Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 33356 del 21/12/2018

Cassazione civile sez. I, 21/12/2018, (ud. 13/09/2018, dep. 21/12/2018), n.33356

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCHIRO’ Stefano – Presidente –

Dott. GENOVESE Francesco – Consigliere –

Dott. VALITUTTI Antonio – rel. Consigliere –

Dott. TRICOMI Laura – Consigliere –

Dott. NAZZICONE Loredana – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 427/2015 proposto da:

M.R., C.G., elettivamente domiciliati in

Roma, Piazzale delle Provincie n. 8 presso lo studio dell’avvocato

Chialastri Umberto, che li rappresenta e difende, giusta procura in

calce al ricorso;

– ricorrenti –

contro

Italfondiario S.p.a., nella qualità di procuratrice mandataria di

Castello Finance s.r.l., elettivamente domiciliata in Roma, Via

Vittorio Veneto n. 108, presso lo studio dell’avvocato Malizia

Roberto, che la rappresenta e difende, giusta procura in calce al

controricorso;

– controricorrente –

contro

Banca Popolare di Bergamo;

– intimata –

avverso la sentenza n. 3977/2013 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 04/11/2013;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

13/09/2018 dal cons. Dott. VALITUTTI ANTONIO;

lette le conclusioni scritte del P.M., in persona del Sostituto

Procuratore Generale Dott. CARDINO ALBERTO, che ha chiesto che

Codesta Corte di Cassazione voglia rigettare il ricorso.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Il Tribunale di Milano, con sentenza n. 14648/2007, accoglieva la domanda proposta da Intesa Gestione Cariplo s.p.a. nei confronti della Studio Redazionale CM s.a.s. e di C.G. e M.R., fideiussori della società, condannando i convenuti al pagamento della somma di Euro 53.903,82 a favore dell’attrice, oltre interessi e spese, a titolo di saldo passivo di conto corrente.

2. Con sentenza n. 3977/2013, depositata il 4 novembre 2013, la Corte d’appello di Milano respingeva l’appello proposto dalla società e dai fideiussori. La Corte riteneva che gli appellanti non avessero comprovato l’estinzione del loro debito nei confronti della banca, non essendo idonei a fornire tale dimostrazione le mere “conferme di bonifico” prodotte, e che l’istituto di credito avesse correttamente espunto dalla somma richiesta in giudizio l’ammontare degli interessi anatocistici, contestati in primo grado dagli attori.

3. Per la cassazione di tale sentenza hanno, quindi, proposto ricorso M.R. e C.G. nei confronti di Italfondiario s.p.a., quale procuratore di Castello Finance s.r.l., cessionaria pro soluto di Banca Intesa s.p.a., affidato a tre motivi. La banca resistente ha replicato con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo di ricorso, M.R. e C.G. denunciano la violazione e falsa applicazione del’art. 2495 c.c. e art. 299 c.p.c. e ss., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

1.1. I ricorrenti si dolgono del fatto che la Corte d’appello abbia emesso la sentenza anche nei confronti della società Studio redazionale CM s.a.s., cancella dal registro delle imprese in data 30 luglio 2008, ossia nel corso del giudizio di appello. La causa, ad avviso dei ricorrenti, dovrebbe essere, pertanto, dichiarata interrotta per intervenuta estinzione di uno dei soggetti, “con concessione dei termini di legge per la riassunzione”.

1.2. Il motivo è infondato.

1.2.1. La cancellazione di una società di persone dal registro delle imprese, costituita in giudizio a mezzo di procuratore che tale evento non abbia dichiarato in udienza o notificato alle altre parti nei modi e nei tempi di cui all’art. 300 c.p.c., comporta, invero, giusta la regola dell’ultrattività del mandato alla lite, che detto procuratore continua a rappresentare la parte come se l’evento interruttivo non si fosse verificato, con conseguente ammissibilità della proposizione e della notificazione dell’impugnazione presso di lui, ex art. 330 c.p.c., comma 1, senza che rilevi la conoscenza “aliunde” dell’avvenuta cancellazione da parte del notificante.

Viceversa, la medesima regola dell’ultrattività del mandato alla lite non consente al procuratore della società cancellata, pur quando la procura originariamente conferita sia valida anche per gli ulteriori gradi del processo, di proporre ricorso per cassazione giacchè, da un lato, esso richiede la procura speciale e, dall’altro, l’operatività del predetto principio presuppone che si agisca in nome di un soggetto esistente e capace di stare in giudizio (Cass., 09/10/2017, n. 23563).

1.2.2. Nel caso di specie, peraltro, il ricorso per cassazione è stato correttamente proposto dai soci della società estinta, e non dalla società cancellata, per cui la doglianza non può essere accolta.

2. Con il secondo motivo di ricorso, M.R. e C.G. denunciano l’omesso esame di un punto decisivo della controversia, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

2.1. I ricorrenti si dolgono del fatto che il giudice di appello abbia ritenuto che la banca creditrice avesse sottratto dal credito azionato l’importo degli interessi anatocistici, ammontanti ad Euro 2.589,07. La Corte sarebbe incorsa, infatti, in un evidente “errore di fatto”, confondendo “la somma che gli esponenti hanno versato in più rispetto al saldo bancario, con la somma di cui agli interessi passivi ricapitalizzati trimestralmente (cd. anatocismo). Di più, il giudice di appello sarebbe, altresì, incorso nell’omissione di esame di un fatto decisivo della controversia avendo omesso di dare corso alla richiesta di c.t.u. avanzata dagli odierni ricorrenti, al fine di determinare esattamente il credito vantato dalla estinta società nei confronti della Banca Intesa s.p.a. “per interessi versati in violazione dell’anatocismo”.

2.2. Il mezzo è inammissibile.

2.2.1. E’, difatti, evidente che quello denunciato dai ricorrenti è un errore percettivo, come tale non censurabile con ricorso per cassazione. Ed invero, gli errori di conteggio aritmetico i quali implicano travisamento dei dati e si riducono alla percezione di circostanze in modo contrario a quanto risulta dagli atti di causa non sono deducibili con il ricorso per Cassazione, essendo per gli stessi prevista l’impugnativa ai sensi dell’art. 395 c.p.c., n. 4, (Cass., 24/02/2017, n. 4868).

Quanto alla mancata disposizione della c.t.u., la doglianza è palesemente connessa a tale errore di fatto, ed è – di conseguenza inammissibile per le ragioni suesposte. Ad ogni buon conto, la censura difetta, altresì, di autosufficienza sul punto, non essendo stata riprodotta nel ricorso la richiesta di c.t.u., al fine di consentire alla Corte di verificarne l’oggetto e le finalità.

2.2.2.. La censura non può, pertanto, trovare accoglimento.

3. Con il terzo motivo di ricorso, M.R. e C.G. denunciano la nullità dell’impugnata sentenza, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4.

3.1. Gli istanti deducono che la pronuncia di primo grado sarebbe affetta da nullità per incapacità naturale del giudice estensore, accertata in sede penale, con sentenza del Tribunale di Brescia n. 1115 del 18 marzo 2010, che avrebbe assolto l’estensore della decisione di prime cure del presente giudizio, da talune imputazioni a suo carico in quanto non imputabile, poichè “affetto da disturbo depressivo maggiore”. La pronuncia di appello andrebbe, di conseguenza cassata, “in quanto avrebbe dovuto dichiarare la nullità della sentenza n. 14648/2008 del Tribunale di Milano per incapacità del suo firmatario” e rimettere gli atti al giudice di prime cure, in diversa composizione, per un nuovo esame della controversia.

3.2. Il motivo è inammissibile.

3.2.1. E’, invero, inammissibile, per carenza di interesse, il ricorso per cassazione diretto ad ottenere la declaratoria di nullità della sentenza di primo grado, giacchè una decisione di accoglimento – qualora non si tratti, come nella specie, di un caso di rimessione al primo giudice, ex art. 354 c.p.c. – comporterebbe null’altro che la medesima trattazione nel merito della causa da parte del giudice di appello (Cass., 05/06/2014, n. 12642). E, nel caso di specie, la Corte territoriale ha esaminato e deciso la controversia nel merito, perveneneo alla motivata conclusione dell’infondatezza delle ragioni degli appellanti CM s.a.s., C.G. e M.R..

D’altro canto, va osservato, al riguardo, che la declaratoria di nullità della sentenza di prime cure richiederebbe un accertamento in fatto dell’incapacità naturale del giudicante e della sua concreta incidenza sulla decisione emessa nel caso di specie, certamente incompatibile con il giudizio di legittimità.

3.2.2. Per tali ragioni, la doglianza non può che essere disattesa.

4. Per tutte le ragioni esposte, il ricorso deve essere, pertanto, rigettato, con condanna dei ricorrenti in solido alle spese del presente giudizio.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso. Condanna in solido i ricorrenti, in favore della controricorrente, alle spese del presente giudizio, che liquida in Euro 4.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese forfettarie e accessori di legge. Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 13 settembre 2018.

Depositato in Cancelleria il 21 dicembre 2018

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