Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 33376 del 27/12/2018

Cassazione civile sez. lav., 27/12/2018, (ud. 24/10/2018, dep. 27/12/2018), n.33376

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAPOLETANO Giuseppe – Presidente –

Dott. TORRICE Amelia – Consigliere –

Dott. BLASUTTO Daniela – Consigliere –

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa – rel. Consigliere –

Dott. TRICOMI Irene – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 21744-2013 proposto da:

C.A.M., elettivamente domiciliata in ROMA, GERMANICO n.

172, presso lo studio dell’avvocato SERGIO NATALE EDOARDO GALLEANO,

rappresentato e difeso dall’avvocato MAURIZIO RIOMMI;

– ricorrente –

contro

COMUNE AMELIA, in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA GIUSEPPE FERRARI n. 12,

presso lo studio dell’avvocato MARCO MONTOZZI, rappresentato e

difeso dall’avvocato ROBERTO BALDONI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 3/2013 della CORTE D’APPELLO di PERUGIA,

depositata il 05/04/2013; R.G.N. 48/2012.

Fatto

RILEVATO

CHE:

1. la Corte di Appello di Perugia, adita dal Comune di Amelia, ha riformato la sentenza del Tribunale di Terni che, dichiarata la nullità della clausola di durata apposta ai contratti di lavoro stipulati con C.A.M., aveva condannato l’ente municipale a riammettere in servizio la lavoratrice ed a risarcirle il danno, quantificato in misura pari alle retribuzioni maturate dalla data di messa in mora;

2. la Corte territoriale, ribadita la nullità dei termini per omessa specificazione della causale, ha richiamato il D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36 ed ha evidenziato che la norma impedisce nell’impiego pubblico contrattualizzato la costituzione di rapporti a tempo indeterminato sicchè l’abusivo ricorso alle forme contrattuali flessibili non può essere sanzionato con la conversione del contratto;

3. il giudice d’appello ha escluso anche la fondatezza della domanda risarcitoria e, facendo applicazione del principio generale secondo cui il danno non può essere in re ipsa, ha evidenziato che il ricorso introduttivo del giudizio di primo grado non conteneva alcuna allegazione specifica circa la natura e l’entità del pregiudizio subito;

4. per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso C.A.M. sulla base di tre motivi, ai quali il Comune di Amelia ha resistito con tempestivo controricorso;

5. entrambe le parti hanno depositato memoria ex art. 380 bis 1 c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

1. con i primi due motivi di ricorso la ricorrente, denunciando la violazione del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36, addebita alla sentenza impugnata di avere interpretato la norma interna senza tener conto dei principi fissati dalla clausola 5 dell’Accordo quadro CES, UNICE e CEEP sul lavoro a tempo determinato recepito dalla direttiva 1999/70/CE che impone agli Stati membri di sanzionare l’abusiva reiterazione del contratto a termine;

1.1. sostiene, in sintesi, che la direttiva, pur non imponendo la costituzione di un rapporto a tempo indeterminato, obbliga all’adozione di misure che rispondano al principio di effettività e di equivalenza e siano, pertanto, sufficientemente dissuasive nonchè idonee a garantire al lavoratore il diritto conferito dall’ordinamento giuridico comunitario;

1.2. aggiunge che tale non può ritenersi il solo risarcimento del danno, se subordinato all’assolvimento dell’onere della prova, perchè, in tal modo, si finisce per ammettere che l’abuso possa anche non essere sanzionato qualora il lavoratore non riesca a dimostrare natura ed entità del pregiudizio subito;

1.3. la ricorrente sollecita con la terza censura la rimessione alla Corte di Giustizia Europea competente a pronunciare sulla conformità al diritto dell’Unione del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36, se interpretato nei termini indicati nella sentenza impugnata;

2. l’eccezione di inammissibilità del ricorso deve essere disattesa perchè i motivi, seppure riprendendo argomenti già sviluppati nel giudizio di merito e disattesi dalla Corte territoriale, censurano in modo specifico la sentenza impugnata nella parte in cui ha escluso l’eccepito contrasto fra il D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36 e la direttiva 1999/70/CE;

3. il ricorso è fondato in quanto la decisione gravata contrasta con il principio di diritto, affermato dalle Sezioni Unite di questa Corte, alla stregua del quale “in materia di pubblico impiego privatizzato, nell’ipotesi di abusiva reiterazione di contratti a termine, la misura risarcitoria prevista dal D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36, comma 5, va interpretata in conformità al canone di effettività della tutela affermato dalla Corte di Giustizia UE (ordinanza 12 dicembre 2013, in C-50/13), sicchè, mentre va escluso siccome incongruo – il ricorso ai criteri previsti per il licenziamento illegittimo, può farsi riferimento alla fattispecie omogenea di cui alla L. n. 183 del 2010, art. 32, comma 5, quale danno presunto, con valenza sanzionatoria e qualificabile come “danno comunitario”, determinato tra un minimo ed un massimo, salva la prova del maggior pregiudizio sofferto, senza che ne derivi una posizione di favore del lavoratore privato rispetto al dipendente pubblico, atteso che, per il primo, l’indennità forfetizzata limita il danno risarcibile, per il secondo, invece, agevola l’onere probatorio del danno subito.” (Cass. S.U. 15.3.2016 n. 5072);

3.1. con la richiamata pronuncia, alla quale le stesse Sezioni Unite hanno dato continuità con la più recente sentenza n. 19165/2017, si è in sintesi osservato che, ove venga in rilievo la clausola 5 dell’accordo quadro allegato alla direttiva 1999/70/CE, il diritto dell’Unione non impone la conversione del rapporto a termine in contratto a tempo indeterminato, giacchè può costituire una misura adeguata anche il risarcimento del danno;

3.2. nell’impiego pubblico contrattualizzato, poichè la conversione è impedita dal D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36, attuativo del precetto costituzionale dettato dall’art. 97 Cost., il danno risarcibile, derivante dalla prestazione in violazione di disposizioni imperative riguardanti l’assunzione o l’impiego di lavoratori da parte della P.A, consiste di norma nella perdita di chance di un’occupazione alternativa migliore, con onere della prova a carico del lavoratore, ai sensi dell’art. 1223 c.c.;

3.3. peraltro, poichè la prova di detto danno non sempre è agevole, è necessario fare ricorso ad un’interpretazione orientata alla compatibilità comunitaria, che secondo la giurisprudenza della Corte di giustizia richiede un’adeguata reazione dell’ordinamento volta ad assicurare effettività alla tutela del lavoratore, sì che quest’ultimo non sia gravato da un onere probatorio difficile da assolvere;

3.4. sulla questione qui controversa è, poi, recentemente intervenuta la Corte di Lussemburgo che, chiamata a pronunciare sulla conformità al diritto dell’Unione, del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36 come interpretato dalle Sezioni Unite di questa Corte, ha evidenziato che ” la clausola 5 dell’accordo quadro dev’essere interpretata nel senso che essa non osta a una normativa nazionale che, da un lato, non sanziona il ricorso abusivo, da parte di un datore di lavoro rientrante nel settore pubblico, a una successione di contratti a tempo determinato mediante il versamento, al lavoratore interessato, di un’indennità volta a compensare la mancata trasformazione del rapporto di lavoro a tempo determinato in un rapporto di lavoro a tempo indeterminato bensì, dall’altro, prevede la concessione di un’indennità compresa tra 2,5 e 12 mensilità dell’ultima retribuzione di detto lavoratore, accompagnata dalla possibilità, per quest’ultimo, di ottenere il risarcimento integrale del danno” anche facendo ricorso, quanto alla prova, a presunzioni (Corte di Giustizia 7.3.2018 in causa C – 494/16 Santoro);

4. nel caso di specie la Corte territoriale se, da un lato, ha correttamente ritenuto che dall’illegittimità delle clausole appositive dei termini non potesse derivare l’instaurazione di un rapporto a tempo indeterminato, essendo a ciò ostativo il chiaro disposto del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36, dall’altro ha errato nel respingere la domanda risarcitoria perchè non provata, finendo in tal modo per lasciare privo di sanzione l’abuso;

5. la sentenza impugnata va, pertanto, cassata con rinvio alla Corte territoriale indicata in dispositivo che procederà ad un nuovo esame, attenendosi al principio di diritto enunciato nei punti da 3 a 3.4. e provvedendo anche sulle spese del giudizio di legittimità;

5.1. non sussistono le condizioni di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater.

P.Q.M.

La Corte accoglie i primi due motivi di ricorso, assorbito il terzo; cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte di Appello di Perugia in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 24 ottobre 2018.

Depositato in Cancelleria il 27 dicembre 2018

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA