Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 33622 del 18/12/2019

Cassazione civile sez. trib., 18/12/2019, (ud. 03/10/2019, dep. 18/12/2019), n.33622

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANZON Enrico – Presidente –

Dott. FUOCHI TINARELLI Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. TRISCARI Giancarlo – Consigliere –

Dott. SUCCIO Roberto – Consigliere –

Dott. SAIJA Salvatore – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 7957/2012 R.G. proposto da:

B.G., rappresentato e difeso dall’Avv. Alessandro

Dagnino, con domicilio eletto presso il medesimo in Roma Piazza

Benedetto Cairoli n. 2, giusta procura speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Agenzia delle entrate, rappresentata e difesa dall’Avvocatura

Generale dello Stato, presso la quale è domiciliata in Roma, via

dei Portoghesi n. 12;

– controricorrente e ricorrente incidentale –

e contro

Serit Sicilia Spa;

– intimata –

avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale della

Sicilia n. 138/30/11, depositata in data 11 agosto 2011.

Udita la relazione svolta nella Camera di consiglio del 3 ottobre

2019 dal Consigliere Giuseppe Fuochi Tinarelli.

Fatto

RILEVATO

Che:

B.G. impugna per cassazione, con cinque motivi, la decisione della CTR in epigrafe che, in parziale riforma della sentenza di primo grado, aveva ritenuto legittima la cartella di pagamento emessa dall’Agenzia delle entrate a seguito di sentenza della CTP n. 175/2006, passata in giudicato, con cui era stato rideterminato il reddito da sottoporre a tassazione per il 1998, riducendo l’ammontare delle sanzioni dovute.

L’Agenzia delle entrate resiste con controricorso avviato per la notifica il 26 aprile 2012 e perfezionata il 2 maggio 2012. L’ufficio, il 7 maggio 2012, notificava ulteriore controricorso, proponendo altresì ricorso incidentale con due motivi.

Serit Sicilia Spa è rimasta intimata.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

1. In via preliminare va dichiarato inammissibile il secondo controricorso notificato dall’Agenzia delle entrate e il correlato ricorso incidentale.

1.1. Occorre infatti rilevare che, secondo dictum della Corte, cui questo collegio intende dare continuità, “in tema di giudizio di cassazione, l’art. 366 c.p.c. si applica anche al controricorso, sicchè esso deve essere proposto con un unico atto nel rispetto dei previsti requisiti di contenuto e forma, dovendosi ritenere inammissibile la successiva notifica di un nuovo atto, a modifica od integrazione del primo, sia per quel che concerne l’indicazione dei motivi, ostandovi il principio della consumazione dell’impugnazione, sia se abbia lo scopo di colmare la mancanza di taluno degli elementi prescritti per la valida impugnazione” (Cass. n. 4249 del 03/03/2015).

Ne deriva che il secondo controricorso dell’Ufficio notificato il 7 maggio 2012 è inammissibile, restando travolto dalla declaratoria anche l’unito ricorso incidentale, che, ai sensi dell’art. 371 c.p.c., deve essere necessariamente proposto con il controricorso e alla cui caducazione non può sopravvivere.

2. Il primo motivo denuncia, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, violazione e falsa applicazione della L. n. 212 del 2000, art. 6 e del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 19, per aver la CTR escluso la necessità della notifica dell’avviso di liquidazione, nonchè, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4, nullità della sentenza per omessa motivazione.

2.1. Il motivo è infondato in entrambe le sue articolazioni.

2.2. Va escluso, in primo luogo, che la motivazione sia omessa.

La CTR, infatti, ha ritenuto “tale eccezione infondata e da rigettare in quanto l’Ufficio ha rideterminato le imposte e le sanzioni in base alla sentenza n. 175/2006, che ha ridotto il reddito dichiarato per l’anno 1998 ad E. 56.500, e non era tenuto a notificare altro avviso di liquidazione”.

Il giudice regionale, dunque, ha ritenuto che il contribuente avesse piena conoscenza della pretesa iscritta a ruolo, sorta a seguito di sentenza passata in giudicato, e, quindi, non fosse necessaria la notifica di un ulteriore preventivo atto di liquidazione.

La motivazione, pertanto, non è omessa e, in ogni caso, si pone al di sopra del “minimo costituzionale”, la cui sola violazione attiva il sindacato giurisdizionale di legittimità per il vizio lamentato.

2.3. Parimenti infondata è l’asserita violazione di legge.

Il ricorrente, infatti, invoca la L. n. 212 del 2000, art. 6, comma 1, (“L’amministrazione finanziaria deve assicurare l’effettiva conoscenza da parte del contribuente degli atti a lui destinati”), disposizione che, peraltro, non è pertinente nella vicenda in esame perchè non afferma, in alcun modo, che debba essere emanato un avviso di liquidazione.

Estraneo alla fattispecie, inoltre, è pure l’art. 6, comma 5, che impone, in caso di recupero da dichiarazioni, l’invio di un avviso solo ove “sussistano incertezze su aspetti rilevanti”, previsione che, anzi, conduce, a maggior ragione, ad escludere la formazione ed invio di un avviso di liquidazione quando la pretesa discenda da decisione passata in giudicato. In una tale evenienza, infatti, non sussistono nè margini di incertezza, nè resta limitata, a fronte della conoscenza dell’originario avviso e della successiva decisione in giudicato, la verifica ad opera del contribuente.

Occorre sottolineare, sul punto, che “l’indicazione nella cartella di pagamento degli estremi degli atti costituenti il presupposto della stessa, ossia dell’avviso di accertamento notificato alla contribuente e della sentenza passata in giudicato, emessa all’esito dell’impugnazione dell’avviso medesimo, consentendo di individuare agevolmente e senza possibilità di errore tali atti, soddisfa l’esigenza del contribuente di controllare la legittimità della procedura di riscossione promossa nei suoi confronti” (Cass. n. 21851 del 07/09/2018; Cass. n. 1111 del 18/01/2018).

In tale ambito, del resto, l’iscrizione a ruolo discende direttamente dal disposto di cui al D.P.R. n. 602 del 1973, art. 14, lett. b, secondo il quale sono iscritte a titolo definitivo nei ruoli “le imposte, le maggiori imposte e le ritenute alla fonte liquidate in base ad accertamenti definitivi”.

3. Il secondo motivo denuncia, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4, omessa pronuncia e/o violazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 7, nonchè violazione e falsa applicazione della L. n. 212 del 2000, art. 7, comma 1.

Il ricorrente, in particolare, denuncia vizio di motivazione della cartella perchè omissiva dei calcoli dell’Ufficio; omessa pronuncia sulla relativa doglianza sollevata innanzi al giudice d’appello; violazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 7, per aver la CTR ordinato l’esibizione del prospetto di liquidazione per il calcolo della somma iscritta a ruolo.

3.1. E’, innanzitutto, inammissibile per difetto di autosufficienza il denunciato vizio di motivazione della cartella, non riprodotta in ricorso, neppure in via indiretta con indicazione del luogo in cui ne è avvenuta la produzione e specificazione della relativa parte del documento.

3.2. Non sussiste, inoltre, la dedotta omessa pronuncia: la CTR ha esplicitamente statuito sulla pretesa (e sulla quantificazione relativa) di cui all’impugnata cartella, così implicitamente escludendo anche l’asserito vizio di motivazione dell’atto.

3.3. E’ infine inammissibile per carenza d’interesse l’asserita applicazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 7, comma 3, abrogato, trattandosi di profilo rimasto estraneo alla ratio decidendi.

La sentenza, infatti, non ha in alcun modo considerato, ai fini della decisione, il prospetto di calcolo prodotto dall’Ufficio.

La mera indicazione dei calcoli, peraltro, non è un nuovo “documento” ma integra, in ipotesi, una precisazione dei dati in giudizio, dati che, come risulta dalla sentenza stessa, erano “già indicati nell’avviso di accertamento” e avevano determinato “le somme dovute per imposta interessi e sanzioni in Euro 56.674,00 di cui alla sent. N. 175/10/2006 per l’anno 1998”, indicazioni che come già sopra rilevato – soddisfano l’esigenza di controllo della legittimità della procedura di riscossione.

4. Il terzo motivo denuncia omessa pronuncia in relazione al quarto motivo d’appello.

4.1. Il motivo è inammissibile.

4.2. Per come riprodotto dal ricorrente, infatti, con il quarto motivo d’appello si era fatta valere “violazione dell’art. 112 c.p.c.: non corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato con riguardo alla domanda di annullamento degli interessi di mora e di riscossione” sull’assunto “che il primo giudice ha palesemente omesso di pronunciarsi sulle citate domande”.

In altri termini, il qui dedotto vizio di omessa pronuncia del giudice d’appello riguarda una dedotta omessa pronuncia da parte del giudice di primo grado e, dunque, una eccezione meramente processuale.

4.3. Va rilevato, tuttavia, che “l’omesso esame di una questione puramente processuale non integra il vizio di omessa pronuncia, configurabile soltanto con riferimento alle domande ed eccezioni di merito, dovendosi escludere che l’omesso esame di un’eccezione processuale possa dare luogo a pronuncia implicita, idonea al giudicato, venendo in rilievo la diversa questione della riproposizione dell’eccezione in appello” (v. Cass. n. 6174 del 14/03/2018; Cass. n. 321 del 12/01/2016, che altresì precisa che in tale evenienza si “può configurare un vizio della decisione per violazione di norme diverse dall’art. 112 c.p.c. se, ed in quanto, si riveli erronea e censura bile, oltre che utilmente censurata, la soluzione implicitamente data dal giudice alla problematica prospettata dalla parte”, censura nella specie non formulata).

5. Il quarto motivo denuncia, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 26, dell’art. 148 c.p.c., della L. n. 241 del 1990, art. 21 septies, per omessa rilevazione della nullità della notificazione della cartella.

5.1. Il quinto motivo denuncia nuovamente, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 26, dell’art. 148 c.p.c., della L. n. 241 del 1990, art. 21 septies, per omessa rilevazione della nullità della cartella di pagamento per esser stata la relata di notifica apposta sul frontespizio anzichè in calce alla stessa.

6. Il quarto e il quinto motivo – che possono essere trattati congiuntamente in quanto accomunati dall’esser entrambi dedotti per la prima volta in sede di legittimità – sono inammissibili.

6.1. Non è, infatti, condivisibile la prospettazione articolata dal ricorrente, che postula una impropria commistione tra profili processuali e sostanziali e l’allegazione di nuove circostanze di fatto, precluse in sede di legittimità, nè tiene conto che, secondo la consolidata giurisprudenza di legittimità, “Nelle ipotesi di invalidità degli atti impositivi, opera il generale principio di conversione dei vizi in motivi di gravame, in ragione della struttura impugnatoria del processo tributario, nel quale la contestazione della pretesa fiscale è suscettibile di essere prospettata solo attraverso specifici motivi di impugnazione dell’atto, sicchè le nullità, ove non dedotte con il ricorso originario, non possono essere rilevate d’ufficio nè fatte valere per la prima volta nel giudizio di legittimità” (Cass. n. 12313 del 18/05/2018; Cass. n. 22810 del 09/11/2015).

7. Il ricorso va pertanto rigettato. Le spese, atteso l’esito complessivo del giudizio, vanno compensate.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso principale; dichiara inammissibile il ricorso incidentale; compensa le spese.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 3 ottobre 2019.

Depositato in Cancelleria il 18 dicembre 2019

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