Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3357 del 03/02/2022

Cassazione civile sez. VI, 03/02/2022, (ud. 14/12/2021, dep. 03/02/2022), n.3357

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LUCIOTTI Lucio – Presidente –

Dott. CATALDI Michele – Consigliere –

Dott. CROLLA Cosmo – Consigliere –

Dott. LO SARDO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. DELLI PRISCOLI Lorenzo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 19261/2020 R.G., proposto da:

D.F.C., rappresentato e difeso dall’Avv. Ugo Caristo, con

studio di Napoli, ove elettivamente domiciliato (indirizzo p.e.c.:

ugocaristo.avvocatinapoli.legalmail.it), giusta procura in calce al

ricorso introduttivo del presente procedimento;

– ricorrente –

contro

l’Agenzia delle Entrate – Riscossione, con sede in Roma, in persona

del Direttore Generale pro tempore;

– intimata –

Avverso la sentenza depositata dalla Commissione Tributaria Regionale

della Campania il 23 ottobre 2019 n. 7915/27/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 14 dicembre 2021 dal Dott. Giuseppe Lo Sardo.

 

Fatto

RILEVATO

che:

D.F.C. ha proposto ricorso per la cassazione della sentenza depositata dalla Commissione Tributaria Regionale della Campania il 23 ottobre 2019 n. 7915/27/2019, la quale, in controversia avente ad oggetto l’impugnazione di intimazione di pagamento in dipendenza di tredici cartelle di pagamento per vari tributi, ha rigettato l’appello proposto dall’Agenzia delle Entrate – Riscossione nei confronti del medesimo avverso la sentenza depositata dalla Commissione Tributaria Provinciale di Napoli il 12 gennaio 2017 n. 479/44/2017, con condanna alla rifusione delle spese giudiziali nella misura complessiva di Euro 1.000,00 da distrarsi a favore dei difensori antistatari. L’Agenzia delle Entrate – Riscossione è rimasta intimata. Ritenuta la sussistenza delle condizioni per definire il ricorso ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., la proposta formulata dal relatore è stata notificata al difensore della parte costituita con il decreto di fissazione dell’adunanza della Corte. Il ricorrente ha depositato memoria.

Diritto

CONSIDERATO

che:

Con unico motivo, si denuncia violazione o falsa applicazione degli artt. 91 e 92 c.p.c., della L. 31 dicembre 2012, n. 247, art. 13, del D.M. 10 marzo 2014, n. 55, artt. 2, 4 e 11, della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, art. 6, in relazione (verosimilmente) all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per aver liquidato il giudice di appello i compensi spettantigli, in sede di condanna dell’amministrazione finanziaria alla rifusione delle spese giudiziali in suo favore, in misura inferiore agli importi minimi dei parametri tabellari in relazione al valore della controversia, senza tener conto delle nota spese prodotta.

Ritenuto che:

1. Il motivo – da riqualificarsi ex officio iudicis, nonostante l’assenza di specifici riferimenti ad una delle ipotesi previste dall’art. 360 c.p.c., comma 1, in termini di violazione di norma di legge (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), sulla scorta della volontà univocamente manifestata dal ricorrente con l’espressa indicazione delle disposizioni legislative (e regolamentari) che si assumono essere state infrante dalla sentenza impugnata (sulla questione: Cass., Sez. 1, 9 agosto 2020, n. 16700; Cass., Sez. 5, 6 luglio 2021, n. 18998) – è fondato.

1.1 Invero, è pacifico che, in tema di liquidazione delle spese processuali successiva al D.M. 10 marzo 2014, n. 55, non sussistendo più il vincolo legale della inderogabilità dei minimi tariffari, i parametri di determinazione del compenso per la prestazione defensionale in giudizio e le soglie numeriche di riferimento costituiscono criteri di orientamento e individuano la misura economica standard del valore della prestazione professionale; pertanto, il giudice è tenuto a specificare i criteri di liquidazione del compenso solo in caso di scostamento apprezzabile dai parametri medi (tra le tante: Cass., Sez. 63, 15 dicembre 2017, n. 30286; Cass., Sez. 6-2, 1 giugno 2020, n. 10343; Cass., Sez. 6-5, 3 giugno 2021, n. 15313; Cass., Sez. 6-5, 26 ottobre 2021, n. 30087; Cass., Sez. 62, 19 novembre 2021, n. 35591).

1.2 Secondo la giurisprudenza delle Sezioni Unite di questa Corte, in tema di spese processuali, i nuovi parametri, cui devono essere commisurati i compensi dei professionisti in luogo delle abrogate tariffe professionali, debbono essere applicati ogni qual volta la liquidazione giudiziale intervenga in un momento successivo alla data di entrata in vigore del decreto e si riferisca al compenso spettante ad un professionista che, a quella data, non abbia ancora completato la propria prestazione professionale, ancorché tale prestazione abbia avuto inizio e si sia in parte svolta quando ancora erano in vigore le tariffe abrogate, evocando l’accezione omnicomprensiva di compenso la nozione di un corrispettivo unitario per l’opera complessivamente prestata (tra le tante: Cass., Sez. Un., 12 ottobre 2012, n. 17405; Cass., Sez. 6-3, 4 luglio 2018, n. 17577 Cass., Sez. Lav., 26 ottobre 2018, n. 27233; Cass., Sez. 6-1, 5 marzo 2020, n. 6345); solo quando il giudizio di primo grado si sia concluso con sentenza prima della entrata in vigore del detto decreto ministeriale non operano i nuovi parametri di liquidazione, dovendo le prestazioni professionali ritenersi esaurite con la sentenza, sia pure limitatamente a quel grado; nondimeno, in caso di riforma della decisione, il giudice dell’impugnazione, investito ai sensi dell’art. 336 c.p.c. anche della liquidazione delle spese del grado precedente, deve applicare la disciplina vigente al momento della sentenza d’appello, atteso che l’accezione omnicomprensiva di compenso evoca la nozione di un corrispettivo unitario per l’opera prestata nella sua interezza (Cass., Sez. 6″-5, 10 dicembre 2018, n. 31884).

1.3 Peraltro, l’esigenza di fornire un’adeguata motivazione a sostegno della determinazione degli importi riconosciuti alla parte vittoriosa sorge soltanto a fronte del deposito, ad opera di quest’ultima, di una nota specifica recante l’indicazione delle attività svolte e delle somme richieste, dovendo il giudice spiegare le ragioni dell’eliminazione o della riduzione di alcune di esse, al fine di rendere possibile la verifica della conformità della liquidazione alle risultanze degli atti ed ai parametri ministeriali (tra le tante: Cass., Sez. Lav., 5 aprile 2017, n. 8824; Cass., Sez. 5, 31 ottobre 2018, n. 27815; Cass., Sez. 6-1, 5 marzo 2020, n. 6345; Cass., Sez. 1, 21 gennaio 2021, n. 1076); mentre, nel caso in cui la predetta nota non sia stata prodotta, deve ritenersi sufficiente la distinta indicazione della somma complessivamente spettante a titolo di compenso e di quelle dovute per esborsi, spese generali ed accessori di legge, incombendo alla parte che ne contesti la liquidazione l’onere di indicare analiticamente le voci e gli importi in relazione ai quali l’importo riconosciuto deve considerarsi errato (cfr. Cass., Sez. 6-, 21 febbraio 2017, n. 30716; Cass., Sez. 1, 21 gennaio 2021, n. 1076).

1.4 In ogni caso, la nota spese ex art. 75 disp. att. c.p.c. funge anche da limite al potere del giudice di liquidazione dei compensi alla parte vittoriosa, secondo un orientamento giurisprudenziale ormai consolidato, secondo il quale, quando la parte presenta la nota delle spese, secondo quanto è previsto dall’art. 75 disp. att. c.p.c., specificando la somma domandata, il giudice non può attribuire alla parte, a titolo di rimborso delle spese, una somma di entità superiore (Cass., Sez. 6-3, 14 maggio 2013, n. 11522; Cass., Sez. 61, 5 marzo 2020, n. 6345).

A tal proposito è stato infatti affermato che “una cosa è che, pure in mancanza di una espressa istanza in tal senso, il giudice abbia il potere di riconoscere alla parte vittoriosa il diritto ad essere rimborsata delle spese sostenute nel processo. Altra cosa è che egli abbia il potere di liquidare spese ed onorari in misura superiore a quella di cui la parte chiede il rimborso nella nota delle spese (…). (…) attraverso la nota delle spese, la parte fissa l’oggetto della condanna chiesta al giudice, sì che, tutte le volte che il giudice liquidi spese, diritti di procuratore ed onorari di avvocato in misura inferiore a quella richiesta, la pronuncia deve essere sorretta dalla spiegazione delle ragioni per cui il rimborso è considerato non dovuto o dovuto in misura inferiore rispetto a quello richiesto in corrispondenza delle singole voci della nota. Non si giustifica, allora, che alla nota delle spese sia negata analoga efficacia quanto alla determinazione dell’oggetto della pronuncia di liquidazione in rapporto ad un esercizio dal potere che si svolga nel senso di oltrepassare la misura di quanto è domandato. Che ciò non sia appare del resto conforme al principio che informa processo principio per cui il giudice non può pronunciare oltre i limiti della domanda (art. 112 c.p.c.)” (Cass., Sez. 6-3, 14 maggio 2013, n. 11522).

1.5 Nella specie, quindi, come si può desumere ictu oculi da un raffronto col contenuto (trasfuso in ricorso in ossequio al canone dell’autosufficienza) della “nota spese” depositata nel fascicolo di parte, la Commissione Tributaria Regionale si è notevolmente discostata in minus sia dalle richieste ivi contenute in relazione ai parametri medi ex D.M. 10 marzo 2014, n. 55 (per un totale di Euro 6.675,00) che dai parametri minimi ex D.M. 10 marzo 2014, n. 55 (per un totale di Euro 3.608,00) nella liquidazione dei compensi del difensore in relazione al valore della controversia (da Euro 26.0001,00 ad Euro 52.000,00) per il secondo grado di merito, limitandosi ad una liquidazione cumulativa per il duplice grado del giudizio tributario in misura del tutto inadeguata ed irrisoria (Euro 1.000,00).

2. Valutandosi la fondatezza del motivo dedotto, dunque, il ricorso può trovare accoglimento e la sentenza impugnata deve essere cassata nei limiti del capo relativo alla liquidazione delle spese giudiziali con rinvio alla Commissione Tributaria Regionale della Campania, in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità.

PQM

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Commissione Tributaria Regionale della Campania, in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 14 dicembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 3 febbraio 2022

 

 

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