Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3363 del 12/02/2020

Cassazione civile sez. III, 12/02/2020, (ud. 08/11/2019, dep. 12/02/2020), n.3363

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GRAZIOSI Chiara – Presidente –

Dott. SCRIMA Antonietta – Consigliere –

Dott. IANNELLO Emilio – Consigliere –

Dott. VALLE Cristiano – rel. Consigliere –

Dott. MOSCARINI Anna – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 17377/2018 proposto da:

M.A., M.D., elettivamente domiciliati in Roma

alla via Treviso, n. 3 presso lo studio dell’AVVOCATO PATRIZIA

IAVICOLI che li rappresenta e difende unitamente agli AVVOCATI

FRANCESCO e VALTER DE CESARE;

– ricorrenti –

contro

Arta Agenzia Regionale per la Tutela dell’Ambiente, in persona del

legale rappresentante in carica, elettivamente domiciliato in Roma

alla via Germanico n. 172 presso lo studio dell’AVVOCATO LETIZIA

TILLI che lo rappresenta e difende unitamente all’AVVOCATO SABATINO

CIPRIETTI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 533/2018 della CORTE d’APPELLO di L’AQUILA,

depositata il 22/03/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

08/11/2019 da Dott. Cristiano Valle, osserva.

Fatto

FATTI DI CAUSA

La Corte di Appello di L’Aquila, quale giudice di rinvio designato da questa Corte con sentenza n. 03789 del 14/02/2017, ha, per quanto ancora rileva in questa sede, con riferimento a controversia decisa in primo grado dal Tribunale di Chieti, condannato l’Agenzia Regionale Tutela Ambiente della Regione Abruzzo al pagamento, in favore di A. e M.D., quali eredi di D.R.A., della complessiva somma di Euro 475.923,76 quale indennità ex art. 1591 c.c. maturata per il periodo dal 12/11/2003 ad ottobre 2013, nonchè dell’indennità mensile di Euro 4.427,00 attualizzata con gli aggiornamenti annuali del 75% degli indici ISTAT ai sensi della L. n. 392 del 1978, art. 32 per il periodo da novembre 2013 a giugno 2015, oltre interessi nella misura legale dalle singole scadenze al saldo, ed ha condannato M.A. e D., nella detta qualità, alla restituzione delle maggiori somme ricevute allo stesso titolo di cui al capo di condanna precedente ed, infine, compensato integralmente tra le parti le spese del giudizio di legittimità e di quello di rinvio.

La causa ha ad oggetto contratto di locazione di immobili di proprietà della Di Risio, e comunque dai suoi danti causa, e locati all’Unità Sanitaria Locale e da ultimo all’ARTA, ed è stata istruita mediante consulenze tecniche di ufficio volte a determinare il valore locativo degli immobili.

Avverso la sentenza della Corte territoriale ricorrono A. e M.D., quali eredi di D.R.A., con atto affidato ad otto motivi.

Resiste con controricorso l’ARTA.

I ricorrenti hanno depositato memoria, ai sensi dell’art. 380-bis.1 c.p.c., per l’adunanza camerale.

Il P.G. non ha presentato conclusioni.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Il ricorso è affidato a otto motivi deduce il primo vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 e 4 con riferimento all’art. 384 c.p.c., comma 2 e art. 394 c.p.c., comma 2, in relazione agli artt. 99,112 e 324 c.p.c. nonchè con riferimento all’art. 1591 c.c.

Il secondo mezzo denuncia, richiamando gli artt. 112 e 394 c.p.c., omessa pronuncia con riferimento all’art. 1591 c.c.

Il terzo motivo deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 113,115,116, c.p.c. in relazione all’art. 1591 c.c. ed omesso esame fatto decisivo per il giudizio ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Il quarto motivo afferma violazione e (o) falsa applicazione dell’art. 132 c.p.c., comma 1, n. 4 e dell’art. 156 c.p.c. per apparenza della motivazione in relazione artt. 1591 e 2728 c.c., richiamando l’art. 360, comma 1, n. 4 codice di rito.

Il quinto mezzo deduce violazione del principio di diritto in ordine alla liquidazione del maggior danno, in relazione all’art. 1591 c.c.

Il sesto motivo deduce violazioni di rito in relazione agli artt. 324 e 447 bis c.p.c. per coerenza soltanto parziale tra dispositivo e motivazione.

Il settimo motivo propone violazioni dell’art. 1591 c.c. in relazione agli artt. 324 e 325 c.p.c. con riferimento alle spese condominiali.

L’ottavo ed ultimo mezzo censura la sentenza della Corte di rinvio in tema di regolazione delle spese di lite, per averne disposto l’integrale compensazione pur non sussistendone i presupposti.

Il percorso motivazionale sui singoli motivi di ricorso deve necessariamente prendere le mosse dalla sentenza di cassazione con rinvio (n. 03789 del 14/02/2017), che aveva, nell’accogliere il (solo) sesto motivo del ricorso principale dell’ARTA, rimesso al giudice di rinvio la nuova determinazione, se del caso mediante un ulteriore consulenza tecnica di ufficio, del valore locativo degli immobili, ai fini della determinazione dell’indennità di cui all’art. 1591 c.c., con riferimento non alla loro effettiva destinazione in corso di rapporto, che era quella ad uso ufficio, bensì con rifermento alla loro originaria destinazione, prima che fossero concessi in locazione alla Pubblica Amministrazione (USL e quindi ARTA).

Questa Corte, nella precedente sentenza (n. 03789 del 14/02/2017)/ ha affermato che) avendo la locatrice richiesto ed ottenuto la condanna dell’ARTA al pagamento della somma corrispondente ai lavori necessari per la riduzione in pristino stato degli immobili, non eseguita, la determinazione dell’indennità ai sensi dell’art. 1591 c.c. sulla base del valore locativo ad uso ufficio si risolveva in una locupletazione ingiustificata.

Il primo motivo di ricorso, che deduce illegittimità della decisione della Corte territoriale per non avere questa pronunciato su tutta la domanda devoluta e chiede un nuovo esame di merito) è, quindi, infondato, laddove non inammissibile, in quanto il compito demandato al giudice di rinvio era circoscritto alla liquidazione della detta indennità sulla base del detto parametro (valore locativo in relazione alla destinazione originaria degli immobili prima della locazione) e, pertanto, nessun ulteriore accertamento poteva ritenersi demandato, neppure implicitamenteialla Corte d’Appello.

Infondato è inoltre in quanto non incide adeguatamente sul ragionamento della Corte di Appello de L’Aquila, che, prendendo correttamente le mosse dalla pronuncia di cassazione con rinvio, ha rideterminato l’indennità di cui all’art. 1591 c.c. sulla base del valore locativo degli immobili tenuto conto della loro originaria destinazione ad uso abitazione, garage, caldaia, magazzino e negozio e ha ritenuto non necessaria un’ulteriore consulenza tecnica di ufficio, avendo il consulente officiato in fase di primo appello, in risposta ad osservazione formulate dalla parte pubblica, già determinato detto valore locativo, nella misura, appunto di Euro 475.923,76 per il periodo dal 12/11/2003 all’ottobre 2013.

Il primo motivo è inoltre inammissibile laddove, del tutto apoditticamente, afferma che il compito demandato da questa Corte al giudice di rinvio sarebbe stato quello di liquidare il maggior danno in favore della parte locatrice solo ove l’importo a tal fine riconoscibile fosse stato superiore al corrispettivo contrattualmente pattuito. Detta statuizione non è in alcun modo rinvenibile, neppure per implicito, nella sentenza di cassazione con rinvio, che ha affermato chiaramente che l’unico valore locativo cui commisurare l’indennità di cui all’art. 1591 c.c. era quello riferito agli immobili nell’uso loro attribuito prima dell’inizio della locazione.

Il primo mezzo è, pertanto rigettato.

Il secondo ed il terzo mezzo deducono vizi ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 4 e 5, in relazione agli artt. 112 e 394 cit. codice in relazione all’art. 1591 c.c. (omessa pronuncia) e con riferimento agli artt. 113,115,116 c.p.c. pure in relazione all’art. 1591 c.c. (omesso esame).

I due motivi possono essere congiuntamente scrutinati, in quanto strettamente connessi, come risulta dalla loro formulazione e dalla ragioni che li sostengono.

Essi sono inammissibili, in quanto, pur richiamando, il primo di essi, l’art. 394 c.p.c., tentano entrambi di regredire la causa alla fase anteriore alla decisione di cassazione, adducendo, come risulta palesemente dal richiamo testuale delle conclusioni formulate nelle varie fasi di merito, elementi fattuali non più rilevanti, in quanto adeguatamente valutati nelle fasi di merito e comunque superati dalla sentenza di cassazione con rinvio e in ogni caso non più deducibili in questa fase di legittimità. La motivazione della sentenza in scrutinio sui punti indicati dai detti motivi di ricorso è costituita da una valutazione fattuale, esternata con motivazione costituzionalmente sufficiente, con conseguente esclusione di contraddittorietà. Il vizio di omesso esame, inoltre, è palesemente inammissibile ove scrutinato alla stregua della nuova formulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, che ha limitato la rilevanza del vizio motivazionale. (Sez. U. n. 08053 del 07/04/2014 e più di recente Cass. df 12/10/2017 n. 23940).

Il secondo ed il terzo mezzo sono quindi, inammissibili.

Il quarto motivo si basa sulla violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 1, n. 4 e dell’art. 156 c.p.c. per apparenza della motivazione in relazione agli artt. 1591,2728 c.c., avendo il giudice di appello non adeguatamente motivato sul mancato riconoscimento del maggior danno.

Il motivo è infondato: la motivazione della sentenza della Corte territoriale è adeguatamente esternata e risponde ai requisiti di adeguatezza costituzionale, e si incentra sulla determinazione del danno risarcibile tenuto conto della destinazione degli immobili prima della loro destinazione contrattuale, in coerenza” con il compito demandatole dalla sentenza di cassazione e valutando le risultanze di causa già acquisite, con affermazione di adesione alle risultanze dei chiarimenti offerti dal consulente tecnico di ufficio già officiato nel precedente grado di appello. La prova del maggior danno, richiesto dai ricorrenti, non risulta, peraltro, in alcun modo essere stata offerta.

Il quarto mezzo è, pertanto, rigettato.

Il quinto motivo denuncia violazione e (o) falsa applicazione dell’art. 1591 c.c.

Esso ha ad oggetto la quantificazione dell’indennità di cui alla norma civilistica per come effettuata dalla Corte territoriale in sede di rinvio. Il mezzo è, quindi inammissibile perchè, come i precedenti secondo e terzo, tenta di far regredire la cognizione giudiziale ad un momento antecedente a quello della pronuncia di cassazione che ha demandato al giudice di rinvio la quantificazione della indennità sulla base del valore locativo degli immobili con riferimento all’epoca antecedente alla loro concessione in locazione. Il motivo richiede l’espletamento di nuovi accertamenti di fatto, preclusi in sede di legittimità.

Il sesto motivo denuncia nullità della sentenza per asserito insanabile contrasto tra la motivazione ed il dispositivo.

Il mezzo è inammissibile per difetto di specificità, in quanto il ricorso si limita a riportare brani della motivazione della sentenza denunciata, ed indica dove essa è stata prodotta, ma non riporta il contenuto del dispositivo e si limita ad argomentare su di esso senza adeguatamente evidenziare i punti di asserito contrasto tra motivazione e dispositivo.

Il settimo mezzo deduce violazione e (o) falsa applicazione dell’art. 345 c.p.c., comma 1 e art. 324 c.p.c. con riferimento all’art. 1591 c.c. ed afferma che i M. avevano chiesto il risarcimento integrale del danno.

Il motivo difetta (anch’esso, come il precedente) di specificità, in quanto l’affermazione, di cui al ricorso, di avere chiesto il risarcimento integrale del danno è del tutto generica e non adeguatamente riscontrabile con riferimento agli atti processuali delle fasi di merito.

L’ottavo motivo verte sulle spese di lite. La censura si appunta sulla loro compensazione ma è del tutto inconsistente in quanto la Corte di Appello con valutazione discrezionale, adeguatamente incentrata sull’esito complessivo della lite, che aveva visto, in definitiva, le parti reciprocamente soccombenti, ha optato per la loro integrale compensazione.

La decisione sul punto risulta coerente con il regime di discrezionale compensazione delle spese processuali vigente all’epoca d’instaurazione della lite in primo grado, risalente al 2010.

Il ricorso è, conclusivamente, rigettato.

Le spese seguono la soccombenza, e tenuto conto del valore della causa, sono liquidate come da dispositivo.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, deve darsi atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma

dello stesso art. 13, comma 1 bis.

PQM

rigetta il ricorso;

condanna i ricorrenti al pagamento delle spese di lite, che liquida in Euro 15.200,00 di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre rimborso forfetario al 15%, oltre CA ed IVA per legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Corte Cassazione sezione terza civile, il 8 novembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 12 febbraio 2020

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