Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 33472 del 27/12/2018

Cassazione civile sez. trib., 27/12/2018, (ud. 14/11/2018, dep. 27/12/2018), n.33472

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CAMPANILE Pietro – Presidente –

Dott. LOCATELLI Giuseppe – Consigliere –

Dott. CRUCITTI Roberta – rel. Consigliere –

Dott. GIUDICEPIETRO Andreina – Consigliere –

Dott. FEDERICI Francesco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliato in Roma, via dei Portoghesi 12 preso gli

Uffici dell’Avvocatura Generale di Stato dalla quale è

rappresentato e difeso.

– ricorrente –

contro

C.B., elettivamente domiciliato in Roma, via G.

Gioacchino Belli 27 presso lo studio dell’Avv. Paolo Mereu che lo

rappresenta e difende unitamente e disgiuntamente all’Avv. Maria

Teresa Armosino per procura in calce al controricorso.

– controricorrente –

per la cassazione della sentenza n. 24/05/2011 della Commissione

tributaria regionale del PIEMONTE, depositata il 3 marzo 2011.

Udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

14 novembre 2018 dal relatore Cons. Roberta Crucitti.

Fatto

RITENUTO

che:

l’Amministrazione finanziaria, con distinti avvisi di accertamento e sulla base dell’applicazione degli studi di settore, rettificò, ai fini IVA, IRPEF e IRAP, le dichiarazioni dei redditi presentate negli anni dal 2001 al 2004 da C.B., esercente attività di autotrasporto;

i ricorsi, proposti dal contribuente, avverso gli atti impositivi, vennero, previa riunione, accolti dall’adita C.T.P. e la decisione, appellata dall’Agenzia delle entrate, è stata confermata, con la sentenza indicata in epigrafe, dalla Commissione tributaria regionale del Piemonte (d’ora in poi C.T.R.);

in particolare, il Giudice di appello, premesso il valore meramente presuntivo delle risultanze degli studi di settore, riteneva che il contribuente avesse fornito prove idonee per la disapplicazione degli standards quali: il valore patrimoniale esiguo dei quattro autocarri, l’assenza di dipendenti e la mancata emersione dell’impiego di lavoratori “in nero”;

avverso la sentenza propone ricorso, su tre motivi, l’Agenzia delle Entrate;

C.B. resiste con controricorso ulteriormente illustrato con il deposito di memoria.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. con il primo motivo l’Agenzia delle entrate deduce la violazione e falsa applicazione di legge (D.L. n. 331 del 1983, artt. 62 bis e 62 sexies; artt. 2727-2729 c.p.c.) laddove la C.T.R. aveva ritenuto fornita dal contribuente prova idonea a superare gli studi di settore, attraverso una mera presunzione semplice e non attraverso fatti;

2. con il secondo e con il terzo motivo (articolato in subordine al secondo) si deduce insufficiente motivazione sul fatto decisivo costituito dalla dimostrazione dell’utilizzo non normale/saltuario degli automezzi, il cui numero eccedeva quello degli addetti all’impresa del contribuente;

2.1. le censure, vertenti sulla stessa questione, possono esaminarsi congiuntamente;

2.2. va ribadito che “i parametri o studi di settore previsti dalla L. n. 549 del 1995, art. 3, commi 181 e 187, rappresentando la risultante dell’estrapolazione statistica di una pluralità di dati settoriali acquisiti su campioni di contribuenti e dalle relative dichiarazioni, rilevano valori che, quando eccedono il dichiarato, integrano il presupposto per il legittimo esercizio da parte dell’Ufficio dell’accertamento analitico-induttivo, del D.P.R. n. 600 del 1973, ex art. 39,comma 1, lett. d, che deve essere necessariamente svolto in contraddittorio con il contribuente, sul quale, nella fase amministrativa e, soprattutto, contenziosa, incombe l’onere di allegare e provare, senza limitazioni di mezzi e di contenuto, la sussistenza di circostanze di fatto tali da allontanare la sua attività dal modello normale al quale i parametri fanno riferimento, sì da giustificare un reddito inferiore a quello che sarebbe stato normale secondo la procedura di accertamento tributario standardizzato, mentre all’ente impositore fa carico la dimostrazione dell’applicabilità dello “standard” prescelto al caso concreto oggetto di accertamento” (v. Cass. Sez. 5, n. 30370 del 18/12/2017 che richiama Sez. 5 Sentenza n. 14288 del 13/07/2016);

2.3. tali principi, peraltro, erano già stati affermati da Cass. n. 10242 del 26 aprile 2017: “L’ufficio che procede ad accertamento dell’imposta sui redditi ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 1, lett. d), avvalendosi, ai sensi della L. n. 549 del 1995, art. 3, comma 181, dei parametri per la determinazione presuntiva dei ricavi, dei compensi e del volume d’affari previsti dal successivo comma 184, e poi specificati dal D.P.C.M. 29 gennaio 1996, non deve apportare alcun elemento atto a confortare il proprio diverso accertamento, perchè quelli considerati nell’elaborazione dei parametri stessi e l’applicazione di questi ai dati esposti dal singolo contribuente hanno già i caratteri della presunzione legale, quali richiesti dall’art. 2728 c.c., comma 1 e sono, di per sè, idonei a fondare un corrispondente accertamento, restando comunque consentito al contribuente di provare, anche con presunzioni, la cui valutazione è rimessa al prudente apprezzamento del giudice, l’inapplicabilità dei parametri alla sua posizione reddituale”;

2.4. posto, in condivisione dei superiori principi, che il contribuente può avvalersi di presunzioni al fine di contestare l’applicabilità degli standards, la sentenza impugnata ha fatto corretta applicazione delle norme di legge, rilevanti nella specie, così come interpretate da questo Giudice di legittimità;

2.5. nè si ravvisano i dedotti vizi motivazionali giacchè la C.T.R. ha valorizzato tutte le circostanze fattuali sottoposte al suo esame, ritenendo le allegazioni fornite dal contribuente prove idonee a scalfire la presunzione degli standards sotto tutti i profili dedotti (ivi compresa la prospettata anti economicità dell’attività di impresa) privilegiando il valore patrimoniale esiguo degli autocarri, l’uso saltuario degli stessi, giustificato dalla particolare attività (trasporto per conto di aziende vinicole durante il periodo della vendemmia), la mancata prospettazione di impiego di lavoratori “in nero”, cosicchè i mezzi di impugnazione appaiono tesi, in realtà, a rivedere inammissibilmente l’accertamento in fatto operato dal Giudice di merito;

3. ne consegue il rigetto del ricorso con condanna dell’Agenzia delle entrate, soccombente, al pagamento in favore del controricorrente alle spese processuali nella misura liquidata in dispositivo.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso.

Condanna l’Agenzia delle entrate alla refusione, in favore del controricorrente, delle spese processuali che liquida in complessivi Euro 7.200,00 oltre rimborso spese forfetarie nella misura del 15% e accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 14 novembre 2018.

Depositato in Cancelleria il 27 dicembre 2018

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