Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3344 del 12/02/2010

Cassazione civile sez. I, 12/02/2010, (ud. 09/12/2009, dep. 12/02/2010), n.3344

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VITTORIA Paolo – Presidente –

Dott. SALVAGO Salvatore – Consigliere –

Dott. CECCHERINI Aldo – Consigliere –

Dott. NAPPI Aniello – Consigliere –

Dott. SCHIRO’ Stefano – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

V.L.A., domiciliato in Roma, Via M. Dionigi 57, presso

l’avv. C. De Curtis, rappresentato e difeso dall’avv. PAGLIA A., come

da mandato in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Ministero della Giustizia, domiciliato in Roma, Via dei Portoghesi

12, presso l’Avvocatura Generale dello Stato, che per legge lo

rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso il decreto n. 6979/2007 della Corte d’appello di Roma,

depositato il 2 ottobre 2007;

Sentita la relazione svolta dal Consigliere Dott. Aniello Nappi;

Udite le conclusioni del P.M., Dr. GOLIA Aurelio, che ha chiesto il

rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con il decreto impugnato la Corte d’appello di Roma ha condannato il Ministero della Giustizia al pagamento della somma di Euro 2.100,00 in favore di V.L.A. che aveva proposto domanda di equa riparazione per la durata irragionevole di una procedura fallimentare apertasi a suo carico con sentenza di fallimento del (OMISSIS) e conclusa il (OMISSIS).

Ricorre per cassazione V.L.A. e deduce violazione di legge e vizio di motivazione nella determinazione dell’indennizzo.

Resiste con controricorso il Ministero della Giustizia, che ha eccepito l’inammissibilità della domanda, in quanto per la medesima causa risulta già proposta richiesta, alla Corte di Strasburgo.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Va innanzitutto rilevato che è infondata l’eccezione di inammissibilità della domanda di V.L.A..

Infatti la presentazione della medesima domanda alla Corte europea non costituisce di per sè causa di inammissibilità della sua proposizione anche dinanzi al giudice italiano, quando la corte sovranazionale non si sia pronunciata. Anzi, “secondo la disciplina transitoria dettata dalla L. 24 marzo 2001, n. 89, art. 6, la parte ha l’onere di dimostrare di avere preventivamente e tempestivamente proposto il ricorso davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo, costituendo tale fatto un presupposto processuale per l’esercizio dell’azione; una volta fornita siffatta dimostrazione, l’esistenza di un’eventuale già intervenuta pronuncia della predetta Corte europea sulla ricevibilità del ricorso costituisce fatto impeditivo della pretesa azionata davanti al giudice nazionale, che, in applicazione delle regole ordinarie sulla ripartizione dell’onere probatorio, deve essere provato dall’amministrazione resistente” (Cass., sez. 1^, 16 agosto 2006, n. 18170, m. 592483).

Incombeva pertanto all’amministrazione provare che vi fosse stata già una pronuncia preclusiva da parte del giudice sopranazionale.

2. Il ricorso peraltro è parzialmente fondato. Secondo la giurisprudenza di questa Corte, infatti, “i giudice investito della domanda di equa riparazione del danno derivante dalla irragionevole durata del processo, ai sensi della L. 24 marzo 2001, n. 89, deve preliminarmente accertare se sia stato violato il termine di ragionevole durata, identificando puntualmente quale sia la misura della durata ragionevole del processo in questione, essendo questo un elemento imprescindibile, logicamente e giuridicamente preliminare, per il corretto accertamento dell’esistenza del danno e per l’eventuale liquidazione dell’indennizzo” (Cass., sez. 1^, 9 settembre 2005, n. 17999, m. 584619).

Nel caso in esame i giudici del merito, considerata la complessità del caso e l’esigenza di liquidare beni mobili e immobili siti anche in (OMISSIS), hanno determinato in cinque anni la durata ragionevole della procedura e, quindi, in tre anni e tre mesi l’eccedenza irragionevole della sud durata.

Il ricorrente censura queste valutazioni e chiede che nella durata della procedura vada inclusa anche la fase prefallimentare, protrattasi per circa undici mesi. Ma si tratta di censure infondate e attinenti al merito della decisione impugnata, che non sono deducibili nel giudizio di legittimità. Secondo la giurisprudenza di questa corte, infatti, “la violazione del diritto alla ragionevole durata del processo, riconosciuto dal paragrafo 6 della Convenzione europea dei diritti, dell’uomo e dalla L. 24 marzo 2001, n. 89, va accertata, in materia fallimentare, distintamente con riguardo alla procedura prefallimentare, volta alla dichiarazione dei fallimento, ed a quella fallimentare, volta alla realizzazione dell’esecuzione concorsuale. Con riferimento a quest’ultima – il cui “dies a quo” coincide con la data della sentenza di fallimento ed il “dies ad quem” con il momento in cui diviene definitivo il decreto di chiusura della procedura concorsuale – deve escludersi che la valutazione del termine di ragionevole durata vada effettuata con esclusivo riferimento al tempo impegnato nella distribuzione dell’attivo ai creditori, senza tener conto di quello oggettivamente trascorso nella definizione dei procedimenti incidentali o, comunque, connessa, avviati dal curatore per il recupero di attività alla massa” (Cass., sez. 1^, 10 novembre 2006, n. 24040, m. 594619, Cass., sez. 1^, 23 settembre 2005, n. 18687, m. 584063).

Inoltre, “non essendo possibile predeterminare astrattamente la ragionevole durata del fallimento, il giudizio in ordine alla violazione del relativo termine richiede un adattamento dei criteri previsti dalla L. 24 marzo 2001, n. 89, e quindi un esame delle singole fasi e dei subprocedimenti in cui la procedura si è in concreto articolata, come appurare se le corrispondenti attività siano state svolte senza inutili dilazioni o abbiano registrato periodi di stallo non determinati da esigenze ben specifiche e concrete, finalizzate al miglior soddisfacimento dei creditori concorsuali. A tal fine, occorre tener conto innanzitutto del numero dei soggetti falliti, della quantità dei creditori concorsuali, delle questioni indotte dalla verifica dei crediti, delle controversie giudiziarie innestatesi nel fallimento, dell’entità dei patrimonio da liquidare e della consistenza delle operazioni di riparto. Secondariamente, chi ritiene che il notevole protrarsi della procedura sia dipeso da la condotta dei suoi organi ne deve provare l’inerzia ingiustificata o la neghittosità nello svolgimento delle varie attività di rispettiva pertinenza, o nel seguire i processi che si siano innestati nel tronco della procedura” (Cass., sez. 1^, 2 aprile 2008, n. 8497, m. 602813).

Errata è invece la determinazione dell’indennizzo in soli Euro 2.100,00 dal momento che la giurisprudenza ha “individuato nell’importo compreso tra Euro 1.000,00 ed Euro 1.500,00 la base di calcolo dell’indennizzo per ciascun anno in relazione al danno non patrimoniale, da quantificare poi in concreto avendo riguardo alla natura e alle caratteristiche di ciascuna controversia” (Cass., sez. 1^, 26 gennaio 2006, n. 1630, m. 585927). E in realtà, avuto riguardo appunto per la natura e per le caratteristiche della controversia, la Corte ritiene che l’indennizzo possa essere ridotto anche a Euro 750,00 per anno, ma solo per i primi tre anni di ritardo, mentre il limite minimo di mille euro per anno vada di regola rispettato per i ritardi ulteriori. Il decreto impugnato va pertanto cassato. Tuttavia, non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, la cassazione può essere disposta senza rinvio e l’indennizzo determinato in Euro 3.000,00. Le spese seguono la soccombenza e sono a carico dell’amministrazione.

PQM

La Corte, in accoglimento del ricorso, cassa il decreto impugnato e, decidendo nel merito, condanna il Ministero della Giustizia al pagamento in favore di V.L.A. della somma di Euro 3.000,00 oltre interessi legali dalla domanda, nonchè al pagamento delle spese processuali, liquidando in complessivi Euro 875,00 (Euro 445,00 per onorari, Euro 380,00 per diritti, Euro 50,00 per esborsi) le spese della fase di merito, in complessivi Euro 425,00 di cui Euro 325,00 per onorari, oltre spese generali e accessori come per legge, le spese della fase di legittimità, con distrazione in favore del difensore antistatario.

Così deciso in Roma, il 9 dicembre 2009.

Depositato in Cancelleria il 12 febbraio 2010

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