Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 33394 del 17/12/2019

Cassazione civile sez. lav., 17/12/2019, (ud. 25/09/2019, dep. 17/12/2019), n.33394

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAPOLETANO Giuseppe – Presidente –

Dott. TORRICE Amelia – Consigliere –

Dott. TRIA Lucia – Consigliere –

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa – rel. Consigliere –

Dott. MAROTTA Caterina – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 28183/2014 proposto da:

STATO ITALIANO, in persona del Presidente del Consiglio dei Ministri

pro tempore, PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI in persona del

Presidente del Consiglio dei Ministri pro tempore, rappresentati e

difesi, rappresentati e difesi dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO

presso i cui Uffici domiciliano ope legis in ROMA, alla VIA DEI

PORTOGHESI n. 12;

– ricorrenti –

contro

A.A.D., + ALTRI OMESSI, tutti elettivamente

domiciliati in ROMA, VIA NOMENTANA n. 122, presso lo studio

dell’avvocato ISABELLA ANGELINI, che li rappresenta e difende

unitamente all’avvocato PAOLO PICCI;

– controricorrenti –

e contro

MINISTERO DELL’ISTRUZIONE DELL’UNIVERSITA’ E DELLA RICERCA già

Ministero dell’Università e della Ricerca Scientifica e

Tecnologica, MINISTERO DEL LAVORO E DELLE POLITICHE SOCIALI,

MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE, MINISTERO DELLA SALUTE,

UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI FERRARA, F.A.,

P.V.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 822/2014 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA,

depositata il 30/07/2014 R.G.N. 509/2012.

Fatto

RILEVATO

che:

1. la Corte d’Appello di Bologna ha respinto l’appello dello Stato Italiano – Presidenza del Consiglio dei Ministri avverso la sentenza del Tribunale di Ferrara che aveva accolto la domanda di indennizzo proposta in via subordinata dagli originari ricorrenti e condannato a tale titolo “lo Stato Italiano, in persona del Presidente del Consiglio dei Ministri, al pagamento dell’incremento annuale della borsa di studio, calcolato in base al tasso programmato di inflazione, come quantificato in base al punto 1 pag. 2 ed alle tavole di cui agli allegati 1 e 2 della consulenza doc. 22 di parte ricorrente, oltre alla rivalutazione ed agli interessi dalla messa in mora al saldo effettivo”;

2. la Corte territoriale, per quel che ancora rileva in questa sede, ha premesso che il Tribunale di Ferrara aveva ritenuto non fondata la domanda diretta ad accertare il diritto all’adeguamento annuale ed aveva, invece, accolto la diversa domanda di indennizzo per il mancato tempestivo recepimento da parte dello Stato Italiano della direttiva n. 93/16/CE, indennizzo che era stato determinato in via equitativa e parametrato all’importo richiesto a titolo di adeguamento annuale;

3. ha, quindi, ritenuto non pertinenti le argomentazioni svolte dall’appellante con il primo motivo di appello, in quanto tutte riguardanti l’infondatezza di altra pretesa, diversa rispetto a quella accolta dal giudice di prime cure;

4. ha aggiunto la Corte che nulla era stato dedotto in relazione alla tardiva attuazione della direttiva comunitaria, al diritto all’indennizzo, al metodo di liquidazione seguito dal Tribunale;

5. per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso lo Stato Italiano – Presidenza del Consiglio dei Ministri sulla base di un unico motivo,illustrato da memoria, al quale hanno opposto difese con tempestivo controricorso i litisconsorti indicati in epigrafe, mentre sono rimasti intimati il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, il Ministero della Salute, il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, il Ministero dell’Economia e delle Finanze, l’Università degli Studi di Ferrara e la Regione Emilia Romagna.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

1. con l’unico motivo di ricorso è denunciata ex art. 360 c.p.c., n. 4 la violazione degli artt. 99 e 112 c.p.c., perchè ha errato la Corte d’appello nel ritenere non censurata la ratio decidendi della sentenza di primo grado;

1.1. sostiene la parte ricorrente che il Tribunale aveva riconosciuto il diritto degli specializzandi a percepire l’adeguamento della borsa di studio al tasso di inflazione, sicchè il motivo di appello, con il quale era stata contestata la spettanza dell’aggiornamento, non era privo di attinenza rispetto alle ragioni della decisione, posto che l’avere riconosciuto il diritto “sotto forma di liquidazione equitativa del diritto all’adeguata remunerazione (non oggetto di contestazione nel gravame dello Stato Italiano) si traduce in un mero sofisma e in un sostanziale diniego di giustizia”;

1.2. richiama, poi, giurisprudenza di questa Corte per ribadire che il blocco degli incrementi della borsa dovuti al tasso di inflazione si iscriveva nell’ambito di una manovra di politica economica di carattere generale e, quindi, si sottraeva a qualsiasi censura di illegittimità costituzionale;

2. il ricorso è inammissibile, perchè formulato senza il necessario rispetto degli oneri di specificazione e di allegazione di cui all’art. 366 c.p.c., n. 6 e art. 369 c.p.c., n. 4 e perchè, al pari della memoria depositata ex art. 380 bis 1 c.p.c., insiste nel prospettare argomentazioni non specificamente riferibili al decisum della sentenza impugnata;

3. la Corte territoriale ha evidenziato che il giudice di prime cure dopo “avere dato atto della legittimità costituzionale delle norme dispositive del blocco, abbia disapplicato tali norme, ritenendole non compatibili con il diritto comunitario” ed abbia conseguentemente riconosciuto non il diritto all’adeguamento, bensì quello all’indennizzo per attività non antigiuridica dello Stato Italiano, sia pure parametrato, in via equitativa, all’adeguamento annuale della borsa di studio;

3.1 muovendo da detta premessa il giudice d’appello ha ritenuto il gravame dell’Avvocatura privo sul punto della necessaria specificità, in quanto tutte le argomentazioni svolte erano riferibili alla pretesa avente ad oggetto il diritto all’incremento annuale, che anche il giudice di primo grado aveva escluso sulla base della normativa interna, e non alla domanda di indennizzo, formulata in via subordinata ed accolta dal Tribunale;

4. il ricorso, nella parte in cui censura detta ratio della decisione, sostenendo che l’appello dello Stato Italiano, in quanto diretto a contestare la spettanza dell’aggiornamento, non poteva ritenersi estraneo alla ratio decidendi della sentenza di primo grado, non offre alla Corte gli elementi necessari per deliberare ex actis sulla fondatezza del rilievo mosso alla pronuncia gravata, perchè, pur trascrivendo in parte la decisione del Tribunale, non riporta il contenuto del motivo di appello, non produce l’atto in questa sede, nè fornisce indicazioni sulla sua allocazione nel fascicolo di parte o d’ufficio;

5. la giurisprudenza di questa Corte è consolidata nell’affermare che, anche qualora venga dedotto un error in procedendo, rispetto al quale la Corte è giudice del “fatto processuale”, l’esercizio del potere/dovere di esame diretto degli atti è subordinato al rispetto delle regole di ammissibilità e di procedibilità stabilite dal codice di rito, in nulla derogate dall’estensione ai profili di fatto del potere cognitivo del giudice di legittimità (Cass. S.U. n. 8077/2012);

5.1. la parte, quindi, non è dispensata dall’onere di indicare in modo specifico i fatti processuali alla base dell’errore denunciato e di trascrivere nel ricorso gli atti rilevanti, non essendo consentito il rinvio per relationem agli atti del giudizio di merito, perchè la Corte di Cassazione, anche quando è giudice del fatto processuale, deve essere posta in condizione di valutare ex actis la fondatezza della censura e deve procedere solo ad una verifica degli atti stessi non già alla loro ricerca (Cass. n. 15367/2014; Cass. n. 21226/2010);

5.2. dal principio di diritto discende che, qualora, come nella fattispecie, il ricorrente assuma che il motivo di gravame non poteva essere ritenuto privo della necessaria specificità, la censura potrà essere scrutinata solo a condizione che vengano riportati nel ricorso, nelle parti essenziali, la motivazione della sentenza di primo grado e l’atto di appello (in tal senso fra le più recenti Cass. n. 3194/2019);

5.3. a tanto il ricorrente non ha provveduto sicchè il motivo deve essere ritenuto in parte qua inammissibile;

6. ad analoghe conclusioni si giunge quanto agli argomenti, ulteriormente sviluppati nella memoria ex art. 380 bis 1 c.p.c., sui quali il ricorso fa leva per sostenere l’insussistenza del diritto degli specializzandi all’adeguamento della borsa di studio al tasso di inflazione;

6.1. nella giurisprudenza di questa Corte è consolidato l’orientamento, al quale occorre qui dare continuità, secondo cui nel giudizio di cassazione i motivi devono avere i caratteri della specificità, completezza e riferibilità alla decisione gravata, il che comporta l’esatta individuazione del capo di pronunzia impugnato e l’esposizione di ragioni che illustrino in modo intelligibile ed esauriente le ragioni per le quali quel capo è affetto dal vizio denunciato, con la conseguenza che la proposizione di censure prive di specifica attinenza al decisum della sentenza gravata è assimilabile alla mancata enunciazione, richiesta dall’art. 366 c.p.c., n. 4 e determina l’inammissibilità, in tutto o in parte, del ricorso, rilevabile anche d’ufficio (cfr. fra le tante Cass. n. 20910/2017, Cass. n. 20652/2009, Cass. n. 17125/2007, Cass. S.U. n. 14385/2007);

6.2. nel caso di specie, come già detto, la Corte territoriale non ha pronunciato sulla fondatezza dei rilievi svolti dall’appellante quanto all’insussistenza del diritto all’adeguamento, ritenendoli non pertinenti rispetto alla ratio della sentenza impugnata, sicchè per la medesima ragione gli stessi non possono essere apprezzati in questa sede;

7. in via conclusiva il ricorso deve essere dichiarato inammissibile con conseguente condanna della parte ricorrente al pagamento in favore dei controricorrenti delle spese del giudizio di legittimità, liquidate come da dispositivo;

8. non sussistono le condizioni di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, perchè la norma non può trovare applicazione nei confronti di quelle parti che, come le Amministrazioni dello Stato, mediante il meccanismo della prenotazione a debito siano istituzionalmente esonerate, per valutazione normativa della loro qualità soggettiva, dal materiale versamento del contributo (Cass. S.U. n. 9938/2014; Cass. n. 1778/2016; Cass. n. 28250/2017).

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna la parte ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in Euro 200,00 per esborsi ed Euro 6.000,00 per competenze professionali, oltre rimborso spese generali del 15% e accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 25 settembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 17 dicembre 2019

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