Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 33644 del 18/12/2019

Cassazione civile sez. I, 18/12/2019, (ud. 25/09/2019, dep. 18/12/2019), n.33644

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Presidente –

Dott. PARISE Clotilde – rel. Consigliere –

Dott. FEDERICO Guido – Consigliere –

Dott. MERCOLINO Guido – Consigliere –

Dott. PAZZI Alberto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 21792/2018 proposto da:

P.J., rappresentata e difesa dall’avvocato Corace Giacinto

del foro di Milano giusta procura allegata al ricorso;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno, in persona del Ministro pro tempore,

elettivamente domiciliato in Roma Via Dei Portoghesi n. 12 presso

l’Avvocatura Generale Dello Stato, che lo rappresenta e difende ope

legis;

– controricorrente –

avverso il decreto del TRIBUNALE di MILANO, depositato il 26/04/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

25/09/2019 dal cons. Dott. PARISE CLOTILDE.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con decreto n. 1721/2018 depositato il 26-4-2018 e comunicato a mezzo pec il 28-6-2018 il Tribunale di Milano ha respinto il ricorso di P.J., cittadina della Nigeria ((OMISSIS)), avente ad oggetto in via gradata il riconoscimento dello status di rifugiato, della protezione sussidiaria e di quella umanitaria. Il Tribunale ha ritenuto che fosse non credibile, nella parte riguardante i rapporti con lo zio, la vicenda personale narrata dalla richiedente, la quale riferiva di essere fuggita perchè lo zio paterno, con il quale aveva vissuto assieme alla madre dopo la morte del padre, l’aveva estromessa dall’eredità paterna, unitamente alla madre, che era in ogni caso riuscita a vendere, di nascosto, la casa dove abitavano. Riferiva altresì di essersi trasferita a (OMISSIS) nel marzo 2015 con la madre e, dopo la morte di quest’ultima, avvenuta a causa di un sinistro stradale, di essersi trasferita in Libia su consiglio di una vicina di casa, che le aveva proposto di prostituirsi mentre si trovavano a (OMISSIS) all’interno di una grande casa, insieme ad altre giovani donne e uomini. Nella casa aveva fatto irruzione la polizia, traendo la ricorrente in arresto per qualche giorno, fino a quando una donna araba aveva pagato per lei la cauzione, avendola scelta per eseguire i lavori domestici presso la sua casa. Infine la ricorrente riferiva di aver ricevuto attenzioni sessuali dal figlio della suddetta donna araba, presso cui aveva lavorato gratuitamente; la donna aveva “bloccato il figlio” e ciò aveva permesso alla ricorrente di fuggire e imbarcarsi per l’Italia. Il Tribunale ha ritenuto che non ricorressero i presupposti per il riconoscimento dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria, avuto anche riguardo alla situazione generale e politico-economica della Nigeria, descritta nel decreto impugnato, con indicazione delle fonti di conoscenza. Il Collegio di primo grado ha evidenziato l’inattendibilità del racconto, con riferimento alla dedotta persecuzione subita dallo zio per questioni ereditarie, rimarcando le contraddittorietà ed incongruenze della narrazione. Il Tribunale ha invece ritenuto che “la ricorrente sia stata e sia ancora oggi in Italia vittima di tratta finalizzata allo sfruttamento di tipo sessuale da parte dei suoi connazionali”, e ciò in base ad una serie di indicatori altamente significativi specificati in dettaglio nel decreto. Ha rilevato che la ricorrente aveva nascosto la problematica di cui trattasi, rendendosi indisponibile a farsi assistere e proteggere dallo Stato italiano, e ha negato il riconoscimento alla stessa dello stato di rifugiato e delle misure di protezione sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. a) e b) considerato “il comportamento generalmente non collaborativo della richiedente” e valutata “l’inutilità, nella situazione in cui ella versa, o addirittura la dannosità delle misure di protezione previste dal nostro ordinamento, in quanto vincolerebbero maggiormente la donna all’organizzazione criminale che l’ha condotta in Italia”. Il Tribunale ha infine negato il riconoscimento della protezione sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. c) escludendo, in base alle fonti indicate nel decreto, la sussistenza di una situazione di violenza generalizzata ed indiscriminata nel territorio nigeriano, ricorrendo il rischio di attentati terroristici o rapimenti solo nella parte nord-est della Nigeria, mentre non vi era prova che la ricorrente provenisse da detta zona.

2. Avverso il suddetto provvedimento, la ricorrente propone ricorso per cassazione, affidato a quattro motivi, nei confronti del Ministero dell’Interno, che resiste con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.Con il primo motivo la ricorrente lamenta “Violazione dei parametri normativi relativi alla credibilità delle dichiarazioni dei richiedenti fissati nel D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, lett. c) – Il Tribunale non ha compiuto alcun esame comparativo tra le informazioni provenienti dalla richiedente stessa e la situazione generale delle donne in Nigeria nelle aree da essa indicate da eseguirsi mediante la puntuale osservanza degli obblighi di cooperazione istruttoria incombenti sull’autorità giurisdizionale”. Deduce che le sue dichiarazioni sulle persecuzioni subite non erano contraddittorie e il Giudice ha l’obbligo di cooperazione istruttoria per integrare il quadro probatorio, acquisendo altri dati informativi, mentre il Tribunale non aveva osservato i criteri prescritti dal citato art. 3.

2. Con il secondo motivo lamenta “Violazione o falsa applicazione di legge, in relazione al D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 2, 3, 4,5,6 e 14 al D.Lgs. n. 25 del 2008, artt. 8 e 27, agli artt. 2 e 3 C.E.D.U., nonchè omesso esame di fatti decisivi ex art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5”. Ad avviso della ricorrente erroneamente il Tribunale ha ritenuto non rilevanti, ai fini del riconoscimento dello status di rifugiato, le allegazioni fornite circa la sua storia e i problemi con lo zio paterno legati alla successione ereditaria. Inoltre la ricorrente era stata vittima di tratta e di sfruttamento ò della persecuzione, secondo quanto affermato nel decreto impugnato, e il Tribunale aveva omesso l’esame di fatti decisivi, ossia la minaccia alla vita subita in forma diretta dallo zio paterno, avendo la ricorrente chiaramente indicato come motivo della sua persecuzione e fuga i problemi con la propria famiglia per questioni ereditarie. Deduce che le persecuzioni sofferte nel passato sono di eccezionale gravità, sia a livello personale che a livello sociale, e che il riconoscimento dello status di rifugiato può basarsi anche sul timore di essere perseguitati da agenti terzi, estranei all’organizzazione ufficiale dello Stato, quali, ad esempio, la comunità o la famiglia.

3. Con il terzo motivo denuncia “Violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 17 e art. 14, lett. c) in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.”. Ad avviso della ricorrente il Tribunale di Milano, pur prendendo in considerazione la situazione di difficoltà nella regione di origine della ricorrente, ha omesso di valutare le condizioni di sicurezza ed in particolare l’esistenza di conflitto in corso nel nord-est del Paese causato dal gruppo (OMISSIS).

4. Con il quarto motivo lamenta “Violazione o falsa applicazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 e art. 19, comma 2 e art. 10, comma 3, motivazione apparente in relazione alla domanda di protezione umanitaria e alla valutazione di assenza di specifica vulnerabilità; omesso esame di fatti decisivi circa la sussistenza dei requisiti di quest’ultima”. Deduce che il Tribunale, pur riconoscendo che la ricorrente era vittima di tratta, non ha dato risposta alla sua domanda di protezione internazionale. Ad avviso della ricorrente il Tribunale non ha considerato la sua condizione personale di vulnerabilità e su tale aspetto di carattere decisivo non ha svolto accertamenti sulle condizioni generali delle donne in Nigeria. Deduce che il Tribunale avrebbe dovuto valutare se l’omessa narrazione di violenze ed abusi fosse riconducibile al timore “di essere poi lasciata sola di fronte ad una organizzazione che fino ad oggi l’ha sfruttata”.

La vulnerabilità inoltre deriva dallo stato di instabilità ed insicurezza dello Stato di provenienza e dalla complessiva situazione di detto Stato, con riguardo alle considerevoli criticità, anche per la generalizzata violazione dei diritti umani, che emergono dai rapporti informativi, le cui informazioni la ricorrente trascrive nel ricorso, deducendone l’omesso esame. Inoltre il giudice di primo grado non ha considerato che è compito dello Stato italiano fornire protezione alle donne vittime di tratta e che la ricorrente sta svolgendo lavori saltuari per rimanere nella legalità e sottrarsi allo sfruttamento.

5. Il primo motivo è infondato.

5.1. Occorre precisare, quanto al giudizio di credibilità, che, secondo la giurisprudenza di questa Corte, il giudice del merito, nel valutare se le dichiarazioni del ricorrente siano coerenti e plausibili, secondo i parametri dettati dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, lett. c) deve attenersi anche a comuni canoni di ragionevolezza e a criteri generali di ordine presuntivo, non essendo di per sè solo sufficiente a fondare il giudizio di credibilità il fatto che la vicenda narrata sia circostanziata. L’art. 3 citato, infatti, obbliga il giudice a sottoporre le dichiarazioni del richiedente non soltanto ad un controllo di coerenza interna ed esterna, ma anche ad una verifica di credibilità razionale della concreta vicenda narrata a fondamento della domanda (da ultimo Cass. n. 21142 del 2019; Cass. n. 20580 del 2019). La suddetta verifica è sottratta al controllo di legittimità al di fuori dei limiti di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 in quanto costituisce un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito.

5.2. Nel caso di specie il Tribunale ha ritenuto non credibili le cause di inclusione riferite dalla richiedente, la quale affermava di essere fuggita perchè lo zio paterno, con il quale aveva vissuto assieme alla madre dopo la morte del padre, l’aveva estromessa dall’eredità paterna, unitamente alla madre, che era in ogni caso riuscita a vendere, di nascosto, la casa dove abitavano.

Premesso che le censure formulate con il primo motivo attengono esclusivamente ai fatti allegati dalla ricorrente con riferimento alle questioni ereditarie ed alla condotta dello zio (pag. n. 5 ricorso), il Tribunale ha motivatamente escluso la credibilità di quella vicenda, sottolineando le lacune ed incongruenze del racconto (pag. n. 8 e n. 9 del decreto impugnato). I Giudici di merito hanno evidenziato le principali contraddizioni ed illogicità della narrazione della richiedente, in particolare: a) sulla tardiva rivendicazione dell’eredità da parte dello zio, asseritamente avvenuta solo dopo il compimento del ventesimo anno di età della richiedente, nonostante l’assenza di eredi maschi, in contrasto con le regole successorie vigenti nel Paese di origine; b) sulla riferita vendita da parte della madre della ricorrente di un immobile compreso nei cespiti ereditari, non plausibile nel contesto sociale di riferimento, ossia correlato alla posizione della donna nella società della Nigeria, come descritto dallo stesso difensore della richiedente; c) sull’errata e vaga descrizione, da parte della richiedente, della città di (OMISSIS), nella quale riferiva di essersi rifugiata assieme alla madre dopo essere fuggita da (OMISSIS).

Il Tribunale ha, quindi, vagliato la credibilità del racconto della ricorrente nel rispetto dei principi di diritto sopra richiamati e non ricorre il vizio di violazione di legge denunziato.

6. Il secondo motivo è inammissibile.

6.1. La ricorrente, nel dolersi del mancato riconoscimento del rifugio e della protezione sussidiaria ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e b) denunzia vizi di violazione di legge e motivazionali, per omesso esame di fatti decisivi, limitandosi a trascrivere le norme di riferimento e a richiamare “fatti decisivi di persecuzione diretta dedotti dal ricorrente e non esaminati dal Giudice” (pag. n. 9 e n. 10), con frasi del tutto generiche, riferite anche alla persona colpevole di reati politici, e non individualizzanti, nonchè senza specificatamente censurare la ratio decidendi del decreto impugnato. Infatti la ricorrente, pur trascrivendo nel ricorso (pag. n. 8) le parti della motivazione del decreto impugnato che assume di censurare, e segnatamente sia le parti relative alla credibilità del racconto sui fatti allegati a motivo della sua fuga dal Paese di origine – contesa ereditaria con lo zio -, sia le parti attinenti alla tratta e allo sfruttamento sessuale, ossia a fatti la cui verificazione è stata taciuta dalla richiedente nel corso del procedimento amministrativo e del giudizio di primo grado, non svolge alcuna specifica argomentazione critica del percorso motivazionale seguito dai Giudici di merito, limitandosi genericamente ad affermare che vi sia stato omesso esame di fatti decisivi, ed invece le circostanze suindicate sono state esaminate dal Tribunale.

7. Anche il terzo motivo è inammissibile.

7.1. Quanto alla domanda di protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), l’accertamento della situazione di “violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale”, che sia causa per il richiedente di una sua personale e diretta esposizione al rischio di un danno grave, quale individuato dalla medesima disposizione, implica un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito, non censurabile in sede di legittimità al di fuori dei limiti di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (Cass. n. 32064 del 2018 e Cass. n. 30105 del 2018).

7.2. Nel caso di specie il Tribunale, con motivazione adeguata ed indicando le fonti di conoscenza (pag. n. 10 del decreto impugnato), ha escluso che la situazione generale della Nigeria e della zona di provenienza della ricorrente ((OMISSIS)) realizzi la fattispecie di cui trattasi, così compiutamente esercitando il dovere di cooperazione istruttoria. La situazione politica del paese è stata, quindi, analizzata dal giudice territoriale, che ha escluso l’esistenza di una situazione di conflitto armato o di violenza generalizzata nella zona di origine della ricorrente.

La censura si risolve in una generica critica del ragionamento logico posto dal giudice di merito a base dell’interpretazione degli elementi probatori del processo e, in sostanza, nella richiesta di una diversa valutazione degli stessi, ipotesi integrante un vizio motivazionale non più proponibile, in seguito alla modifica dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 apportata dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54 convertito in L. n. 134 del 2012 (v. Cass., sez. un., n. 8053 del 2014).

8. Il quarto motivo è fondato nel senso di cui appena di seguito si dirà.

8.1. Le Sezioni Unite di questa Corte hanno chiarito che la riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposta dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54 conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sè, purchè il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione (Cass., sez. un., n. 8053 del 2014 citata).

8.2. Il Tribunale, nel ritenere che “la ricorrente sia stata e sia ancora oggi in Italia vittima di tratta finalizzata allo sfruttamento di tipo sessuale da parte dei suoi connazionali”, e ciò in base ad una serie di indicatori altamente significativi specificati in dettaglio nel decreto (pag.n. 9 e n. 10), ha omesso di esplicitare una motivazione idonea a giustificare il diniego della domanda di protezione minore e non ha esaminato, al fine di valutare la fondatezza di detta ultima domanda, le circostanze suindicate, oggetto di rilievo ufficioso, e i fattori di vulnerabilità allegati della ricorrente.

Come si è detto nei paragrafi che precedono (p.6. e p.6.1.), i Giudici di merito hanno negato il riconoscimento dello status di rifugiato e delle misure di protezione sussidiaria ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e b) rilevando, tra l’altro, che la ricorrente aveva nascosto la problematica della tratta, e detta statuizione è stata censurata con un motivo di ricorso, il secondo, che è inammissibile.

Il Tribunale non ha fatto, invece, alcun riferimento specifico alla protezione “umanitaria” o minore, la cui valutazione deve essere autonoma, nel senso che il diniego di riconoscimento del diritto al permesso di soggiorno per ragioni umanitarie o per motivi di protezione speciale non può conseguire automaticamente dal rigetto delle altre domande di protezione internazionale, essendo necessario che l’indagine da svolgersi sia fondata su uno scrutinio avente ad oggetto l’esistenza delle condizioni di vulnerabilità che ne integrano i requisiti (tra le tante Cass. n. 28990 del 2018).

Il ricorso di primo grado della richiedente è stato integralmente rigettato dal Tribunale, e quindi è stata rigettata anche la domanda di protezione “umanitaria”, proposta con l’atto introduttivo del giudizio di primo grado (pag. n. 3 decreto impugnato). Ricorre, in ordine a detta domanda, l’anomalia motivazionale consistente nella “motivazione apparente” e il vizio risulta dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali.

Il Tribunale, pur riferendosi alle “misure di protezione previste dal nostro ordinamento” per inferirne “l’inutilità, nella situazione in cui ella versa, o addirittura la dannosità” (pag.n. 10 del decreto impugnato), non fa menzione della protezione “umanitaria” o per motivi di protezione sociale, nè esplicita il percorso argomentativo che lo ha condotto ad escludere l’esistenza delle condizioni di vulnerabilità e dei requisiti prescritti per il riconoscimento di quella misura.

Nel caso di specie l’indagine si connota di particolare delicatezza per i risvolti che comporta non solo ai fini dell’eventuale rilevanza penale dei fatti, ove risultino integrati i delitti di cui agli artt. 600 e 601 c.p., in considerazione, peraltro, dell’obbligo di denuncia ai sensi dell’art. 331 c.p.p., ma anche ai fini dell’applicabilità della disciplina vigente in tema di tratta degli esseri umani, dettata anche in recepimento di norme di diritto internazionale e comunitario e finalizzata sia a favorire l’emersione di quelle situazioni, sia a garantire la più ampia ed efficace protezione delle vittime. Alcune tra le norme specifiche di rilievo, solo dell’ordinamento italiano, sono: il D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 18ed in particolare il comma 3 bis, introdotto recependo la Direttiva n. 2011/36/UE; il D.Lgs. n. 142 del 2015, art. 17, comma 2, di recepimento della Direttiva 2013/33/UE relativa all’accoglienza; il D.Lgs. n. 24 del 2014, art. 10 che ha, tra l’altro, introdotto il comma 3 bis del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32. Con riferimento alle garanzie procedurali specifiche per le vittime di tratta o presunte tali, di particolare importanza per le indicazioni sulle modalità di audizione del richiedente e sui doveri di adeguata informazione nei confronti dello stesso, vanno inoltre ricordate le Linee Guida elaborate nell’ambito del progetto “Meccanismi di coordinamento per le vittime di tratta”, realizzato dalla Commissione Nazionale per il diritto di asilo e dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati- UNHCR- e approvato il 30 novembre 2016. Resta da precisare che il citato D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 18 non è stato sostanzialmente modificato dal D.L. n. 132 del 2018, convertito in L. n. 132 del 2018, salvo che per l’aggiunta, al comma 4, della frase “reca la dicitura casi speciali”, riferita alla denominazione del permesso di soggiorno. Sono rimasti invariati anche il citato D.Lgs. n. 24 del 2014, art. 10 e il D.Lgs. n. 142 del 2015, art. 17, comma 2.

9. Alla luce delle considerazioni che precedono, il quarto motivo di ricorso deve essere accolto nel senso precisato, rigettato il primo e dichiarati inammissibili il secondo e il terzo, con la cassazione del decreto impugnato, nei limiti del motivo accolto, e rinvio al Tribunale di Milano, sezione specializzata in materia di immigrazione, protezione internazionale e libera circolazione dei cittadini dell’Unione Europea, in diversa composizione, anche per la decisione sulle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

Accoglie il quarto motivo di ricorso nei sensi di cui in motivazione, rigettato il primo e dichiarati inammissibili il secondo e il terzo, cassa il decreto impugnato, nei limiti del motivo accolto, e rinvia al Tribunale di Milano, sezione specializzata in materia di immigrazione, protezione internazionale e libera circolazione dei cittadini dell’Unione Europea, in diversa composizione anche per la decisione sulle spese del giudizio di cassazione.

Così deciso in Roma, il 25 settembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 18 dicembre 2019

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