Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 33483 del 11/11/2021

Cassazione civile sez. VI, 11/11/2021, (ud. 24/06/2021, dep. 11/11/2021), n.33483

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Presidente –

Dott. BERTUZZI Mario – Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – Consigliere –

Dott. TEDESCO Giovanni – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 8249-2019 proposto da:

M.G., quale difensore di se stesso;

– ricorrente –

contro

P.N., quale difensore di se stesso;

– controricorrente –

e

A.C.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 5/2019 della CORTE d’APPELLO di LECCE – SEZ.

DIST. Di TARANTO, depositata il 7/1/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

24/06/2021 dal Consigliere Dott. MAURO CRISCUOLO;

Lette le memorie depositate dal ricorrente.

 

Fatto

MOTIVI IN FATTO ED IN DIRITTO DELLA DECISIONE

Il Tribunale di Taranto con la sentenza n. 2125 del 2015 ordinava a M.G. ed A.C. il ripristino dello stato dei luoghi, mediante la chiusura delle luci che erano state aperte sul muro di separazione dell’appartamento dei convenuti dal terrazzo di proprietà di P.N. all’interno del villaggio (OMISSIS).

Secondo il Tribunale la situazione dedotta dall’attore era qualificabile come possesso e la stessa era stata lesa dalla condotta dei convenuti che avevano aperto nel detto muro di separazione due aperture lucifere a servizio dei due servizi igienici presenti nell’appartamento degli stessi convenuti.

Avverso tale sentenza proponeva appello M.G. con la costituzione adesiva di A.C., mentre l’appellato P.N. insisteva per il rigetto del gravame. La Corte d’Appello di Lecce – sezione distaccata di Taranto con la sentenza n. 5 del 7 gennaio 2019 rigettava l’appello rilevando che la gran parte delle contestazioni mosse dagli appellanti costituivano eccezioni nuove precluse ex art. 345 c.p.c.

Inoltre, risultava che il contraddittorio era stato correttamente istaurato, che il ricorrente aveva proposto non solo azione di spoglio ma anche azione di manutenzione ed in particolare che il disagio arrecato dalle aperture consisteva in emanazioni (esalazioni e rumori) che provenendo dall’appartamento dei convenuti (in particolare da vani adibiti a servizi igienici) attraverso di esse investono il terrazzo in possesso dell’attore, possesso pacifico (essendo quindi irrilevante la disamina delle tabelle millesimali che attengono invece al diverso profilo della proprietà, e che in ogni caso confermavano la titolarità del terrazzo in capo al P.).

Avverso tale sentenza propone ricorso M.G. sulla base di un motivo, illustrato da memorie.

P.N. resiste con controricorso.

A.C. non ha svolto difese in questa fase.

Il motivo di ricorso denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 1170 c.c. atteso l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, oggetto di discussione tra le parti.

Assume il ricorrente che la Corte distrettuale avrebbe omesso di valutare la serietà e la rilevanza delle molestie arrecate per effetto delle aperture oggetto di causa, in quanto non sarebbero state considerate la natura e la conformazione dei finestrini, la presenza ultraventennale di due estrattori elettrici posti sulla parete ancor prima che il P. acquistasse l’appartamento a confine con il terrazzo a tutela del cui possesso ha agito.

Come si ricava in maniera evidente dalla lettura del motivo, la censura di violazione di legge non può prescindere dalla previa verifica dell’effettività della ricorrenza del vizio di cui al n. 5 dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

A pag. 13, infatti, il ricorrente mostra consapevolezza del costante principio per il quale la valutazione della situazione di fatto cui è correlata la concessione della tutela possessoria è rimessa all’apprezzamento del giudice di merito, sulla scorta delle risultanze istruttorie e come tale non è suscettibile di sindacato in sede di legittimità (cfr. in tal senso già a partire da Cass. n. 5552/1978).

Deve, quindi, reputarsi che la doglianza investa essenzialmente l’apprezzamento dei fatti, lamentandosi che il giudice di appello non avrebbe valutato la documentazione fotografica, le caratteristiche delle luci, l’esistenza di due estrattori elettrici in grado di elidere il pregiudizio provocato dalle aperture e che ciò si sarebbe ripercosso sia sulla valutazione delle molestie sia sull’esistenza di immissioni non tollerabili.

Già tale allegazione denota come la critica formulata esuli dal campo di applicazione del novellato art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, avendo questa Corte chiarito come l’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, riformulato dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, abbia introdotto nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia). Pertanto, l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sé, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorché la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie (Cass. Sez. U, 07/04/2014, n. 8053). Costituisce, pertanto, un “fatto”, agli effetti dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, non una “questione” o un “punto”, ma un vero e proprio “fatto”, in senso storico e normativo, un preciso accadimento ovvero una precisa circostanza naturalistica, un dato materiale, un episodio fenomenico rilevante (Cass. Sez. 1, 04/04/2014, n. 7983; Cass. Sez. 1, 08/09/2016, n. 17761; Cass. Sez. 5, 13/12/2017, n. 29883; Cass. Sez. 5, 08/10/2014, n. 21152; Cass. Sez. U., 23/03/2015, n. 5745; Cass. Sez. 1, 05/03/2014, n. 5133. Non costituiscono, viceversa, “fatti”, il cui omesso esame possa cagionare il vizio ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5: le argomentazioni o deduzioni difensive (Cass. Sez. 2, 14/06/2017, n. 14802: Cass. Sez. 5, 08/10/2014, n. 21152);

gli elementi istruttori; una moltitudine di fatti e circostanze, o il “vario insieme dei materiali di causa” (Cass. Sez. L, 21/10/2015, n. 21439); le domande o le eccezioni formulate nella causa di merito, ovvero i motivi di appello, i quali rappresentano, piuttosto, i fatti costitutivi della “domanda” in sede di gravame, e la cui mancata considerazione perciò integra la violazione dell’art. 112 c.p.c., il che rende ravvisabile la fattispecie di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, e quindi impone un univoco riferimento del ricorrente alla nullità della decisione derivante dalla relativa omissione, dovendosi, invece, dichiarare inammissibile il gravame allorché sostenga che la motivazione sia mancante o insufficiente o si limiti ad argomentare sulla violazione di legge (Cass. Sez. 2, 22/01/2018, n. 1539; Cass. Sez. 6 – 3, 08/10/2014, n. 21257; Cass. Sez. 3, 29/09/2017, n. 22799; Cass. Sez. 6 – 3, 16/03/2017, n. 6835).

La maggior parte delle critiche investe direttamente il concreto apprezzamento dei fatti che il giudice di merito ha ritenuto legittimassero la concessione della tutela possessoria, ed in altra parte richiama circostanze prive della decisività (come la presenza degli estrattori), avendo la sentenza fatto riferimento alla molestia scaturente, non solo dalle esalazioni provenienti dai servizi igienici del ricorrente, ma anche dai rumori, che di certo gli estrattori non possono sopprimere.

Ma ancor più a monte rileva la stessa inammissibilità della censura di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, atteso che alla fattispecie risulta applicabile (trattandosi di giudizio di appello introdotto in data successiva all’11 settembre 2012) la previsione di cui all’art. 348 ter c.p.c., u.c., che preclude la deducibilità del richiamato vizio nel caso in cui la sentenza di appello abbia confermato quella di primo grado sulla scorta delle stesse ragioni inerenti alle questioni di fatto, poste a base della decisione impugnata.

Ne’ nella vicenda appare correttamente richiamato il principio, come invece sostenuto dal ricorrente, secondo cui la disposizione di cui all’art. 348 ter c.p.c., u.c., in base alla quale non sono impugnabili per omesso esame di fatti storici le sentenze di secondo grado in ipotesi di c.d. doppia conforme, presuppone che nei due gradi di merito le “questioni di fatto” siano state decise in base alle “stesse ragioni”, sicché la preclusione non opera nel caso in cui l’istruzione probatoria sia del tutto mancata (Cass. n. 29222/2019), posto che il motivo di ricorso, lungi dall’invocare la manata considerazione di prove articolate e non ammesse, contesta il concreto apprezzamento delle prove raccolte, ed in particolare di quelle fornite dallo stesso ricorrente (cfr. pag. 21 del ricorso) e consistenti nei rilievi fotografici, il che esclude che ricorra l’ipotesi in cui eccezionalmente è ammessa la deduzione del vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, anche in presenza di una cd. doppia conforme (mentre solo nelle memorie si fa riferimento a diverse richieste di prova, nemmeno peraltro specificate in ricorso e nella memoria al fine di consentirne la valutazione di decisività).

Come ribadito a pag. 4 della memoria, si addebita al giudice di appello di essere incorso in un travisamento della prova il che comporta che lo stesso, che presuppone la constatazione di un errore di percezione o ricezione della prova da parte del giudice di merito, ritenuto valutabile in sede di legittimità qualora dia luogo ad un vizio logico di insufficienza della motivazione, non è più deducibile a seguito della novella apportata all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, conv. dalla L. n. 134 del 2012, che ha reso inammissibile la censura per insufficienza o contraddittorietà della motivazione, sicché “a fortiori” se ne deve escludere la denunciabilità in caso di cd. “doppia conforme”, stante la preclusione di cui all’art. 348-ter c.p.c., u.c. (Cass. n. 24395/2020).

Il ricorso deve pertanto essere dichiarato inammissibile.

Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.

Nulla a disporre quanto alle spese per la parte rimasta intimata.

Poiché il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed è dichiarato inammissibile, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2013), che ha aggiunto al T.U. di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, il comma 1-quater – della sussistenza dei presupposti processuali dell’obbligo di versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.

PQM

Dichiara il ricorso inammissibile e condanna il ricorrente al rimborso delle spese in favore del controricorrente che liquida in complessivi Euro 3.200,00 di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali pari al 15 % sui compensi, ed accessori come per legge;

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti processuali per il versamento di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato per il ricorso principale a norma dello stesso art. 13, art. 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 24 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 11 novembre 2021

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