Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3351 del 12/02/2018


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Civile Ord. Sez. 2 Num. 3351 Anno 2018
Presidente: MATERA LINA
Relatore: DONGIACOMO GIUSEPPE

ORDINANZA

sul ricorso 17845-2014 proposto da:
PINA GIANLUCA, elettivamente domiciliato in ROMA, via Sesto
Rufo 23, presso lo studio dell’Avvocato LUCIO VALERIO
MOSCARINI, che, unitamente agli Avvocati STEFANO ARTESE e
GIUSEPPE ROCCIOLETTI, lo rappresenta e difende per procura
speciale in calce al ricorso;
– ricorrente contro
LUCINI ARESE MARCO, elettivamente domiciliato in ROMA, via
Antonio Gramsci 54, presso lo studio dell’Avvocato FRANCESCO
TROTTA, che, unitamente agli Avvocati FAUSTO BONGIORNI e
VINCENZO BONGIORNI, lo rappresenta e difende, anche
disgiuntamente, per procura speciale in calce al controricorso;
conttroricorrente

5- Q

Data pubblicazione: 12/02/2018

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avverso la sentenza n. 868/2013 del TRIBUNALE DI LECCO,
depositata il 16/10/2013, a seguito dell’ordinanza con la quale,
in data 29/4/2014, la CORTE D’APPELLO DI MILANO, a norma
dell’art. 348 ter c.p.c., ne ha dichiarato l’inammissibilità;
udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio

DONGIACOMO;
lette le conclusioni con le quali il Pubblico Ministero, nella
persona del Sostituto Procuratore Generale della Repubblica,
dott. GIANFRANCO SERVELLO, ha chiesto che sia dichiarata
l’inammissibilità del ricorso;
FATTI DI CAUSA
Gianluca Pina, con citazione notificata 1’8.15/9/2009, ha
convenuto in giudizio, innanzi al tribunale di Lecco, Marco
Arese Lucini e, dopo aver dedotto di aver stipulato con il
quest’ultimo, a mezzo di due scritture private del 9/4/2008,
contratti preliminari aventi ad oggetto, il primo, l’acquisto di un
terreno a destinazione industriale, il secondo, un’area a
destinazione residenziale, in Osnago, per il prezzo complessivo
di C. 8.750.000,00, di cui C. 1.250.000,00 già corrisposti, e di
non avere ancora ottenuto la conclusione del contratto
definitivo, ha domandato l’adempimento coattivo in forma
specifica ai sensi dell’art. 2932 c.c..
Marco Arese Lucini, costituitosi in giudizio, inizialmente
non si è opposto alla sentenza di trasferimento della proprietà,
chiedendo però il versamento del residuo prezzo, indicato in C.
7.500.000,00. In seguito, però, con una nuova e più articolata
comparsa di risposta, depositata nei venti giorni prima
dell’udienza fissata nell’atto di citazione, il convenuto ha
specificato che l’acconto di C. 1.250.000,00 era stato
corrisposto, al momento della sottoscrizione delle scritture
private, mediante due assegni bancari i quali, però, in attesa
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non partecipata del 13/12/2017 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE

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delle determinazioni del Comune in ordine alla destinazione
delle aree, non erano stati incassati: quando, poi, il Comune ha
assunto decisioni diverse da quelle auspicate dalle parti, queste
ultime hanno consensualmente receduto dai due preliminari,
strappando i relativi scritti e i due assegni, mai incassati dal

chiesto, anzitutto, che fosse accertato il mancato pagamento
da parte dell’attore dell’acconto di C. 1.250.000,00 e che fosse,
quindi, emessa sentenza ex art. 2932 c.c., con condanna
dell’attore al versamento del prezzo di C. 8.750.000,00 o, in
subordine, di C. 7.500.000,00; in via ulteriormente
subordinata, il convenuto ha chiesto l’accertamento
dell’inadempimento del Pina e la legittimità del proprio recesso
dal contratto, con formale diritto di trattenere gli asseriti
acconti, invero mai versati, ed, in ulteriore subordine,
accertata la volontà dell’attore di non acquistare l’immobile,
dichiarare esercitato il diritto di recesso e condannare il Pina al
risarcimento dei danni per lite temeraria ex art. 96 c.p.c..
L’attore, con memoria ex art. 183, comma 6°, c.p.c.,
negando l’esistenza degli assegni bancari citati dal convenuto,
ha specificato che l’importo di C. 1.250.000,00 era stato
pagato in contanti in tre tranches, come da ricevute rilasciate
dall’Arese Lucini ed indicate in citazione (C. 450.000,00 nel
novembre del 2007, C. 400.000,00 nel gennaio 2008 ed C.
400.000,00 nel marzo del 2008), e che, alla data della
conclusione delle due scritture private del 9/4/2008, il
promittente venditore aveva distrutto gli originali delle
ricevute, sostenendo che dovevano ritenersi superate dalla
dichiarazione di prezzo contenuta nelle scritture, dove si dava
atto di un acconto versato per C. 1.250.000,00. L’attore,
inoltre, dopo aver evidenziato che nell’ottobre del 2009, e cioè
dopo la notifica della citazione introduttiva del giudizio, era
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convenuto, il quale, dunque, modificando le sue conclusioni, ha

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venuto a conoscenza delle ipoteche e delle servitù gravanti sui
terreni oggetto del preliminare di vendita, e che i terreni non
avevano ricevuto alcuna destinazione residenziale e che la
volumetria dell’area ad uso industriale era minore rispetto a
quella promessa in vendita, ha rinunciato alla domanda di

dell’inadempimento del promittente venditore, ha chiesto la
condanna del convenuto alla restituzione degli acconti di C.
1.250.000,00 ed al risarcimento dei danni per C. 2.250.000,00,
pari alla differenza tra il prezzo di acquisto dei terreni (C.
8.750.000,00) e quello per la cessione del contratto alla s.r.l.
Immobiliare San Giovanni (C. 11.000.000,00)
Il convenuto, a sua volta, ha modificato le conclusioni,
chiedendo, innanzitutto, di fissare il termine per la conclusione
del contratto definitivo di compravendita, accertata la capacità
patrimoniale dell’attore di pagare il prezzo pattuito, e poi,
ribadito l’accertamento del mancato pagamento da parte
dell’attore dell’acconto di C. 1.250.000,00, ha chiesto la
condanna del Pina ai sensi dell’art. 2932 c.c. con versamento
del prezzo di C. 8.750.000,00, se del caso accertando la
rinuncia ad avvalersi delle condizioni sospensive previste nelle
scritture private; in subordine, ha chiesto di accertare
l’inefficacia delle stesse per il mancato verificarsi delle
condizioni o per indeterminatezza dell’oggetto, ed, in ulteriore
subordine, la volontà di non acquistare del Pina ed il proprio
recesso dal contratto, con condanna dell’attore al risarcimento
dei danni; tenendo ferma, infine, la richiestik di condanna
dell’attore al risarcimento dei danni per lite temeraria ex art.
96 c.p.c..
Le parti, infine, cambiati i rispettivi difensori, hanno così
definitivamente concluso: l’attore ha chiesto l’accertamento
dell’inadempimento del convenuto in relazione alle obbligazioni
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u)

adempimento in forma specifica e, previo accertamento

5

assunte nelle due scritture private e la conseguente condanna
alla restituzione della somma di C. 1.250.000,00, versata a
titolo di acconto sul prezzo, oltre interessi, nonché al
risarcimento dei danni conseguenti al mancato adempimento
per C. 2.250.000,00 ovvero della diversa somma liquidata, in
via equitativa, dal giudice, oltre interessi e rivalutazione. Il

convenuto, dopo aver esplicitamente rinunciato ad alcune
domande, ha lasciato ferme quelle di accertamento del
mancato pagamento da parte dell’attore di C. 1.250.000,00, di
declaratoria di inefficacia e/o di scioglimento e/o di
annullamento e/o nullità dei contratti

inter partes

e di

condanna dell’attore al risarcimento dei danni, da liquidarsi dal
giudice, a fronte dell’ingiustificato rifiuto del primo a prestare
adesione alla cancellazione della trascrizione della domanda
giudiziale, e per lite temeraria.
Il tribunale di Lecco, con sentenza del 16/9/2013, ha
rigettato le domande proposte dall’attore, così come modificate
nel corso del giudizio, e lo ha condannato al risarcimento dei
danni nei confronti del convenuto per lite temeraria.
Il tribunale, in particolare – dopo aver ritenuto
inammissibile, in quanto nuova, la domanda proposta
dall’attore nel corso del giudizio di condanna del convenuto al
risarcimento dei danni per C. 2.250.000,00, pari alla differenza
tra il prezzo di acquisto dei terreni e quello per la cessione del
contratto alla s.r.l. Immobiliare San Giovanni, e ritenuto,
invece, ammissibile la modificazione dell’iniziale domanda di
adempimento in forma specifica dei contratti preliminari di
trasferimento dei terreni in quella di risoluzione per
inadempimento de promittente venditore, con richiesta di
restituzione degli acconti per C. 1.250.000,00; e dopo aver
ritenuto che il convenuto aveva proposto sin dall’inizio la
domanda di accertamento del mancato paginepto da parte
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L

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dell’attore di C 1.250.000,00 e che fosse ammissibile la
domanda di accertare e dichiarare comunque l’inefficacia e/o lo
scioglimento e/o l’annullamento e/o la nullità degli assunti
contratti

inter partes,

compresa quella di nullità per

indeterminatezza dell’oggetto o per mancanza dei requisiti

domanda di accertamento dell’inefficacia del contratto per il
mancato verificarsi delle condizioni sospensive, ha preso atto
della tempestività della domanda riconvenzionale dell’attore al
risarcimento dei danni per ingiustificato rifiuto di prestare
adesione alla cancellazione della trascrizione della domanda
giudiziale e per lite temeraria, nonché dell’abbandono delle
domande afferenti la risoluzione del contratto per
inadempimento del promissario acquirente o il recesso del
promittente venditore ed, infine, del fatto che “nessuna delle

parti vuole più gli effetti delle due scritture private del
9.4.2008, che vanno giuridicamente qualificate come contratti
preliminari di compravendita immobiliare”,

così definendo il

thema decidendum – ha osservato, per un verso, che “le
questioni che l’attore vuole addurre a motivo di inadempimento
in capo al promittente venditore per ottenere la risoluzione del
contratto” – come, in particolare, il conferimento dei terreni
alla s.r.l. HB, l’esistenza delle servitù, l’iscrizione di un’ipoteca
ed il fatto che i terreni non abbiano ricevuto la destinazione
urbanistica sperata – ” erano già ben note …” al promissario
acquirente, escludendo, quindi, la possibilità di individuare nel
contegno del promittente venditore un inadempimento
colpevole, con il conseguente rigetto della domanda di
accertamento dell’inadempimento di Arese Lucini, e, per altro
verso, che, ai fini della condanna di quest’ultimo alla
restituzione degli acconti di C. 1.250.000,00,

“la prova

dell’avvenuto pagamento … grava sull’attore”: sennonché – ha
Ric. 2014 n. 17845 Sez. 2 CC 13 dicembre 2017

richiesti, laddove, invece, doveva ritenersi inammissibile la

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aggiunto il tribunale – “nella prima memoria ex art. 183 VI

comma c.p.c. l’attore ha indicato la produzione di tre
quietanze, sottoscritte dal convenuto, attestanti il pagamento
della suddetta somma in altrettante rate” ma, in realtà, come
attestato dalla Cancelleria,

“con la memoria non è stato

– “le tre ricevute”, “prodotte agli atti solamente con la terza
memoria ex art. 183 VI comma c.p.c. …”, non potendo essere
considerate “documenti a prova contraria, ma piuttosto a prova

diretta”, sono inammissibili per tardività.
Stabilito, dunque, che la prova dei versamenti in contanti
deve essere desunta aliunde, il tribunale, preso atto che:

“il convenuto, nella prima comparsa di costituzione, nulla
dice espressamente sugli acconti, ma nel momento in cui non
si oppone all’emissione della sentenza ex art. 2932 c.c.,
associa il trasferimento di proprietà al pagamento della
differenza di prezzo pari ad euro 7.500.000,00, così
implicitamente ammettendo un versamento di acconti rispetto
al prezzo complessivo dedotto in euro 8.750.000,00”;
“nella seconda costituzione Arese Lucini si sofferma sugli
acconti e li indica come portati da due assegni bancari,
consegnati al momento della firma delle scritture: afferma,
però, di non averli incassati e di averli stracciati durante un
incontro con il Pina nell’estate 2008, quando era certa la
mancata adozione del P.L.”;
ha rilevato, per un verso, che l’avv. Paradiso, ai tempi
difensore dei fratelli Pina, ha ammesso che i suoi clienti non gli
abbiano mai parlato di acconti già dati all’Arese Lucini né ha
riferito delle rilevanti tre quietanze/ricevute, con “la singolare

circostanza … che in nessuno degli scritti ex latere actoris,
collocabili fra il periodo posteriore alla stipula delle due
scritture private e l’avvio del presente giu si sia mai
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depositato alcun documento”, sicché – ha concluso il tribunale

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ricordato all’Arese Lucini il cospicuo acconto versato dai Pina e
non se ne sia richiesta la restituzione”, e, per altro verso, che
l’attore ben avrebbe potuto produrre gli estratti dei conti
correnti di famiglia, da cui sarebbe stato prelevato il denaro,
sicché – escluso ogni valore probatorio della testimonianza resa

narrati da questo testimone non siano avvenuti alla sua
presenza diretta, ma che gli siano stati detti dal fratello,
odierno attore …” – ne ha tratto conclusione che le risultanze
documentali contenute nelle scritture del 9/4/2008, nella parte
in cui il promittente venditore attesta la corresponsione
dell’acconto di C. 1.250.000,00, non sono pienamente
attendibili o, quanto meno, che non appare peregrina l’ipotesi
del mancato incasso dell’acconto, portato da assegni, poi
stracciati.
In definitiva, secondo il tribunale, “i preliminari 9.4.2008
non sono da soli sufficienti a dare prova della ricezione da
parte del convenuto degli acconti”: “l’assenza di ulteriori prove
certe e decisive sul punto, e, anzi, il contrasto fra le deposizioni
testimoniali sul punto conducono alla conclusione che l’attore
non abbia dato adeguata dimostrazione dei presupposti della
domanda di restituzione, che deve perciò essere respinta”.
La corte d’appello di Milano, con ordinanza del 29/4/2014,
sul presupposto che “i motivi di censura rivolti avverso la …
sentenza non appaiono idonei a scalfire gli argomenti posti dal
primo Giudice a sostegno del decisum, risolvendosi, piuttosto,
in mera reiterazione di tesi difensive cui il Tribunale ha dato
corretta ed esauriente risposta – in particolare con riguardo
alla prova del versamento in contanti …”, e che, pertanto, “…
l’appello in parola non ha ragionevole probabilità di essere
accolto … “, ne ha dichiarato l’inammissibilità a norma dell’art.
348 ter c.p.c..
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da Alessandro Pina, fratello dell’attore, sul rilievo che “… i fatti

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Gianluca Pina, con ricorso notificato il 30/6.2/7/2014 e
depositato 1’1/8/2014, ha chiesto, per tre motivi, la cassazione
della sentenza del tribunale e dell’ordinanza della corte
d’appello.
Ha resistito Marco Arese Lucini, con controricorso

Il ricorrente ha depositato memoria.

RAGIONI DELLA DECISIONE
1.In via preliminare, la Corte deve valutare la questione
dell’inammissibilità del ricorso, sollevata dal Pubblico Ministero,
per la mancata indicazione della data di comunicazione
dell’ordinanza pronunciata dalla corte d’appello di Milano in
data 29/4/2014, con la conseguente impossibilità,
evidentemente, di stabilire la tempestività del ricorso, spedito
per la notifica il 30/6/2014.
2.La questione è irrilevante. Ed infatti, anche a voler
ammettere che l’ordinanza della corte d’appello sia stata
comunicata al ricorrente nello stesso giorno in cui è stata
pronunciata, e cioè il 29/4/2014, il termine di sessanta giorni
per proporre il ricorso per cassazione sarebbe scaduto il giorno
28/6/2014 che, però, è caduto di sabato, con la conseguente
proroga automatica del termine, ai sensi dell’art. 156, commi
40 e 5 0 , c.p.c., al 30/6/2014, quando, in effetti, il ricorso in
esame è stato spedito, come detto, per la notifica.
3.Con il primo motivo, il ricorrente, ai sensi dell’art. 360 n.
3 c.p.c., ha lamentato la violazione degli artt. 2730, 2702 e
2699 c.c. e la violazione degli artt. 115 e 183 c.p.c.,
censurando la sentenza impugnata nella parte in cui il tribunale
ha ritenuto che, seppur non provata, poteva non apparire
peregrina la versione data in un secondo momento dal
convenuto, secondo cui l’acconto era stato versato con assegni
poi stracciati dal venditore, senza dare alcun rilievo alla
Ric. 2014 n. 17845 Sez. 2 CC 13 dicembre 2017

notificato il 22/9/2014 e depositato il 9/10/2014.

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dichiarazione, contenuta nelle scritture private, con la quale si
dava atto del versamento della somma di C. 1.250.000,00 da
parte del promissario acquirente, laddove, in realtà, tale
dichiarazione ha natura, se non di ricognizione del debito, agli
effetti previsti dall’art. 1988 c.c., quanto meno di confessione a

con la stessa efficacia probatoria di quella giudiziale (art. 2735
c.c.), peraltro provata da documenti non impugnati di falso né
disconosciuti quanto alla sottoscrizione, sicché la circostanza
del versamento di C. 1.250.000,00 dall’attore al convenuto
doveva ritenersi pienamente provata, tanto più che il
convenuto, nella prima difesa, non l’aveva contestata. La
confessione, ha poi aggiunto il ricorrente, può essere revocata
solo per errore di fatto ma la prova ricade sul confidente e non
sulla parte che si è avvalsa della confessione: e l’Arese Lucini,
nella specie, non ha fornito tale prova.
4.11 motivo è inammissibile. Com’è noto, i motivi del ricorso
per cassazione devono investire questioni che abbiano formato
oggetto del thema decídendum del giudizio di secondo grado,
come fissato dalle impugnazioni e dalle richieste delle parti: in
particolare, non possono riguardare nuove questioni di diritto
se esse postulano indagini ed accertamenti in fatto non
compiuti dal giudice del merito ed esorbitanti dai limiti
funzionali del giudizio di legittimità (Cass. n. 16742/2005;
Cass. n. 22154/2004; Cass. n. 2967/2001). Pertanto, secondo
il costante insegnamento di questa Corte (cfr. Cass. n.
7472/2017, in motiv.; Cass. n. 23675/2013), qualora una
determinata questione giuridica – che implichi un accertamento
di fatto – non risulti trattata in alcun modo nella sentenza
impugnata, il ricorrente che proponga la suddetta questione in
sede di legittimità, al fine di evitare una statuizione di
inammissibilità per novità della censura P- – • – -•n solo di
Ric. 2014 n. 17845 Sez. 2 CC 13 dicembre 2017

norma dell’art. 2730 c.c., peraltro resa alla parte, e, quindi,

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allegare l’avvenuta deduzione della questione dinanzi al giudice
di merito, ma anche, per il principio di autosufficienza del
ricorso per Cassazione, di indicare in quale atto del giudizio
precedente lo abbia fatto, onde dar modo alla Corte di
controllare ex actis la veridicità di tale asserzione, prima di

invece, il ricorrente non ha esposto, in modo comprensibile ed
esauriente, di aver dedotto, nell’atto di impugnazione, la
questione, che la sentenza impugnata non ha trattato, relativa
all’efficacia confessoria, a norma dell’art. 2730 c.c., della
dichiarazione contenuta nelle scritture private in ordine alla
versamento dell’acconto di C. 1.250.000,00 ed alla sua
mancata revoca da parte del convenuto: come tale,
evidentemente, non potendosi considerare il rilievo – formulato
a p. 6 del ricorso subito dopo aver esposto la proposizione
dell’appello avverso la sentenza del tribunale (p. 5, in fine) per cui “la dichiarazione contenuta in un contratto, se non ha
natura ricognitiva, vale quanto meno come confessione,
peraltro comprovata da documenti, non impregnati di falso, né
disconoscimento”, non essendo comprensibile – in mancanza di
puntuali indicazioni al riguardo – se ciò abbia costituito, o
meno, un motivo d’appello. Ed è noto, del resto, come, in caso
di ricorso per cassazione avverso la sentenza di primo grado ai
sensi dell’art. 348

ter, comma 3°, c.p.c., si applicano le

disposizioni di cui agli artt. 329 e 346 del medesimo codice,
sicché la parte deve fornire l’indicazione che la questione
sollevata in sede di legittimità era stata devoluta, sia pure nella
forma propria dei motivi di appello, al giudice del gravame,
dichiarato inammissibile ex art. 348

bis c.p.c. (Cass. n.

2784/2015). In ogni caso, il ricorrente non ha trascritto il testo
della dichiarazione, contenuta nelle scritture private, con la
quale si dava atto del versame • della som a di C.
Ric. 2014 n. 17845 Sez. 2 CC 13 dicembre 2017

esaminare nel merito la questione stessa. Nel caso di specie,

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1.250.000,00 da parte del promissario acquirente: ed è
altrettanto noto che il ricorrente per cassazione, il quale
intenda dolersi dell’omessa od erronea valutazione di un
documento da parte del giudice di merito, ha il duplice onere imposto dall’art. 366, comma 1, n. 6), c.p.c. – di produrlo agli

processuale ed in quale fascicolo di parte si trovi il documento
in questione) e di indicarne il contenuto, trascrivendolo o
riassumendolo nel ricorso con la conseguenza che, in caso di
violazione anche di uno soltanto di tali oneri, il ricorso è
inammissibile (Cass. n. 19048/2016).
5.Con il secondo motivo, il ricorrente, lamentando, ai sensi
dell’art. 360 n. 3 e n. 4 c.p.c., la violazione degli artt. 183,
comma 6°, n. 3, 115 e 116 c.p.c. e dell’art. 2697 c.c., ha
censurato la sentenza impugnata nella parte in cui il tribunale
ha ritenuto tardive, perché prodotte con la terza memoria, le
ricevute, laddove, al contrario, a fronte delle prove testimoniali
dedotte dalla controparte per la prova della consegna degli
assegni e della loro distruzione, l’attore poteva produrre a
prova contraria le ricevute ad avvalorare la versione già
risultante dai contratti. In ogni caso, ha aggiunto il ricorrente,
la terza memoria consente la cd. prova contraria indiretta,
avente, cioè, ad oggetto fatti diversi pur se incompatibili con i
fatti dedotti da controparte e finalizzata, quindi, a negare le
allegazioni avversarie dando prova di circostanze logicamente
contrarie.
6.11 motivo è inammissibile. Come in precedenza osservato,
in caso di ricorso per cassazione avverso la sentenza di primo
grado ai sensi dell’art. 348 ter, comma 3°, c.p.c., si applicano
le disposizioni di cui agli artt. 329 e 346 del medesimo codice,
sicché la parte deve fornire l’indicazione che la questione
sollevata in sede di legittimità era stata – e u a, s • e ure nella
Ric. 2014 n. 17845 Sez. 2 CC 13 dicembre 2017

atti (indicando esattamente nel ricorso in quale fase

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forma propria dei motivi di appello, al giudice del gravame,
dichiarato inammissibile ex art. 348

bis c.p.c. (Cass. n.

2784/2015): ciò che nella specie non è accaduto.
7. Con il terzo motivo, il ricorrente, lamentando, ai sensi

dell’art. 360, n. 3, n. 4 e n. 5, c.p.c., la violazione e la falsa

pronunciata dalla corte d’appello di Milano nella parte in cui ha
ritenuto inammissibile l’impugnazione per una ragione che il
tribunale non aveva enunciato, sicché non sussiste la cd.
doppia conforme. La corte d’appello, infatti, ha ritenuto che le
cd. quietanze siano state disconosciute dal destinatario dei
pagamenti, laddove, invece, il convenuto si era limitato ad
eccepire la tardività della produzione ed il fatto che non fosse
vero che i pagamenti erano avvenuti ma non aveva
disconosciuto la sottoscrizione.
8.11 motivo è inammissibile. L’ordinanza di inammissibilità
dell’appello resa ex art. 348 ter c.p.c. è direttamente ricorribile
per cassazione, ai sensi dell’art. 111, comma 7°, Cost.,
limitatamente ai vizi suoi propri costituenti violazioni della
legge processuale, come, in particolare, l’inosservanza delle
specifiche previsioni di cui agli artt. 348 bis, comma 2°, e 348
ter, commi 1°, primo periodo, e 2°, primo periodo, c.p.c.
(Cass. SU n. 1914/2016).
9.11 ricorso dev’essere, quindi, rigettato.
10.

Le spese di lite seguono la soccombenza e sono

liquidate in dispositivo.
11.

La Corte dà atto della sussistenza dei presupposti

per l’applicabilità dell’art. 13, comma

1-quater, del d.P.R. n.

115/2002, nel testo introdotto dall’art. 1, comma 17, della I. n.
228/2012, applicabile, a norma dell’art. 1, comma 18, della
stessa legge, ai procedimenti che, come quello di specie, sono
iniziati dopo il trentesimo giorno successi
Ric. 2014 n. 17845 Sez. 2 CC 13 dicembre 2017

data

applicazione dell’art. 214 c.p.c., ha censurato l’ordinanza

14

(1/1/2013) di entrata in vigore della I. n. 228 cit., e cioè dal
30/1/2013.
P.Q.M.
la Corte così provvede: rigetta il ricorso; condanna il
ricorrente a rimborsare al contro ricorrente le spese di lite, che

per il 15% e accessori; dà atto della sussistenza dei
presupposti per l’applicabilità dell’art. 13, comma 1-quater, del
d.P.R. n. 115/2002, nel testo introdotto dall’art. 1, comma 17,
della I. n. 228/2012.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della
Sezione Seconda Civile, 13 dicembre 2017.
Il Presidente
dott.s i Una Matera

aro Giudiziario
NERI

DEPOSITATO IN CANCELLERIA

Roma, i 2 FEB. 20

liquida in C. 7.200,00, di cui C. 200,00 per esborsi, oltre SG

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