Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 33424 del 17/12/2019

Cassazione civile sez. II, 17/12/2019, (ud. 09/07/2019, dep. 17/12/2019), n.33424

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. SAN GIORGIO Maria Rosa – Consigliere –

Dott. CARRATO Aldo – rel. Consigliere –

Dott. PICARONI Elisa – Consigliere –

Dott. CASADONTE Annamaria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso (iscritto al N. R.G. 24957/’15) proposto da:

D.M.C. (C.F.: (OMISSIS)), rappresentata e difesa, in virtù

di procura speciale apposta a margine del ricorso, dagli Avv.ti

Danovi Remo, Mario Battaglia e Francesco Giorgianni ed elettivamente

domiciliata presso lo studio del terzo, in Roma, v. Sistina, 42;

– ricorrente –

contro

N.M.G. (C.F.: (OMISSIS)), D.M.S. (C.F.:

(OMISSIS)) e D.M.M. (C.F.: (OMISSIS)), in qualità di

eredi di De.Mo.Se., tutti rappresentati e difesi, in virtù

di procura speciale apposta in calce al controricorso, dall’Avv.

Giovanni Bassi ed elettivamente domiciliati presso lo studio

dell’Avv. Enrica Bastoni, in Roma, v. Anicia, 6;

– controricorrenti –

avverso la sentenza della Corte di appello di Milano n. 1819/2015,

depositata il 28 aprile 2015 (notificata il 16 luglio 2015);

Udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 9

luglio 2019 dal Consigliere Dott. CARRATO ALDO;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore

generale Dott. SGROI Carmelo, che ha concluso per l’accoglimento del

quinto motivo (per quanto di ragione) e per il rigetto nel resto del

ricorso;

uditi l’avvocato Mario Battaglia, per la ricorrente, e l’avvocato

Giovanni Bassi, per i controricorrenti.

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con citazione del settembre 2004 il sig. De.Mo.Se., sulla premessa di essere erede dei deceduti genitori per la quota complessivamente considerata, in virtù dell’unificazione dei titoli, del 41% dell’intero relictum, che il compendio immobiliare era stato già ripartito con la coerede D.M.C. e che, tuttavia, erano residuati beni mobili trattenuti dalla predetta sorella (la quale, per tale condotta, era stata ritenuta responsabile – con sentenza passata in giudicato – per il delitto di appropriazione indebita e condannata al risarcimento dei danni in separata sede civile), conveniva in giudizio dinanzi al Tribunale di Milano-sez. dist. di Legnano la menzionata coerede per sentirla condannare al pagamento della somma di Euro 21.000 (pari al residuo rispetto a precedente provvisionale di condanna su quanto portato da libretti di deposito), nonchè della quota corrispondente al controvalore del contenuto di tre cassette, già nella disponibilità della madre, consistente in lingotti d’oro per il peso di 17 Kg., in 2100 monete d’oro e in gioielli vari.

Si costituiva in giudizio la convenuta che instava per il rigetto della domanda.

Nelle more del giudizio di primo grado decedeva l’attore e la causa veniva proseguita dai suoi eredi N.M.G. (coniuge), D.M.S. e D.M.M. (figli).

Con sentenza n. 5/2013 l’adito Tribunale accoglieva la domanda e, per l’effetto, condannava la convenuta al pagamento, in favore dei predetti eredi dell’originario attore, della somma complessiva di Euro 162.282,00, con la rivalutazione ed interessi dalla data della consumata appropriazione indebita al saldo.

Interposto appello da parte della D.M.C. e nella costituzione degli appellati, che resistevano, la Corte di appello di Milano, con sentenza n. 1819/2015, riformava solo in minima parte l’impugnata pronuncia con riferimento alla riduzione dell’importo dovuto in favore degli eredi di De.Mo.Se., che veniva rideterminato nella misura di Euro 152.514,26, oltre interessi e rivalutazione, condannando l’appellante alla rifusione delle spese del grado.

A fondamento dell’adottata decisione la Corte milanese confermava l’impianto motivazionale della sentenza di primo grado, valorizzando – sul presupposto dell’intervenuta estinzione per rinuncia agli atti del giudizio riunito relativo alla domanda di riduzione formulata dal De.Mo.Se. – l’efficacia della sentenza penale di condanna passata in giudicato nei confronti dell’appellante per il reato di appropriazione indebita degli indicati oggetti contenuti nelle tre cassette di sicurezza nella disponibilità della madre dei due coeredi, nonchè gli esiti delle altre esperite prove costituende e delle risultanze della c.t.u., provvedendo a rettificare il solo valore dei beni preziosi (per effetto di un mero errore di calcolo) e il termine di decorrenza unitamente al computo degli interessi e rivalutazione dovuti.

Avverso la sentenza di secondo grado ha proposto ricorso per cassazione, affidato a sei motivi, la D.M.C., resistito da tutti gli intimati con un unico controricorso.

In un primo momento il ricorso veniva fissato per la sua trattazione nelle forme del procedimento camerale di cui all’art. 380-bis c.p.c., comma 1, ma, all’esito della relativa adunanza camerale, il collegio ne disponeva la rimessione in pubblica udienza, in prossimità della quale la difesa della ricorrente ha depositato memoria illustrativa ai sensi dell’art. 378 c.p.c..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo la ricorrente ha denunciato – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4 – la violazione e falsa applicazione dell’art. 651 c.p.p., artt. 2909 e 2697 c.c. (in relazione agli artt. 2043 e segg. c.c.), nonchè degli artt. 115 e 116 c.p.c. (nullità della sentenza o del procedimento), avuto riguardo alla ritenuta estensione degli effetti del giudicato penale di condanna intervenuto nei suoi confronti (con riguardo al disposto riconoscimento del risarcimento dei danni da liquidarsi in separata sede) tale da determinare l’esenzione delle controparti dall’onere della prova circa l’entità, il peso e la precisa tipologia degli oggetti preziosi oggetto di illecita appropriazione.

In sintesi, con detta doglianza, la ricorrente ha inteso contestare l’impugnata sentenza in ordine alla ritenuta sussistenza della res iudicata penale avente ad oggetto l’accertamento dell’esistenza, natura, qualità e quantità dei beni oggetto di appropriazione indebita, tale da comportare che gli intimati fossero dispensati dall’onere della prova da assolvere in sede civile, asserendo che da ciò sarebbe dovuta conseguire la violazione dei principi del riparto dell’onere della prova di cui all’art. 2697 c.c., in relazione agli artt. 2043 e segg. c.c..

1.2. Con la seconda censura la ricorrente ha dedotto – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5 – la violazione e falsa applicazione degli artt. 2697 c.c. (in relazione sempre agli artt. 2043 e segg. c.c.), artt. 115 e 116 c.p.c., nonchè ((assunto) omesso esame di fatti decisivi per il giudizio che erano stati oggetto di discussione tra le parti.

In particolare, la ricorrente ha inteso confutare l’impugnata sentenza per violazione delle norme sul giudicato penale e civile oltre che di quelle in tema di onere probatorio in relazione alle domande risarcitorie promosse ai sensi degli artt. 2043 e segg. c.c., riverberandosi anche nella violazione dei citati artt. 115 e 116 c.p.c., con riferimento all’acquisizione e alla corretta valutazione delle prove stesse.

1.3. Con la terza doglianza la ricorrente ha prospettato – in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, – la violazione e falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., nonchè degli artt. 61 e segg. c.p.c., in uno all’omesso esame di fatti decisivi per il giudizio che erano stati oggetto di discussione tra le parti, avuto riguardo alla mancata considerazione degli elementi probatori acquisiti in giudizio che avrebbero dovuto consentire alla Corte territoriale di disattendere le valutazioni operate dal c.t.u. circa l’esistenza, natura, qualità e quantità dei beni frutto del reato di appropriazione indebita, accertato con sentenza penale di condanna passata in cosa giudicata.

1.4. Con il quarto mezzo la ricorrente ha denunciato – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, – la violazione e falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., (anche con riguardo agli artt. 1965 e 553 c.c., oltre che agli artt. 99,100 e 306 c.p.c.),il vizio di apparente e/o omessa motivazione congiuntamente a quello di omesso esame di fatti decisivi per il giudizio che erano stati oggetto di discussione tra le parti, non avendo la Corte di appello adeguatamente valutato le risultanze istruttorie documentali concernenti la transazione intervenuta con riferimento al giudizio riunito (recante il n. 6748/1996) a quello riguardante la divisione, l’oggetto e l’estensione della formalizzata rinuncia di De.Mo.Se. all’azione di riduzione e al relativo diritto.

1.5. Con il quinto motivo la ricorrente ha dedotto – in virtù dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 – la violazione e falsa applicazione degli artt. 91 e 92 c.p.c., nonchè della normativa di cui al D.M. 20 luglio 2012, n. 140, avuto riguardo alla mancata valutazione dei presupposti per disporre la compensazione, quantomeno parziale, delle spese del giudizio di primo grado, peraltro da rideterminare anche nel rispetto dei limiti tabellari di cui al richiamato D.M..

Con la stessa censura la ricorrente ha anche prospettato l’erroneità dell’impugnata sentenza nella parte in cui non aveva disposto la riforma della decisione di primo grado in relazione all’illegittima applicazione del rimborso forfettario nella misura del 12,50%, malgrado “ratione temporis” mancasse una disposizione normativa che ne legittimasse il riconoscimento.

1.6. Con la stessa ed ultima censura la ricorrente ha denunciato – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, – la violazione e falsa applicazione degli artt. 91 e 92 c.p.c., nonchè dell’art. 287 c.p.c., contestando la legittimità del capo dell’impugnata sentenza nella parte in cui, nonostante il disposto accoglimento in parte dell’appello per effetto del quale era stata pronunciata la parziale riforma della decisione di primo grado, aveva tuttavia condannato essa ricorrente al pagamento per intero delle spese processuali del giudizio di secondo grado, non potendosi ovviare a tale errore giuridico con il procedimento di correzione.

2. I primi due motivi possono essere esaminati congiuntamente siccome tra loro all’evidenza connessi.

Ritiene il collegio che essi sono infondati.

Occorre, in primo luogo, puntualizzare che – in base alla costante giurisprudenza di questa Corte (cfr., ad es., Cass. n. 27000/2016; Cass. n. 23940/2017 e, da ultimo, Cass. n. 1229/2019) – non sono configurabili, nel caso di specie, le asserite violazioni degli artt. 115 e 116 c.p.c., dal momento che, in tema di ricorso per cassazione, una questione di violazione o di falsa applicazione dei citati articoli non può porsi per una erronea valutazione del materiale istruttorio compiuta dal giudice di merito, ma, rispettivamente, solo allorchè si alleghi che quest’ultimo abbia posto a base della decisione prove non dedotte dalle parti, ovvero disposte d’ufficio al di fuori dei limiti legali, o abbia disatteso, valutandole secondo il suo prudente apprezzamento, delle prove legali, ovvero abbia considerato come facenti piena prova, recependoli senza apprezzamento critico, elementi di prova soggetti invece a valutazione. Tutte le riportate violazioni non sono in alcun modo rinvenibili nella impugnata sentenza, con la quale il giudice di appello si è conformato ai descritti criteri di valutazione probatoria ed ha esercitato legittimamente il potere di apprezzamento conferitogli dal citato art. 116 del codice di rito.

Ciò premesso, deve osservarsi che non può sussistere alcun dubbio sulla circostanza che l’efficacia della sentenza penale di condanna passata pacificamente in giudicato a carico della ricorrente per il reato di appropriazione indebita degli oggetti preziosi dedotti in controversia si sia estesa anche all’accertamento dell’entità, della natura e della qualità degli stessi.

Tali elementi, infatti, risultano tutti precisamente riportati nel capo di imputazione ascritto alla D.M.C. (v. pag. 8 del controricorso) con riferimento al quale (ed in ordine al fatto così come accertato, anche nella sua materialità) è stata ritenuta la sua responsabilità penale (senza che l’imputazione sia stata modificata) sulla scorta dell’esperita istruttoria dibattimentale, i cui esiti sono, perciò, stati legittimamente acquisiti e valutati nel giudizio civile relativo all’accertamento dei danni da risarcire in favore della costituita parte civile in separata sede (come disposto con la medesima sentenza penale).

Infatti, ai sensi dell’art. 651 c.p.p., la sentenza penale irrevocabile di condanna ha efficacia di giudicato nel processo civile di risarcimento del danno quanto all’accertamento della sussistenza del fatto e della sua illiceità penale e all’affermazione che l’imputato lo ha commesso, pur non essendo propriamente vincolante con riferimento alle valutazioni e qualificazioni giuridiche attinenti agli effetti civili della pronuncia, che, tuttavia, possono essere prese in considerazione autonomamente dal giudice civile nel separato giudizio presupponente l’accertamento dei medesimi fatti in funzione della successiva azione risarcitoria o di equivalente natura.

Oltretutto è stato anche specificato che, una volta che sia introdotta un’azione civile nel giudizio penale (come verificatosi nella fattispecie), l’accertamento, in tale sede, dell’antigiuridicità del fatto – ove compiuto ai fini tanto della condanna, quanto della fondatezza dell’azione predetta – acquista, nel successivo processo civile in cui si controverta anzitutto del medesimo fatto, un valore che va al di là del semplice riscontro degli elementi necessari alla statuizione di colpevolezza, assumendo anche quello di presupposto per la domanda ivi azionata (cfr. Cass. n. 15740/2017).

Pertanto, la sentenza penale è stata correttamente ritenuta dispiegante la sua efficacia anche con riferimento al quantitativo, alla natura e alle altre caratteristiche degli oggetti preziosi (in difetto dell’acquisizione di una prova contraria circa la qualità e l’entità in misura ridotta) che avevano costituito frutto dell’appropriazione indebita da parte della D.M.C., con la conseguente attribuzione del valore corrispondente alla quota di spettanza di De.Mo.Se. (e per esso ai suoi eredi, odierni controricorrenti), così come pacificamente concordata tra le parti (59% e 41%).

A tal proposto bisogna porre in risalto che la Corte di appello di Milano ha comunque accertato – in sede civile – i suddetti elementi afferenti gli oggetti preziosi anche per effetto di un’autonoma ed adeguata valutazione degli elementi probatori acquisiti, utilizzando legittimamente – in virtù dello stesso percorso argomentativo – pure quelli risultanti dal giudizio penale celebratosi a carico della ricorrente (cfr. Cass. n. 17316/2018), oltre che dipendenti da accertamenti istruttori comunque eseguiti propriamente anche in sede civile (come avvenuto a mezzo di deposizioni testimoniali).

Non sussistono, dunque, nè le prospettate violazioni di legge nè gli addotti omessi esami di fatti decisivi.

3. Il terzo motivo è anch’esso infondato perchè – al di là del fatto che esso si sostanzia in una mera critica attinente alle valutazioni di merito del giudice di appello – è indiscutibile che quest’ultimo ha adeguatamente dato conto (sulla base di un impianto argomentativo insindacabile nella presente sede di legittimità) delle fonti e delle risultanze probatorie oltre che del relativo percorso logico adottato con riferimento all’apprezzamento degli esiti della esperita c.t.u. e alla motivazione sulla determinazione del valore medio degli oggetti preziosi (di multiforme varietà e qualità) sottoposti a valutazione tecnica, in considerazione dell’entità, della natura e della varietà degli stessi, che non ne avrebbero potuto consentire una precisa quantificazione del loro valore sulla scorta dei meri indici di mercato.

4. La quarta censura è, pur essa, priva di fondamento perchè – come correttamente ritenuto dalla Corte ambrosiana – la rinuncia operata nell’altro giudizio riunito (iscritto nel R.G. al n. 6748/1996) riguardava solo la domanda di riduzione (posto che le parti avevano reciprocamente preso atto della sua fondatezza), ragion per cui, una volta raggiunto l’accordo sul valore da attribuire in percentuale alle rispettive quote ereditarie (oggetto di causa su cui era calato il giudicato per effetto del riconoscimento giudiziale della relativa intervenuta transazione, la cui statuizione non era stata impugnata), il giudizio era legittimamente proseguito con riferimento alla domanda – rimasta ancora pacificamente controversa – relativa alla individuazione dei beni da ripartire e alla determinazione del loro valore da attribuire poi in proporzione delle stesse quote come concordate “inter partes”.

5. Il quinto motivo è, per un verso, da rigettare e, per altro verso, da ritenersi fondato.

E’ infondato in ordine alla contestazione circa l’asserita necessità che il giudice di appello avrebbe dovuto disporre, quantomeno, la compensazione con riguardo alle spese del giudizio di primo grado, dovendo rilevarsi come la Corte di appello, nel ritenere che il primo giudice avesse legittimamente fatto ricorso al principio di cui all’art. 91 c.p.c. (per effetto della totale soccombenza dell’odierna ricorrente), abbia implicitamente considerato che non sussistessero le condizioni per una compensazione – almeno parziale – delle spese del giudizio svoltosi dinanzi al Tribunale, in ordine alla cui concreta avvenuta quantificazione la ricorrente non ha mosso specifiche censure circa la supposta illegittimità, come sarebbe stato necessario mediante l’indicazione dei parametri tariffari applicabili con riguardo al valore e alla natura della causa (v. Cass. n. 22287/2009 e Cass. n. 18190/2015).

E’, invece, fondato il motivo nella parte in cui è stato dedotto che il giudice di appello non avrebbe potuto confermare la sentenza di primo grado avuto riguardo alla disposta liquidazione del rimborso forfettario (al 12,50%) per spese generali, posto che, all’atto dell’emanazione (1 marzo 2013) della sentenza da parte del Tribunale in primo grado, la norma che ne sanciva il riconoscimento era stata abrogata per effetto della L. n. 27 del 2012 (e del correlato D.M. n. 140 del 2012) e non risultando ancora emanato il D.M. n. di cui alla L. n. 247 del 2012, art. 13, comma 6.

6. Il sesto motivo non è meritevole di accoglimento, poichè la Corte di secondo grado, nel pervenire alla soluzione adottata con riferimento alla sostanziale conferma integrale della sentenza di primo grado (salvo che per una lievissima riduzione del “quantum” della pretesa risarcitoria e per effetto di una puntualizzazione della rideterminazione delle date di decorrenza della rivalutazione, pronuncia – come tale – non incidente in alcun modo sull’an” della domanda), ha legittimamente applicato il principio della totale soccombenza anche con riguardo all’esito del giudizio di appello.

7. In definitiva, va accolto solo il quinto motivo per quanto di ragione (nei limiti poc’anzi spiegati), mentre vanno respinti sia lo stesso quinto motivo per il resto che tutti gli altri proposti con il formulato ricorso.

Non occorrendo accertamenti di fatto la causa può essere decisa nel merito limitatatamente alla parte del quinto motivo ritenuta fondata, escludendo il riconoscimento del rimborso per spese generali come illegittimamente disposto con la sentenza di primo grado.

In virtù della quasi totale soccombenza della ricorrente anche in questo grado di legittimità e tenendo conto della ravvisata parziale fondatezza del solo quinto motivo, si rileva la sussistenza di giuste ed idonee ragioni per dichiarare compensate le spese nella minima misura di 1/5, ponendo i residui 4/5 a carico della ricorrente.

Le spese stesse si liquidano come in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte accoglie il quinto motivo nei limiti di cui in motivazione e rigetta nel resto il ricorso.

Cassa la sentenza impugnata in relazione alla parte del motivo accolto e, decidendo sul merito dello stesso, esclude il riconoscimento del rimborso per spese generali in relazione agli esborsi liquidati con la sentenza di primo grado. Condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità nella misura dei 4/5 e compensa tra le parti il residuo quinto, liquidando le spese stesse, per l’intero, in complessivi Euro 7.500,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre iva, cap e rimborso per spese generali nella misura e sulle voci come per legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della 2 Sezione civile, il 9 luglio 2019.

Depositato in Cancelleria il 17 dicembre 2019

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