445/2014 R.G. proposto da:

Agenzia delle entrate, in persona del Direttore pro tempore,

rappresentata e difesa dall’Avvocatura Generale dello Stato, presso

la quale è domiciliata in Roma, via dei Portoghesi n. 12;

– ricorrente –

contro

Risanamento San Berillo s.r.l., in persona del legale rappresentante

pro tempore, elettivamente domiciliata in Roma, piazza G. Mazzini n.

8, presso lo studio dell’avv. Eugenio Della Valle, che la

rappresenta e difende giusta procura speciale a margine del

controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale della

Sicilia – Sezione staccata di Catania n. 455/34/13, depositata il 23

ottobre 2013.

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 6 febbraio

2019 dal Consigliere Dott. Nonno Giacomo Maria.

Fatto

RILEVATO

CHE:

1. con sentenza n. 455/34/13 del 23/10/2013 la Commissione tributaria regionale della Sicilia – Sezione staccata di Catania (di seguito CTR) rigettava l’appello proposto dall’Agenzia delle entrate avverso la sentenza n. 287/09/10 della Commissione tributaria provinciale di Catania (di seguito CTP), che aveva accolto il ricorso di Risanamento San Berillo s.r.l. (di seguito R.) nei confronti del diniego di rimborso del credito IVA formatosi nel secondo trimestre 2006;

1.1. come si evince anche dalla sentenza della CTR, oltre che dagli atti delle parti, il diniego conseguiva alla ritenuta insussistenza del presupposto previsto dal D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, art. 30, in quanto le fatture prodotte dalla società si riferivano a due contratti preliminari di acquisto non registrati;

1.2. su queste premesse, la CTR motivava il rigetto dell’appello dell’Agenzia delle entrate evidenziando, per quanto ancora interessa in questa sede, che: a) non vi era alcun obbligo di registrazione dei preliminari di acquisto da parte della società contribuente; b) in ogni caso, R. aveva dato prova della certezza della loro stipulazione; c) l’Ufficio aveva introdotto nel presente giudizio un tema di indagine nuovo, eccependo che i preliminari di vendita erano stati stipulati per costituire il presupposto della richiesta di rimborso;

2. l’Agenzia delle entrate proponeva impugnazione avverso la sentenza della CTR con ricorso per cassazione, affidato a sette motivi;

3. R. resisteva con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

1. va pregiudizialmente evidenziato che, come eccepito dalla società contribuente a pag. 94 del controricorso, i documenti depositati dall’Agenzia delle entrate unitamente al ricorso (visure camerali e anagrafiche SIAT) sono inammissibili in quanto riguardano fatti che avrebbero dovuto essere tempestivamente documentati nei giudizi di merito;

2. con il primo motivo di ricorso l’Agenzia delle entrate denuncia la violazione o falsa applicazione del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, art. 30, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, evidenziando l’insussistenza, in ipotesi, delle condizioni previste dal comma 3 della disposizione menzionata perchè la società contribuente possa ottenere il rimborso;

3. il motivo è inammissibile;

3.1. la motivazione del diniego di rimborso, per come riportata negli scritti difensivi, è incentrata essenzialmente sulla mancata prova dell’effettiva stipulazione dei contratti preliminari di acquisto non registrati, prova che la CTR ritiene raggiunta;

3.2. l’Agenzia delle entrate non ha trascritto i propri scritti difensivi dimostrando di avere sottoposto al giudice di appello la questione relativa alla sussistenza dei presupporti applicativi del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 30, comma 3, sicchè il motivo deve ritenersi nuovo;

3.3. del resto, la ricorrente sembra fondare il proprio assunto mancanza dei requisiti di cui al D.P.R. n. 633 del 1972, art. 30, comma 3, proprio sul rilievo che le operazioni attive poste in essere dalla società contribuente si fondino su contratti preliminari non registrati e, comunque, non realmente stipulati; il che è in aperto contrasto con l’accertamento di fatto del giudice di merito, che detti contratti ha ritenuto esistenti;

4. con il secondo motivo di ricorso si deduce la violazione o falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, evidenziandosi che R. non avrebbe mai fornito la prova che i contratti preliminari, seppur non registrati e non autenticati, riflettano operazioni effettivamente poste in essere dalla società;

5. con il terzo motivo si contesta la violazione dell’art. 2704 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, evidenziandosi che non vi è alcuna certezza sull’effettiva stipulazione e sulla data dei menzionati preliminari di vendita;

6. i due motivi possono essere congiuntamente esaminati e sono infondati, avendo la CTR fatto corretta applicazione delle norme ritenute violate;

6.1. invero, la CTR ha correttamente gravato il contribuente dell’onere di provare il fatto dell’effettiva esistenza delle operazioni sottostanti ai preliminari di compravendita e ha ritenuto che tale fatto sia stato provato indipendentemente dalla registrazione degli stessi e dall’autentica della firma, indicando i fatti sui cui si fonda il proprio convincimento in relazione all’ultima parte dell’art. 2704 c.c. (incasso delle somme fatturate a titolo di acconto; produzione di idonea certificazione relativa al pagamento).

6.2. pertanto, la ricorrente avrebbe dovuto contestare la validità e rilevanza dei fatti posti a base del convincimento della CTR sotto il profilo del vizio di motivazione e, comunque, nei limiti in cui lo stesso è ancora denunciabile ai sensi della nuova formulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, applicabile ratione temporis;

7. con il quarto motivo di ricorso l’Agenzia delle entrate deduce la nullità della sentenza t emessa in violazione del principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato di cui all’art. 112 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, evidenziando che non viene data contezza in motivazione delle diffuse argomentazioni esposte dall’Ufficio e dirette a dimostrare la effettiva insussistenza dei due preliminari di compravendita e, dunque, l’insussistenza del presupposto applicativo del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 30, comma 3, lett. a);

8. con il quinto motivo di ricorso si deduce, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, l’omessa motivazione su di un punto controverso e decisivo oggetto di contestazione tra le parti, costituito proprio dall’avere la CTR omesso qualsiasi valutazione in ordine alle circostanze di fatto dedotte dall’Ufficio;

9. i due motivi, che, involgendo l’esame della medesima questione, possono essere congiuntamente esaminati, sono inammissibili;

9.1. in primo luogo, la difesa erariale deduce come error in procedendo un eventuale vizio di motivazione della sentenza, essendosi la CTR soffermata, come più sopra evidenziato al p. 6.1, sulla questione della effettiva esistenza dei preliminari di vendita;

9.2. secondariamente, la motivazione sul punto non può certo dirsi omessa proprio perchè la sentenza impugnata ha preso posizione sulla effettiva esistenza dei contratti in discussione, sicchè anche il denunciato vizio ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 investe profili riconducibili al semplice difetto di motivazione, e non già alla “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, alla “motivazione apparente”, al “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e alla “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, unici profili ormai censurabili ai sensi della rinnovata formulazione della disposizione richiamata, applicabile ratione temporis, secondo il ben noto arresto di Cass. S.U. n. 8053 del 07/04/2014;

10. con il sesto motivo di ricorso l’Agenzia delle entrate deduce la nullità della sentenza per violazione dell’art. 345 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, evidenziando che la deduzione dell’Ufficio, per il quale i contratti preliminari di vendita sono stati stipulati per costituire il presupposto della richiesta di rimborso, non costituisce un nuovo tema di indagine;

11. il motivo è inammissibile;

11.1. la statuizione della CTR sul punto non costituisce una autonoma ratio decidendi avuto conto del fatto che il giudice di appello ha già preso in considerazione i preliminari di vendita e ne ha ritenuto l’effettiva sussistenza in fatto, così smentendo anche l’ulteriore assunto dell’Ufficio;

12. con il settimo motivo di ricorso si deduce la violazione e falsa applicazione del D.P.R. 26 aprile 1986, n. 131, artt. 5 e 10, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, evidenziandosi che la sentenza della CTR ha erroneamente ritenuto che i contratti preliminari di compravendita devono essere registrati solo in caso d’uso;

13. il motivo è assorbito;

13.1. la motivazione inerente all’insussistenza dell’obbligo di registrazione dei contratti preliminari costituisce un’autonoma argomentazione della sentenza di merito, la cui eventuale infondatezza non inficia la valenza del giudizio di merito in relazione al quale la CTR ha ritenuto la effettiva sussistenza dei contratti preliminari (si legge nella sentenza: “in ogni caso la società ricorrente ha dato prova della certezza della stipulazione dei contratti preliminari di compravendita”; e, quindi, per motivi indipendenti dalla sussistenza o meno di un obbligo di registrazione);

14. in conclusione, il ricorso va rigettato e l’Agenzia delle entrate va condannata al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del presente giudizio, che si liquidano come in dispositivo;

14.1. il provvedimento con cui il giudice dell’impugnazione, nel respingere integralmente la stessa, ovvero nel dichiararla inammissibile o improcedibile, disponga, a carico della parte che l’abbia proposta, l’obbligo di versare – ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 – un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto ai sensi del medesimo art. 13, comma 1 bis, non può aver luogo nei confronti di quelle parti della fase o del giudizio di impugnazione, come le Amministrazioni dello Stato, che siano istituzionalmente esonerate, per valutazione normativa della loro qualità soggettiva, dal materiale versamento del contributo stesso, mediante il meccanismo della prenotazione a debito (Cass. n. 5955 del 14/03/2014; Cass. n. 23514 del 05/11/2014; Cass. n. 1778 del 29/01/2016).

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del presente giudizio, che si liquidano in Euro 12.000,00, oltre alle spese generali nella misura del quindici per cento e agli accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 6 febbraio 2019.

Depositato in cancelleria il 19 dicembre 2019

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