Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 33581 del 28/12/2018

Cassazione civile sez. trib., 28/12/2018, (ud. 13/11/2018, dep. 28/12/2018), n.33581

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CAMPANILE Pietro – Presidente –

Dott. GIUDICEPIETRO Andreina – Consigliere –

Dott. CONDELLO Pasqualina A.P. – rel. Consigliere –

Dott. FEDERICI Francesco – Consigliere –

Dott. DELL’ORFANO Antonella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso iscritto al n. 16185/2013 R.G. proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliata in Roma, alla via Portoghesi, n. 12,

presso l’Avvocatura Generale dello Stato che la rappresenta e

difende come per legge;

– ricorrente –

contro

FIAT CHRYSLER AUTOMOBILES N.V. (già FIAT S.P.A.), in persona del

legale rappresentante, rappresentata e difesa dagli avv.ti Guglielmo

Maisto e Marco Cerrato, giusta procura in calce al controricorso,

con domicilio eletto in Roma presso lo Studio Maisto e Associati, in

Piazza d’Aracoeli, n. 1;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 787/06/12 della Commissione Tributaria

centrale Sezione di Torino depositata il 10 maggio 2012.

Udita la relazione svolta nella pubblica udienza del 13/11/2018 dal

Consigliere Pasqualina Anna Piera Condello;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore

generale, dott.ssa Immacolata Zeno, che ha concluso chiedendo

dichiararsi l’inammissibilità del ricorso o il rigetto del secondo,

terzo e quarto motivo; udito il difensore della parte ricorrente,

avv. Gianmarco Rocchitta;

udito il difensore della parte controricorrente, avv. Giulia Paroni

Pini, per delega dell’avv. Guglielmo Maisto.

Fatto

FATTI DI CAUSA

La società Fiat s.p.a., in data 16/10/1985, chiedeva il rimborso, ai sensi del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 41, dell’importo di Lire 24.206.972 a titolo di ritenute d’acconto operate sui dividendi di cui l’assemblea aveva deliberato la distribuzione agli azionisti, messi in pagamento il 20/6/1979 e non riscossi sino al 1984.

A seguito di silenzio rifiuto dell’Amministrazione, la società proponeva ricorso dinanzi alla Commissione tributaria di primo grado, la quale lo accoglieva disponendo il rimborso della eccedenza delle imposte versate.

Proposto appello principale dall’Ufficio ed appello incidentale dalla società, la Commissione tributaria di secondo grado accoglieva il secondo, dichiarando dovuto il rimborso della intera somma richiesta.

L’Ufficio ricorreva dinanzi alla Commissione tributaria Centrale, la quale lo respingeva. Osservava, in particolare, che era pacifico che il presupposto impositivo da cui scaturivano le ritenute era venuto meno per mancato incasso dei dividendi e che ” le ritenute erano state versate all’Erario quale acconto dell’imposta che avrebbe dovuto gravare sui redditi dei percipienti”; venuti meno i redditi e correlativamente le imposte, queste dovevano essere rimborsate alla contribuente che aveva versato le ritenute ed era quindi legittimata a richiederne il rimborso.

Ricorre per la cassazione della suddetta decisione l’Agenzia delle Entrate, con sei motivi, cui resiste la Fiat Chrysler Automobiles N.V. depositando controricorso.

La Fiat Chrysler Automobiles N.V. ha depositato memoria ex art. 378 c.p.c..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con i primi due motivi, la difesa erariale deduce, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, falsa applicazione del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 41, ed omessa od insufficiente motivazione sui fatti costitutivi, per non avere la Commissione tributaria centrale esplicitato le ragioni di fatto e di diritto in base alle quali avrebbe ritenuto di qualificare l’istanza di rimborso avanzata dalla Fiat s.p.a. come domanda di restituzione ai sensi del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 41, anzichè come istanza di rimborso del D.P.R. n. 602 del 1973, ex art. 38, pur non trattandosi di restituzione di credito emergente dalla dichiarazione dei redditi.

1.1. Preliminarmente deve rilevarsi che è ammissibile il ricorso per cassazione il quale cumuli in un unico motivo le censure di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, allorchè esso comunque evidenzi specificamente la trattazione delle doglianze relative all’interpretazione o all’applicazione delle norme di diritto appropriate alla fattispecie ed i profili attinenti alla ricostruzione del fatto (Cass. ordinanza n. 8915 del 11/04/2018; Cass. n. 9793 del 23/4/2013).

Nel caso di specie la ricorrente ha formulato in maniera esaustiva entrambe le censure, conservando ciascuno di essa la propria autonomia, e, pertanto, il motivo è ammissibile.

1.2. La censura è tuttavia inammissibile per un diverso profilo.

Dalla lettura della sentenza impugnata emerge chiaramente che la Commissione Centrale non ha affermato che l’istanza presentata dalla Fiat s.p.a. abbia ad oggetto il rimborso d’ufficio di un credito emergente da dichiarazione dei redditi, ai sensi del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 41, ma si è soltanto limitata ad evidenziare, nella parte dedicata allo svolgimento del processo, che la contribuente aveva fatto espresso richiamo a tale norma nell’istanza.

Poichè, pertanto, il richiamo al cit. art. 41 non svolge alcun carattere decisivo ai fini della decisione, la doglianza è inammissibile.

2. Con il terzo motivo, la ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 38 e dell’art. 2969 c.c., per non avere la Commissione Tributaria Centrale rilevato la tardività della domanda di rimborso.

Rileva che la Fiat s.p.a. ha esposto nei propri scritti difensivi che le ritenute in esame sono state versate nel 1979 e che l’istanza di rimborso è stata presentata solo nel mese di ottobre 1985, ossia oltre il termine di 18 mesi prescritto dalla norma nel testo vigente ratione temporis, con la conseguenza che la contribuente sarebbe decaduta dal diritto di richiedere il rimborso; evidenzia, altresì, che la eccezione di decadenza è rilevabile d’ufficio, in ogni stato e grado del giudizio, ai sensi dell’art. 2969 c.c., trattandosi di termini dettati per finalità d’interesse pubblico.

2.1. La eccezione di decadenza è sicuramente ammissibile, alla luce del principio di diritto affermato da questa Corte secondo cui ” in materia tributaria, la decadenza, essendo prevista in favore dell’amministrazione finanziaria ed attenendo a situazione non disponibile, può essere rilevata d’ufficio, purchè emerga dagli elementi comunque acquisiti agli atti del giudizio ed è, quindi, sottratta al regime delle eccezioni nuove ” (Cass. n. 5862 del 08/03/2013; Cass. 25014 del 6/12/2016).

Questa Corte ha, in particolare, precisato che la decadenza del contribuente dal diritto al rimborso per non aver presentato la relativa istanza entro il termine – previsto dal D.P.R. n. 602 del 1973, art. 38 – di diciotto mesi dal versamento dell’imposta indebitamente corrisposta non può essere eccepita per la prima volta in Cassazione, qualora dalla sentenza impugnata non risulti la data del versamento, nè quella di presentazione dell’istanza per il relativo rimborso, non essendo consentita, in sede di legittimità, la proposizione di nuove questioni di diritto che presuppongano o comunque richiedano nuovi accertamenti o apprezzamenti di fatto (Cass. n. 25014 del 06/12/2016).

Nel caso di specie, è pacifico tra le parti che le ritenute sono state versate nel 1979 e che l’istanza di rimborso è stata formulata nel 1985.

2.3. La doglianza, con la quale si prospetta la violazione del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 38, è, tuttavia, infondata.

2.4. La giurisprudenza di questa Corte è consolidata nell’affermare il principio secondo cui il termine previsto dal D.P.R. n. 602 del 1973, art. 38, decorre dal versamento del saldo soltanto nel caso in cui il relativo diritto derivi da un’eccedenza degli importi anticipatamente corrisposti rispetto all’ammontare del tributo che risulti in quel momento complessivamente dovuto oppure rispetto ad una successiva determinazione in via definitiva dell’au e/o del quantum dell’obbligazione fiscale, mentre decorre dal giorno dei singoli versamenti nel caso in cui questi, già all’atto della loro effettuazione, risultino parzialmente o totalmente non dovuti, poichè in questo caso l’interesse e la possibilità di richiedere il rimborso sussistono sin dal momento della corresponsione degli acconti (Cass. n. 4166/2014; n. 5978 del 17/3/2006; n. 24058 del 16/11/2011; n. 25177 del 7/12/2016; n. 11602 del 6/6/2016; n. 2533 del 1/2/2018).

2.5. Si è, inoltre, specificato che ” l’inesistenza dell’obbligo di versamento può verificarsi sia nell’ipotesi in cui sin dall’origine non vi è tale obbligo (in tutto o in parte), sia in quella in cui questo, pur sussistendo originariamente al momento del pagamento degli acconti d’imposta, risulti un’eccedenza di versamento al momento della determinazione del saldo”, atteso che ” l’indebito oggettivo… si può avere sia perchè manca una causa originaria giustificativa del pagamento (condictio indebiti sine causa), sia perchè la causa del rapporto, originariamente esistente, è poi venuta meno per effetto di eventi successivi (condictio ob causam finitam)”; ” in tutti e due i casi ci si trova in presenza di un’obbligazione tributaria inesistente e quindi di un obbligo di versamento inesistente ” e ” l’unica diversità consiste nel dies a quo del termine di decadenza per presentare la domanda di rimborso, dovendo individuarsi nel primo caso (obbligo di versamento inesistente sin dall’origine) nella data del versamento, nel secondo caso (inesistenza sopravvenuta dell’obbligo di versamento) nella data della dichiarazione successiva dei redditi ” (Cass. 11682 del 5/8/2002).

Da quanto detto discende che, in tema di rimborso delle imposte sui redditi, la decorrenza del termine di decadenza per la presentazione dell’istanza di rimborso previsto dal D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602, art. 38, non può essere fatta coincidere con la data del pagamento allorchè l’erroneità di questo derivi da un evento successivo, soltanto dal quale discenda in modo incontrovertibile tale qualificazione di erroneità e, quindi, il carattere indebito della somma percepita dall’amministrazione (Cass. n. 23716 del 21/12/2004).

2.6. Non può allora dubitarsi che nel caso in esame – in cui la domanda di rimborso scaturisce dalla intervenuta prescrizione del diritto alla riscossione dei dividendi messi in pagamento nel mese di giugno 1979 per decorso del quinquennio previsto dall’art. 2949 c.c., ossia nel mese di giugno 1984 – il dies a quo del termine di cui al cit. art. 38, non può farsi decorrere dalla data di versamento della ritenuta d’acconto sull’imposta, poichè la causa che originariamente giustificava il versamento di tale ritenuta è venuta meno per effetto di una condizione che si è manifestata successivamente.

3. Con il quarto motivo, la ricorrente deduce violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, artt. 27, 64 e 73 e D.P.R. n. 597 del 1973, art. 17, ribadendo che, in conseguenza della mancata riscossione dei dividendi e della sopravvenuta prescrizione del diritto, la Fiat s.p.a., in qualità di sostituto d’imposta, non sarebbe legittimata a richiedere il rimborso delle ritenute versate in eccedenza, ma potrebbe eventualmente rivolgersi verso i sostituiti per la restituzione delle somme da essa corrisposte all’Erario per conto degli stessi, dovendo riconoscersi solo in capo a questi ultimi la legittimazione ad azionare il diritto al rimborso nei confronti dell’Amministrazione.

3.1. Anche tale censura è infondata.

3.2. In tema di rimborso delle imposte sui redditi, ai sensi del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 38, sono legittimati a richiedere all’Amministrazione finanziaria il rimborso della somma non dovuta e ad impugnare l’eventuale rifiuto dinanzi al giudice tributario sia il soggetto che ha effettuato il versamento (cd. “sostituto d’imposta”), sia il percipiente delle somme assoggettate a ritenuta (cd. “sostituito”) (Cass. n. 16105 del 29/07/2015).

3.3. L’indirizzo a cui si richiama la ricorrente, che nega al sostituto di imposta la legittimazione all’esercizio del diritto al rimborso (Cass. 23886 del 19/11/2007) è stato superato con la sentenza delle Sezioni Unite n. 15032 del 26/6/2009, ove si è stabilito che ” le liti tra sostituto e sostituito hanno ad oggetto la legittimità della rivalsa (sia in relazione all’an che in relazione al quantum) del sostituto nei confronti del sostituito ed entrambi, se è stato versato più di quanto dovuto (o è stato effettuato erroneamente un versamento totalmente non dovuto) possono richiedere il rimborso all’amministrazione finanziaria ai sensi del d.P.R. n. 602 del 1973, art. 38, impugnando dinanzi al giudice tributario l’eventuale rifiuto…”.

4. Con il quinto ed il sesto motivo di ricorso, la difesa erariale denuncia, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, la violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c. e la omessa o insufficiente motivazione in ordine ai fatti costitutivi del diritto al rimborso e lamenta che il giudice di merito ha omesso di rilevare il difetto di prova in ordine ai presupposti del diritto al rimborso.

Sostiene che nel giudizio di merito non è stato provato, nè documentato se gli acconti siano stati o meno fiscalmente certificati ai soci, nè sono stati prodotti il bilancio del 1984, da cui dovrebbe emergere il credito verso l’Erario, pari alla ritenuta versata, nè la relativa dichiarazione dei redditi, dalla quale evincere il definitivo incasso dei dividendi da parte della società e la relativa tassazione, essendosi la contribuente limitata a produrre in allegato al ricorso in primo grado soltanto l’istanza di rimborso, alla quale non risultava allegato alcun documento.

4. La doglianza è infondata.

4.1. Nella decisione impugnata si afferma che ” le ritenute sui dividendi sono state effettivamente operate e versate “, che “risulta pacifico agli atti che il presupposto impositivo che ha dato vita alle ritenute è venuto meno per mancato incasso dei dividendi “ed ancora che “le ritenute erano state versate all’erario quale acconto dell’imposta che avrebbe dovuto gravare sui redditi dei percipienti “.

Così argomentando, la Commissione Centrale, svolgendo, sulla base della documentazione, un accertamento in fatto non sindacabile in sede di legittimità, ha ritenuto che la contribuente abbia pienamente assolto l’onere probatorio sulla stessa incombente, sicchè è precluso a questa Corte il riesame delle risultanze probatorie, già valutate dai giudici di merito.

In conclusione, il ricorso va rigettato.

Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza e sono liquidate come in dispositivo.

Considerato che risulta soccombente una parte ammessa alla prenotazione a debito del contributo unificato per essere amministrazione pubblica difesa dall’Avvocatura generale dello Stato, non si applica al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna l’Agenzia delle Entrate al rimborso, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità che liquida in Euro 3.000,00, oltre al rimborso forfettario delle spese generali nella misura del 15% ed accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 13 novembre 2018.

Depositato in Cancelleria il 28 dicembre 2018

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