Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 33707 del 18/12/2019

Cassazione civile sez. lav., 18/12/2019, (ud. 06/11/2018, dep. 18/12/2019), n.33707

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BALESTRIERI Federico – Presidente –

Dott. ARIENZO Rosa – Consigliere –

Dott. DE GREGORIO Federico – Consigliere –

Dott. LORITO Matilde – Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 20675-2014 proposto da:

P.D., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA GERMANICO

146, presso lo studio dell’avvocato STEFANIA VERALDI, rappresentato

e difeso dall’avvocato PASQUALE VISCONTI, giusta delega in atti;

– ricorrenti –

contro

“BANCA DI CREDITO COOPERATIVO DI SAN CALOGERO” in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

CRESCENZIO 2, presso lo studio dell’avvocato GUGLIELMO FRANSONI,

rappresentata e difesa dall’avvocato ROBERTO DONATO FRANCO, giusta

delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 953/2013 della CORTE D’APPELLO di CATANZARO,

depositata il 27/08/2013 r.g.n. 1097/2008.

Fatto

RILEVATO IN FATTO

che la Corte di Appello di Catanzaro, con sentenza depositata in data 27.8.2013, in parziale accoglimento del gravame interposto da P.D., nei confronti della Banca di Credito Cooperativo San Calogero, avverso la sentenza del Tribunale di Vibo Valentia che aveva respinto la domanda del lavoratore, volta ad ottenere la condanna della Banca al pagamento di quanto dovutogli a titolo di indennità di ferie non godute ed aumento del premio di rendimento per la partecipazione alle sedute del Consiglio di Amministrazione, ha condannato la datrice di lavoro al versamento, in favore del P., della somma di Euro 10.225,85, oltre accessori di legge, a titolo di aumento del premio di rendimento per la partecipazione alle riunioni del C.d.A. tenutesi oltre l’orario di lavoro;

che i giudici di secondo grado, per quel che ancora in questa sede rileva, hanno osservato che i rilievi critici formulati alla pronunzia di prima istanza, al riguardo, sono condivisibili, poichè “la circostanza dello svolgimento delle riunioni al di fuori dell’orario di lavoro era stata specificata nei conteggi allegati al ricorso e notificati a controparte unitamente ad esso”;

che per la cassazione della sentenza ricorre il P. articolando due motivi, cui resiste la Banca di Credito Cooperativo San Calogero con controricorso;

che sono state depositate memorie nell’interesse della parte datoriale;

che il P.G. non ha formulato richieste.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

che, con il ricorso, si censura: 1) in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione degli artt. 115,116 e 118 c.p.c., in relazione all’art. 2697 c.c. e il D.Lgs. n. 66 del 2003, art. 10 e si lamenta che la Corte di merito abbia respinto la domanda relativa alla richiesta di pagamento dell’indennità sostitutiva delle ferie non godute, ritenendo erroneamente che il ricorrente non avesse fornito la prova in merito, senza, peraltro, dare il giusto rilievo alle dichiarazioni dei testi escussi ed alle buste paga versate in atti, sul presupposto che nelle buste paga relative agli ultimi mesi dell’anno 1999 vi è il riferimento a ben 276 giorni di ferie non godute, mentre in tutte le buste paga del 2000 tale riferimento scompare e, a fine anno, risultano solo 24 giorni, per i quali si attesta la corresponsione dell’indennità sostitutiva; 2) in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, la violazione degli artt. 132 e 112 c.p.c.; art. 118 disp. att. c.p.c.; art. 36 Cost., art. 2109 c.c., in quanto la sentenza, a parere del ricorrente, presenta una motivazione che si risolve in una mera affermazione di stile non idonea ad escludere la censura della violazione delle norme che si assumono violate, non avendo la Corte calabrese tenuto conto delle dichiarazioni dei testi escussi in ordine al mancato godimento delle ferie e del mancato pagamento dell’indennità sostitutiva delle stesse ed avendo date per provate le dichiarazioni della Banca circa la confusione che si era venuta a creare in ordine al godimento delle ferie, dalla quale era derivata la necessità di affidare la rendicontazione conclusiva dei giorni realmente non goduti ad un soggetto esterno appositamente remunerato;

che il primo motivo – che, nella sostanza, tende ad ottenere un nuovo giudizio sul merito, certamente estraneo alla natura ed alle finalità del giudizio di cassazione (cfr., ex plurimis, Cass., S.U., n. 24148/2013; Cass. n. 14541/2014) – non è meritevole di accoglimento, avendo la Corte di Appello condivisibilmente motivato la decisione impugnata, nella quale, a pagina 2, viene analiticamente spiegato l’iter logico che ha condotto alla determinazione di non potere tenere in alcun conto le dichiarazioni dei testi V. e Pr., i quali si erano limitati a dire di sapere che il ricorrente non aveva goduto delle ferie che gli spettavano; e ciò, anche in considerazione della non congruenza delle buste paga degli ultimi mesi del 1999 con quelle del 2000, dato che, nelle prime, il riferimento era al mancato godimento di ben 276 giorni di ferie non godute, mentre, in quelle dei primi mesi del 2000, tale riferimento scompariva del tutto e, alla fine dell’anno 2000 il riferimento era circoscritto a soli 24 giorni, circa i quali vi era l’attestazione della corresponsione dell’indennità sostitutiva; per la qual cosa, correttamente, i giudici di secondo grado hanno reputato che non appariva credibile che, in meno di un anno, il ricorrente avesse potuto godere di oltre 250 giorni di ferie. Inoltre, In ordine alla valutazione degli elementi probatori, posto che la stessa è attività istituzionalmente riservata al giudice di merito, non sindacabile in Cassazione se non sotto il profilo della congruità della motivazione del relativo apprezzamento, alla stregua dei costanti arresti giurisprudenziali di questa Suprema Corte, qualora il ricorrente denunci, in sede di legittimità, l’omessa o errata valutazione di prove testimoniali, ha l’onere non solo di trascriverne il testo integrale nel ricorso per cassazione, ma anche di specificare i punti ritenuti decisivi al fine di consentire il vaglio di decisività che avrebbe eventualmente dovuto condurre il giudice ad una diversa pronunzia, con l’attribuzione di una diversa valutazione alle dichiarazioni testimoniali relativamente alle quali si denunzia il vizio (v., ex plurimis, Cass. n. 6023/2009). Nel caso di specie, invero, la contestazione, peraltro del tutto generica, sulle dichiarazioni rese da due testimoni, senza che le stesse siano state trascritte, si risolve in una inammissibile richiesta di riesame del contenuto di deposizioni testimoniali e di verifica dell’esistenza di fatti decisivi sui quali la motivazione sarebbe mancata o sarebbe stata illogica (cfr. Cass. n. 4056/2009), finalizzata ad ottenere una nuova pronuncia sul fatto, certamente estranea, come si è già detto, al giudizio di cassazione;

che neppure il secondo motivo può essere accolto; ed invero, è, innanzitutto, da premettere che è onere della parte ricorrente di specificare l’esatto contenuto della critica mossa alla sentenza impugnata, indicando anche specificamente i fatti processuali alla base dell’errore denunciato e, soprattutto i singoli passaggi dello sviluppo processuale nel corso del quale è stato commesso l’errore che si adduce (cfr., ex plurimis, Cass. nn. 17915/2010; 20405/2006; 4741/2005);

che, fatte queste doverose premesse, va osservato che il motivo censura, in concreto, la motivazione della sentenza oggetto del presente giudizio, che, a parere del ricorrente, si risolverebbe “in una mera affermazione di stile”; ed al riguardo va ribadito che, come sottolineato dalle Sezioni Unite di questa Corte (con la sentenza n. 8053 del 2014), per effetto della riforma del 2012, per un verso, è denunciabile in Cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sè, purchè il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali (tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza dei semplice difetto di “sufficienza” della motivazione); per l’altro verso, è stato introdotto nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali (cfr., ex plurimis, Cass. nn. 13459/2017; 476/2017) che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia). Orbene, poichè la sentenza oggetto del giudizio di legittimità è stata depositata, come riferito in narrativa, in data 27.8.2013, nella fattispecie si applica, ratione temporis, il nuovo testo dell’art. 360, comma 1, n. 5), come sostituito dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, comma 1, lett. b), convertito, con modificazioni, nella L. 7 agosto 2012, n. 134, a norma del quale la sentenza può essere impugnata con ricorso per cassazione per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti. Ma nel caso in esame, il motivo di ricorso che denuncia il vizio motivazionale non indica il fatto storico (cfr. Cass. n. 21152/2014), con carattere di decisività, che sarebbe stato oggetto di discussione tra le parti e che la Corte di Appello avrebbe omesso di esaminare, posto che il ricorrente lamenta che la Corte di merito avrebbe errato nel non ritenere attendibili le testimonianze del V. e del Pr.: doglianza che non attiene all’esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali; nè, tanto meno, ha riguardo, alla stregua della pronunzia delle Sezioni Unite, ad un vizio della sentenza “così radicale da comportare” in linea con “quanto previsto dall’art. 132 c.p.c., n. 4, la nullità della sentenza per mancanza di motivazione” (cfr. Cass. n. 13459/2017, cit.) E, dunque, non potendosi più censurare, dopo la riforma del 2012, la motivazione relativamente al parametro della sufficienza, rimane il controllo di legittimità sulla esistenza e sulla coerenza del percorso motivazionale dei giudici di merito (cfr., tra le molte, Cass. n. 25229/2015), che, nella specie, come innanzi riferito, è stato condotto dalla Corte territoriale con argomentazioni logico-giuridiche del tutto congrue, anche con riferimento alle risultanze probatorie poste a fondamento della decisione impugnata;

che per tutto quanto in precedenza esposto, il ricorso va rigettato;

che le spese, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza;

che, avuto riguardo all’esito del giudizio ed alla data di proposizione del ricorso, sussistono i presupposti di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in Euro 4.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali nella misura del 15% ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Adunanza Camerale, il 6 novembre 2018.

Depositato in Cancelleria il 18 dicembre 2019

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