Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3388 del 12/02/2010

Cassazione civile sez. trib., 12/02/2010, (ud. 27/10/2009, dep. 12/02/2010), n.3388

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ALTIERI Enrico – Presidente –

Dott. SOTGIU Simonetta – Consigliere –

Dott. BERNARDI Sergio – Consigliere –

Dott. CAMPANILE Pietro – rel. Consigliere –

Dott. BISOGNI Giacinto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

Ministero dell’Economia e delle Finanze e Agenzia delle Entrate, in

persona del Direttore pro-tempore rappresentati e difesi

dall’Avvocatura Generale dello Stato, presso i cui uffici in Roma,

via dei Portoghesi, n. 12, sono domiciliati;

– ricorrenti –

contro

LE.DE Costruzioni S.r.l., in persona dell’amministratore pro-tempore;

– intimata –

avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale della

Campania, n. 153/11/03, depositata in data 28 maggio 2003;

Udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienze del dal

consigliere Dott. Pietro Campanile;

Sentito l’Avv. Gen. Dello Stato, Paolo Gentili, il quale ha chiesto

l’accoglimento del ricorso;

Udite le richieste del Procuratore Generale, in persona del Sostituto

Dott. Federico Sorrentino, il quale ha concluso per l’accoglimento

del ricorso.

Fatto

1.1 La Le.de. Costruzioni S.r.l. proponeva ricorso avverso avviso di rettifica emesso dall’Ufficio IVA di Caserta, con cui veniva accertato per l’anno 1995 un debito IVA pari a L. 28.622.000, oltre alle sanzioni, sulla base della contestata utilizzazione di fatture relative ad operazioni inesistenti.

1.2 La Commissione tributaria provinciale di Caserta, con decisione del 21 settembre 2001, rigettava il ricorso proposto dalla società, ritenendo legittimo l’accertamento.

1.3 La Commissione tributaria regionale della Campania, con la decisione meglio indicata in epigrafe, pronunciando sull’appello proposto dalla società, in riforma della decisione di primo grado, accoglieva il ricorso introduttivo, affermando, in sostanza, previo giudizio di inutilizzabilità dei dati emergenti da due personal computer, in quanto acquisiti dalla Guardia di Finanza senza autorizzazione, l’insussistenza di validi elementi probatori.

1.4 Avverso tale decisione proponevano ricorso per cassazione il Ministero dell’Economia e delle Finanze e l’Agenzia delle Entrate, affidato a cinque motivi.

La parte intimata non svolgeva attività difensiva.

Diritto

2.1 – In via preliminare, va dichiarata l’inammissibilità, per difetto di legittimazione, del ricorso proposto dal Ministero dell’economia e delle finanze, che non è stato parte del giudizio d’appello, instaurato nei confronti della sola Agenzia delle entrate, nella sua articolazione periferica, dopo la data del 1 gennaio 2001, con implicita estromissione dell’ufficio periferico del Ministero (Cass., Sez. Un., n. 3166 del 2006). Non si provvede in merito alle spese processuali, non avendo la parte intimata svolto attività difensiva.

2.2. – Con il primo motivo si denuncia la violazione del D.P.R. n. 633 del 1972, artt. 52, 54 e 56, nonchè illogicità della motivazione.

Viene evidenziato che, ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, gli organi di controllo fiscale possono utilizzare i documenti, i dati e le notizie comunque raccolti, anche nel caso di acquisizione irrituale, non essendo prescritta alcuna inutilizzabilità.

Con la seconda censura si sostiene che nel caso in esame la verifica era stata eseguita nei locali dove era ubicata la sede contabile della società e che, quindi, non vi era bisogno di alcuna autorizzazione, avendo in ogni caso (terza censura) il legale rappresentante della società prestato il proprio consenso all’ispezione. Il primo motivo, che appare assorbente in merito alle altre due richiamate doglianze, è fondato.

Il D.P.R. n. 600 del 1973, art. 33, comma 1, richiama, invero, quanto alle modalità di accesso alle aziende, le prescrizioni del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 52, che, in materia di IVA, richiedono l’autorizzazione del capo dell’Ufficio da cui gli accertatoli dipendono. Tuttavia non è comminata alcuna nullità qualora tale precetto non sia rispettato, diversamente dal caso in cui l’accesso sia effettuato presso il domicilio di persona fisica (art. 52, comma 2) senza l’autorizzazione del Procuratore della Repubblica, dovendosi in tale ipotesi ritenere violato il principio costituzionale di inviolabilità del domicilio (cfr., Cass. civ., nn. 1230 del 2001;

19689 del 2004 e n. 10704 del 2009, resa in una vicenda per molti aspetti analoga).

Nella specie, non soltanto l’accesso non ha interessato il domicilio del titolare del Centro Elaborazione Dati, ma è avvenuto presso un’appendice della azienda sottoposta al vaglio della Guardia di Finanza, trattandosi dei locali ove veniva trascritta e custodita, in appositi “files”, la contabilità dell’azienda stessa. Comunque, anche a voler considerare soggetto “terzo” il CED presso cui i dati extracontabili relativi alla contribuente erano stati acquisiti, l’acquisizione irritale di elementi rilevanti ai fini dell’accertamento fiscale non comporta, secondo la giurisprudenza di questa Corte (cfr., Cass. civ. sentt. nn. 8344 e 12871/2001 e 4987 del 2003) la inutilizzabilità degli stessi, non sussistendo una specifica previsione in tal senso. Pertanto gli organi di controllo possono utilizzare tutti i documenti di cui siano venuti in possesso, salva la verifica dello loro attendibilità, in considerazione della natura e del contenuto degli stessi.

2.3 Anche il terzo motivo, con il quale si deduce la violazione del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 54 e dell’art. 2727 c.c. e ss., nonchè insufficiente ed illogica motivazione per avere la C.T.R. sostenuto che non fosse provata la pretesa fiscale, perchè basata solo su elementi indiziari, ritenuti privi dei requisiti di gravità, precisione e concordanza, è fondato.

I suddetti “files”, contrariamente a quanto opinato dalla Commissione tributaria regionale, sono da considerarsi a tutti gli effetti scritture dell’impresa che, contenendo il riferimento a dati parzialmente extracontabili, raggruppati in prospetti, forniscono, con sufficiente probabilità, il reale quadro della situazione aziendale, fornendo quindi presunzioni gravi, precise e concordanti, non contrastate dal generico contenuto dell’atto d’appello.

Il motivo è anche fondato sotto il profilo dell’errato governo della prova da parte della Commissione Regionale, la quale, disattendendo integralmente le risultanze dei “files” in cui la contabilità della contribuente era contenuta, ne hanno negato la rilevanza sotto il profilo delle presunzioni che da essi potevano essere tratte, richiedendo che l’Officio fornisse altre ed ulteriori prove, rispetto ai dati già considerati ed esposti nell’avviso.

Giova in proposito ribadire l’orientamento di questa Corte secondo cui la cd. contabilità in nero, costituita da appunti personali, annotazioni o informazioni dell’imprenditore, rappresenta un valido elemento indiziario, dotato dei requisiti della gravità, precisione e concordanza prescritti dal D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, dovendo ricomprendersi tra le scritture contabili disciplinate dall’art. 2709 c.c. tutti i documenti che registrino, in termini quantitativi o monetari, i singoli atti di impresa ovvero rappresentino la situazione patrimoniale ed il risultato economico dell’attività svolta, incombendo sul contribuente l’onere di fornire la prova contraria (Cass. n. 25610 del 2006; Cass. n. 6949/06). Ne deriva che qualora a seguito di ispezione venga rinvenuta documentazione non obbligatoria astrattamente idonea ad evidenziare l’esistenza di operazioni non contabilizzate, tale documentazione, pur in assenza di irregolarità contabili, non può essere ritenuta di per sè priva di rilevanza probatoria dal Giudice, senza che a tale conclusione conducano l’analisi dell’intrinseco valore delle indicazioni dalla stessa promananti e la comparazione delle stesse con gli ulteriori dati acquisiti e con quelli emergenti dalla contabilità ufficiale del contribuente (Cass. n. 19329 del 2006). Nel caso di specie, il Giudice di appello non si è affatto adeguato a tali principi, trascurando di considerare l’evidenza probatoria dei dati emergenti dalla documentazione extracontabile alla luce del criterio che pone l’onere della loro contestazione e della conseguente prova a carico dell’imprenditore e quindi, di motivare il giudizio di non inerenza tra le annotazioni rinvenute e l’attività di impresa ponendo in evidenza in modo specifico le ragioni e le cause che portavano a ritenere tale collegamento inesistente.

2.4 – Merita, infine, accoglimento anche l’ultimo motivo, con il quale si deduce la violazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 42 (recte: del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 56), nonchè illogicità della motivazione, per avere la C.T.R. ritenuta insufficiente la motivazione dell’avviso di rettifica perchè motivato solo per relationem al p.v.c. della Guardia di finanza, mentre l’onere della motivazione può essere adempiuto, in caso di condivisione, con la trascrizione del p.v.c., essendo assolto in tal modo l’obbligo di mettere in grado il contribuente di conoscere quanto contestatogli e di difendersi.

L’assunto della Commissione Regionale contrasta, infatti, con la consolidata giurisprudenza di questa Corte secondo cui il richiamo al p.v.c. da parte dell’Ufficio costituisce soltanto una forma di economia di atti e non viola il principio del contraddittorio, qualora il contribuente sia stato in grado di conoscere o abbia conosciuto, come nella specie, attraverso la notifica, il verbale (cfr., Cass. civ. sent. S.U. n. 16424 del 2003 e sentt. nn. 4430, 6232 e 10205 del 2003; 18117 del 2004).

3. Il ricorso, nei limiti sopra precisati, deve essere pertanto accolto; la sentenza impugnata deve essere cassata con rinvio ad altra sezione della Commissione tributaria regionale della Campania, che si atterrà nel decidere, ai principi di diritto sopra enunciati e provvederà anche alla liquidazione delle spese di giudizio.

PQM

Dichiara inammissibile il ricorso proposto dal Ministero delle Finanze; accoglie il ricorso dell’Agenzia delle Entrate, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, ad altra sezione della Commissione tributaria regionale della Campania.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Quinta Civile – Tributaria, il 27 ottobre 2009.

Depositato in Cancelleria il 12 febbraio 2010

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