Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3349 del 12/02/2010

Cassazione civile sez. III, 12/02/2010, (ud. 24/11/2009, dep. 12/02/2010), n.3349

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PREDEN Roberto – Presidente –

Dott. FILADORO Camillo – Consigliere –

Dott. FEDERICO Giovanni – Consigliere –

Dott. TALEVI Alberto – rel. Consigliere –

Dott. D’AMICO Paolo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

F.R., (OMISSIS) in proprio e quale titolare della

ditta commerciale MEETING POINT, e S.C. ved. M. la

quale agisce in qualita’ di erede di M.M. e in qualita’

di esercente la potesta’ di genitore sulla figlia minore M.

B., elettivamente domiciliati in ROMA, VIA VITTORIA COLONNA

40, presso lo studio dell’avvocato DANTE ENRICO, che li rappresenta e

difende unitamente all’avvocato FIORE STEFANO giusta delega a margine

del ricorso;

– ricorrenti –

contro

CIT ITALIA SPA;

– intimata –

avverso la sentenza n. 2262/2004 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

Sezione Quarta Civile, depositata il 12/05/2004; R.G.N. 6833/2001;

udita la relazione della causa svolta nella Udienza pubblica del

24/11/2009 dal Consigliere Dott. TALEVI Alberto;

udito l’Avvocato Stefano FIORE;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CICCOLO Pasquale Paolo Maria, che ha concluso per l’accoglimento del

ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Nell’impugnata decisione lo svolgimento del processo e’ esposto come segue.

“Con atto di citazione notificato in data 14 luglio 1997, F. R. e M.M., in proprio e quali titolari della ditta Meeting Point, evocavano in giudizio davanti al Tribunale di Roma la CIT Viaggi S.r.l. per sentirla condannare al pagamento, a titolo di risarcimento del danno, della somma di L. 1.100.000.000, o della diversa somma ritenuta di giustizia, con rivalutazione, interessi e vittoria di spese legali. Esponevano che, in data (OMISSIS) la Meeting Point aveva concluso un contratto con la CIT Viaggi S.r.l avente ad oggetto la fornitura di alloggi in camere da due o tre letti per 400 persone, dal (OMISSIS), e per ulteriori 100 persone dal (OMISSIS) in occasione dei campionati europei di calcio organizzati in (OMISSIS), l’organizzazione di due concerti e trasporti a terra per complessive 1.400 persone. L’importo complessivo dei servizi veniva fissato in LSt. 115.000, di cui il 20% (pari a LSt. 31.160) veniva versato dalla CIT Viaggi a titolo di acconto – caparra.

Con un separato accordo, la CIT Viaggi aveva concesso alla Meeting Point l’autorizzazione a raccogliere le prenotazioni (unitamente al prezzo) dei biglietti degli incontri di calcio fra i cittadini italiani presenti nel (OMISSIS). La Meeting Point aveva cominciato a dare regolarmente esecuzione al contratto, approntando gli alloggi ed affittando i bus, quando, in data (OMISSIS) la CIT comunicava di valer usufruire della clausola che permetteva la riduzione del 18% del numero degli alloggi da occupare. A seguito di contatti telefonici, con lettera del (OMISSIS) la CIT chiedeva di annullare il contratto, assumendo di aver ricevuto pochissime prenotazioni. Quindi la Meeting Point accettava in buona fede la risoluzione del contratto, trattenendo, a titolo di penali, l’acconto ricevuto di LSt. 31.160. Contestualmente la CIT confermava alla Meeting Point l’autorizzazione a continuare la raccolta delle prenotazioni dei biglietti delle partite di calcio fra gli italiani domiciliati in (OMISSIS). Sennonche’ il giorno successivo ((OMISSIS)) – assumeva la parte attrice – compariva un articolo sull’Unita’ nel quale veniva riportato un colloquio con un anonimo dirigente della CIT il quale asseriva che la CIT aveva risolto ogni rapporto commerciale con la Meeting Point anche per le notizie apprese sulla stampa (OMISSIS) circa presunti maltrattamenti subiti dai clienti della stessa. Alcuni giorni piu’ tardi ((OMISSIS)) compariva un articolo sul quotidiano “Il Giornale”, avente ad oggetto il fatto che la CIT aveva concluso un contratto per la vendita di biglietti con la societa’ gestita da due persone con precedenti per reati politici, nel quale un anonimo dirigente della CIT dichiarava che il motivo della disdetta dell’accordo era che la Meeting Point era legata ad una fascia politica estremista.

In seguito la CIT – sempre secondo la prospettazione attorea – diffondeva attraverso i principali organi di informazione notizie false, atte a screditare gravemente l’immagine della Meeting Point attraverso un comunicato stampa a pagamento pubblicato con grande risalto dai vari giornali ed una serie di dichiarazioni rese a vari quotidiani (La Repubblica, Gazzetta dello Sport, l’Unita’, la Gazzetta del Sud, il Messaggero, il Tempo). La diffusione di tali notizie false e scorrette produceva un grave appannamento dell’immagine commerciale dell’azienda, specialmente sul mercato italiano, dal quale proveniva il 60% della totalita’ dei clienti, determinando un calo del volume di affari con un danno per minori incassi valutabile in L. 1.100.000.000. Si costituiva in giudizio la convenuta CLT Viaggi S.r.l. opponendosi alla domanda di cui chiedeva il rigetto. In particolare la CIT opponeva che le prenotazioni di viaggio per gli europei di calcio si erano rilevate molto inferiori alle aspettative, per cui essa aveva cancellato gran parte dei pacchetti turistici prenotati, pagando forti penali con altre agenzie e vettori aerei con cui aveva concluso gli accordi relativi all’evento. In tale contesto, ed a causa dell’andamento negativo delle vendite, la CIT aveva deciso di risolvere il contratto con la Meeting Point, pagando la relativa penale di circa L. 75.000.000, senza aver usufruito di alcun servizio. La CIT respingeva, inoltre, l’accusa di aver organizzato una campagna di stampa allo scopo di danneggiare la Meeting Point poiche’ tale campagna stampa in effetti danneggiava la stessa CIT, accusata dai giornali di avere rapporti commerciali con due fascisti italiani latitanti in (OMISSIS).

Eccepiva che l’unico documento diffuso sulla stampa attribuibile alla CIT era il comunicato stampa emesso in data (OMISSIS) nel quale la CIT chiariva, con la massima trasparenza, le motivazioni esclusivamente commerciali per le quali aveva posto fine ad ogni rapporto con la Meeting Point. In ordine alla diffusione di notizie relative ai trascorsi politivi e giudiziari dei due titolari della Meeting Point, la CIT declinava ogni responsabilita’, trattandosi di fatti di dominio pubblico ed essendo tali notizie alimentate dagli stessi interessati poiche’ lo stesso M.M. aveva concesso una intervista al MESSAGGERO, pubblicata in data (OMISSIS) in cui dichiarava: “Non sono ne’ un pentito ne’ un dissociato. Sono piu’ che mai fascista”, aggiungendo che l’accusa di “botte ai clienti morosi e’ una montatura della lobby ebraica”. Prodotti documenti ed espletata prova testimoniale, la causa veniva trattenuta in decisione.

Con sentenza n. 28626/2000 l’adito Tribunale di Roma preliminarmente riteneva che, con l’accordo transattivo intervenuto tra le parti a seguito del recesso unilaterale della CIT, si fosse risolto il contratto di fornitura, nonche’ cessata al riguardo la materia del contendere per mancata impugnazione dell’accordo stesso da parte degli attori, che avevano incamerato, a mo’ di penale, l’acconto ex adverso versato; riteneva che il clamore giornalistico, riconducibile a comportamenti individuali di terzi, non fosse ascrivibile alla C.I.T., ed inoltre escludeva che gli attori potessero dolersi del comunicato pubblicato dalla C.I.T. sulla stampa in data (OMISSIS), non ravvisando in esso, in definitiva, espressioni capaci di incidere sulla reputazione della MEETING POINT ed, in particolare rilevando che se i titolari della Meeting Point hanno ricavato un pregiudizio economico dalla diffusione di notizie, peraltro di pubblico dominio, riguardanti i loro trascorsi giudiziari ed i conti ancora aperti con la giustizia italiana, la responsabilita’ di tali pregiudizi non puo’ che ricadere su essi stessi che ne sono la causa; pertanto rigettava la domanda attorea e condannava gli attori alle spese.

Proponeva appello F.R. e S.C. ved.

M., in proprio e nelle rispettive qualita’ specificate in epigrafe, censurando con articolato motivo l’impugnata sentenza affetta, in taluni passi da totale travisamento dei fatti e dei principi di diritto applicabili, insistendo nell’affermare la responsabilita’ civile della CIT VIAGGI, sia a norma dell’art. 2043 c.c., poiche’ le dichiarazioni riportate sono direttamente riconducibili alla CJT in se’, sia, in ogni caso, in base all’art. 2049 c.c. poiche’, a quest’ultimo riguardo, almeno in un caso (art. La Repubblica), e’ stato compiutamente identificato l’autore delle dichiarazioni alla stampa, che e’ risultato essere il Direttore delle relazioni esterne della CIT, N.M.. Lamentavano inoltre gli appellanti l’affermazione – erronea – del primo giudice concernente la mancata incidenza sulla reputazione della Meeting Point del Comunicato Stampa della CIT, nonche’ l’altra affermazione che, comunque, un eventuale pregiudizio dovesse farsi risalire ai precedenti avuti dai titolari della medesima ditta con la giustizia italiana, avviso questo non sorretto – interpretando utilmente la doglianza – da logica argomentazione. Gli appellanti, pertanto, concludevano come in epigrafe.

Resisteva l’appellata che invocava il rigetto dell’avverso gravame e spiegava appello incidentale per la modifica delle – non gradite – motivazioni a sostegno del pronunciato rigetto dell’avversa domanda, ritenute dall’appellata non sufficientemente liberatorie ed esaustive…”.

Con sentenza depositata il 12.5.2004 la Corte d’Appello di Roma, definitivamente pronunciando, provvedeva come segue. “…1) rigetta l’appello principale;

2) dichiara assorbito quello incidentale;

3) condanna gli appellanti principali a rimborsare all’appellata le spese del grado nella misura complessiva di Euro 5.100,00 (cinquemilacento/00) di cui Euro 100,00 per spese, Euro 2.000,00 per diritti ed Euro 3.000,00 per onorari oltre a rimborso spese generali, IVA e Cassa Previdenza Avvocati come per legge.”.

Contro questa decisione hanno proposto ricorso per Cassazione “… F.R. in proprio e quale titolare della ditta commerciale MEETING POINT e S.C. ved. M., la quale agisce in qualita’ di erede di M.M. ed esercente la potesta’ di genitore sulla figlia minore M.B….”.

La controparte intimata non ha svolto attivita’ difensiva.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo i ricorrenti denunciano ex “Art. 360 c.p.c., n 5 in relazione all’art. 2043 c.c. – Omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia prospettato dagli appellanti” esponendo che la Corte d’Appello ha definito il comunicato CIT “un’asettica, equilibrata e meramente storica esposizione della vicenda, scevra di espressioni negative per la controparte”, disattendendo completamente, senza darne il minimo conto, le doglianze degli appellati, e cioe’, in sintesi, che la CIT:

– aveva riferito falsamente che il contratto con Meeting Point era stato disdettato in toto sin dal (OMISSIS) (informazione bugiarda, perche’ il contratto era stato consensualmente risolto e perche’ comunque proseguiva per la fornitura dei biglietti delle partite del Campionato europeo);

– aveva inoltre riferito falsamente che il contratto escludeva tassativamente la possibilita’ di vendere i biglietti delle partite, circostanza documentalmente smentita;

– aveva sottolineato maliziosamente che la disdetta era da addebitare al poco significativo andamento della vendita dei servizi Meeting Poit, mentre in giudizio e’ risultato che la disdetta fu richiesta dalla CIT perche’ non era riuscita a raccogliere un numero di prenotazioni sufficiente e

PQM

per tale motivo

una penale alla Meeting Point. Anche all’osservazione che il comunicato della controparte lasciava credere che la Meeting Point si fosse mossa al di fuori degli accordi e, ai contempo, non avesse efficacemente adempiuto i compiti affidatile, la Corte non ha dato risposta.

Il primo motivo non puo’ essere accolto in quanto la decisione e’ fondata su argomentazioni che si sottraggono al sindacato di legittimita’ essendo sufficienti (in realta’ valutano esplicitamente od implicitamente tutte le problematiche predette sotto tutti i profili rilevanti), logiche, non contraddittorie e rispettose della normativa in questione.

Con il secondo motivo i ricorrenti denunciano ex “Art. 360 c.p.c., n. 3 – Art. 360 c.p.c., n. 5 in relazione all’art. 3 Cost. e all’art. 2043 c.c. Violazione di norme di diritto – Omessa e contraddittoria motivazione” esponendo che del tutto apodittico e fuorviante (nonche’ errato in diritto) e’ l’inciso con il quale la corte fa riferimento a un articolo apparso sulla stampa inglese che avrebbe riportato i precedenti giudiziali di F. e M., dal quale la Corte evince la considerazione che “in (OMISSIS) il discredito di cui ora si dolgono era gia’ in atto da tempo”.

Il motivo e’ inammissibile poiche’ l’argomentazione in questione e’ stata esposta dalla Corte ad abundantiam (su ogni punto rilevante della controversia sono altre le vere rationes decidendi), e va confermato il seguente principio di diritto: “E’ inammissibile in sede di legittimita’ il motivo di ricorso che censuri un’argomentazione della sentenza impugnata svolta ad abundantiam e, pertanto, non costituente una ratio decidendi della medesima.

Infatti, un’affermazione siffatta contenuta nella sentenza di appello, che non abbia spiegato alcuna influenza sul dispositivo della stessa, essendo improduttiva di effetti giuridici, non puo’ essere oggetto di ricorso per Cassazione, per difetto di interesse” (Cass. Sentenza n. 13068 del 05/06/2007; Cass. Sentenza n. 4053 del 19/02/2009; e Cass. Sentenza n. 8676 del 09/04/2009).

Con il terzo motivo i ricorrenti denunciano ex “Art. 360 c.p.c., n 5 in relazione all’art. 2043 c.c. Omessa e insufficiente motivazione” esponendo doglianze riassumibili nel modo seguente. La Corte ha disatteso senza alcuna motivazione le seguenti doglianze:

a) che la CIT non ha mai smentito in alcuna sede le affermazioni attribuite ai propri funzionari, riportate da vari autorevoli quotidiani (L’Unita’, 11 Messaggero, Il Giornale, La Repubblica);

b) che, almeno nel caso del N. (La Repubblica) l’identificazione vi era stata e aveva raggiunto il “portavoce” della societa’. Ogni societa’ si esprime nei confronti del mondo esterno per mezzo di persone fisiche e fintanto che queste operano nell’ambito delle attivita’ proprie della societa’ (e non uti singuli e per scopi privati), la responsabilita’ ricade in ogni caso sulla societa’, salvo prova contraria. Dunque, e’ quantomeno singolare che il responsabile delle relazioni esterne (ossia colui che ha per compito statutario di manifestare all’esterno la volonta’, il “pensiero” e le prese di posizione della societa’) non sia considerato “organo” abilitato o legittimato a porre in essere all’esterno la volonta’ e a “impegnare la responsabilita’” della CIT. Il terzo motivo e’ privo di pregio la decisione e’ fondata su argomentazioni che (quando non sono addirittura inammissibili poiche’, al di la’ della formale prospettazione, si basano in realta’ semplicemente su una diversa valutazione delle risultanze processuali; cfr. Cass. n. 9234 del 20/04/2006; Sentenza n. 18119 del 02/07/2008; Cass. Sentenza n. 42 del 07/01/2009) si sottraggono al sindacato di legittimita’ essendo sufficienti (in realta’ valutano esplicitamente od implicitamente tutte le problematiche predette sotto tutti i profili rilevanti), logiche, non contraddittorie e rispettose della normativa in questione.

Con il quarto motivo la ricorrente denuncia ex “Art 360 c.p.c., n. 3 in relazione all’art. 163 c.p.c., n. 4 e all’art. 2049 c.c.. Erronea interpretazione di norme di legge” esponendo censure da riassumere come segue. Quanto alla responsabilita’ ex art. 2049 c.c. la Corte conclude perentoriamente che la domanda e’ nuova e pertanto inammissibile in grado drappello; errando per due motivi:

– a) Sin dall’atto di citazione, gli attori hanno chiaramente esposto i fatti, delineando anche il profilo di responsabilita’ in questione;

e’ arbitrario considerare la domanda attrice esclusivamente sotto il profilo dell’art. 2043 c.c., perche’ nessuna specifica indicazione fornirono gli attori in tal senso, intendendo evidentemente agire in base a tutti i profili di responsabilita’ extracontrattuale; la pretesa mancata individuazione fisica degli autori delle dichiarazioni oggetto di doglianza era del tutto irrilevante, poiche’ l’autorevolezza delle testate e l’ampio risalto avuto dagli articoli senza che la CIT Viaggi effettuasse alcuna smentita del loro contenuto, era prova di per se’ sufficiente che le interviste erano vere. Oltretutto, per il N. (v. sopra) l’identificazione vi era stata;

– b) In ogni caso, la specificazione contenuta nell’atto di appello non costituisce affatto domanda nuova, essendo basata sulle medesime, identiche circostante di fatto. In realta’ non solo non sono mutati i fatti costitutivi, ma nemmeno la prospettazione giuridica.

Anche il quarto motivo e’ privo di pregio poiche’ le argomentazioni del Giudicante si sottraggono al sindacato di legittimita’ essendo sufficienti, logiche, non contraddittorie e rispettose della normativa in questione.

In particolare va anzitutto confermato il seguente principio di diritto: “In sede di legittimita’ occorre tenere distinta l’ipotesi in cui si lamenti l’omesso esame di una domanda, o la pronuncia su una domanda non proposta, dal caso in cui si censuri l’interpretazione data dal giudice di merito alla domanda stessa:

solo nel primo caso si verte propriamente in tema di violazione dell’art. 112 c.p.c., per mancanza della necessaria corrispondenza tra chiesto e pronunciato, prospettandosi che il giudice di merito sia incorso in un “error in procedendo”, in relazione al quale la Corte di Cassazione ha il potere – dovere di procedere all’esame diretto degli atti giudiziari, onde acquisire gli elementi di giudizio necessari ai fini delle pronuncia richiestale; nel caso in cui venga invece in considerazione l’interpretazione del contenuto o dell’ampiezza della domanda, tali attivita’ integrano un accertamento in fatto, tipicamente rimesso al giudice di merito, insindacabile in cassazione salvo che sotto il profilo della correttezza della motivazione della decisione impugnata sul punto. (Cass. Sentenza n. 20373 del 24/07/2008).

Cio’ premesso, e’ chiaro che le doglianze in esame concernono anzitutto l’interpretazione data dalla Corte alle circostanze di fatto poste dagli attori a base delle proprie domande fin dall’atto di citazione. Secondo detto Giudice non vi e’ stata la chiara e precisa prospettazione di circostanze di fatto idonee a fondare la responsabilita’ ex art. 2049 c.c. mediante una “…formulazione chiara ed esaustiva…” nonche’ idonea a “… consentire sulla domanda proposta il regolare contraddittorio di merito e garantire alla controparte la dovuta difesa…”; in altre parole non vi e’ stata una rituale formulazione in fatto della causa petendi in questione; e cio’ per una serie di considerazioni puntualmente indicate in sentenza.

Si e’ chiaramente di fronte ad una motivazione immune dai vizi lamentati (sia logici che giuridici).

Le residue doglianze debbono poi ritenersi (prima ancora che prive di pregio per la ragione ora esposta) inammissibili in quanto, al di la’ della formale prospettazione, si basano in realta’ semplicemente su una diversa valutazione delle risultanze processuali.

Non rimane dunque che rigettare il ricorso.

Non si deve provvedere sulle spese dato che la controparte non ha svolto attivita’ difensiva.

P.Q.M. LA CORTE Rigetta il ricorso; nulla per le spese.

Cosi’ deciso in Roma, il 24 novembre 2009.

Depositato in Cancelleria il 12 febbraio 2010

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